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Fiandaca: «Pericoloso e desocializzante: nella realtà il carcere è il veleno e non la medicina»

fiandaca carcere
Intervista al professore emerito di diritto penale presso l’Università di Palermo e Garante dei diritti dei detenuti della Regione Sicilia
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Per Giovanni Fiandaca, professore emerito di diritto penale presso l’Università di Palermo e Garante dei diritti dei detenuti della Regione Sicilia, la strada per l’abolizione del carcere deve partire dall’eliminazione dell’ergastolo. Ma la strada è ancora lunga e servirebbe una pedagogia collettiva volta a spiegare ai cittadini che la prigione è spesso più un veleno che una medicina.

Professore come descriverebbe la situazione attuale delle nostri carceri? 

L’universo penitenziario italiano è molto disomogeneo quanto a strutture edilizie, tasso di sovraffollamento, condizioni di vita intramuraria e opportunità rieducative rispetto a istruzione, formazione professionale, lavoro e all’insieme delle risorse trattamentali disponibili. Ad esempio, nella realtà siciliana che conosco meglio come Garante e nella quale esistono ventitrè carceri per adulti, alcuni istituti sono collocati in edifici vecchi risalenti anche ad alcuni secoli addietro con infiltrazioni di umidità, molto freddi d’inverno perché tuttora privi di riscaldamento, con acqua calda disponibile solo in certe fasce orarie del giorno, privi di locali adeguati per la cosiddetta socialità, carenti di palestre o di campetti di calcio o di altre opportunità di svago.

Ma per altro verso, se si tratta di istituti di piccole dimensioni con popolazione carceraria di poche decine di unità, come ad esempio nel caso del carcere di Sciacca che ho visitato di recente, questi inconvenienti strutturali e funzionali sono in qualche misura controbilanciati da una migliore qualità della vita comunitaria se confrontati con istituti di dimensioni molto più grandi e più moderni. C’è minore spersonalizzazione, i rapporti umani sono tendenzialmente meno conflittuali, e dunque più pacifici, sia tra i detenuti, sia tra questi ultimi e il personale carcerario. E gli stessi poliziotti penitenziari hanno maggiore disponibilità e capacità di ascolto delle svariate esigenze della piccola popolazione detenuta. Una realtà carceraria dunque nel complesso a macchia di leopardo, molto poco omogenea. Gli istituti più ambìti dai detenuti, che vorrebbero esservi trasferiti perché più all’avanguardia, sono pochi e concentrati al nord, mentre la gran parte delle strutture carcerarie, specialmente al sud, è invece di livello complessivo medio basso.

Dati del 2015 ci dicono che in Italia l’82,6% dei condannati sconta la pena in carcere, in Francia e Gran Bretagna la percentuale scende al 24%, mentre la Svezia vanta uno degli indici di recidiva più bassi d’Europa. Eppure nella nostra Costituzione non c’è la parola carcere, ma “pene”. Oggi com’è la situazione? 

Secondo dati a mia conoscenza, relativi alla seconda metà di ottobre del 2021, il numero di quanti scontano pene extradetentive avrebbe superato anche da noi quello della popolazione penitenziaria. A fronte di circa 54.000 reclusi, avrebbero fruito di sanzioni extracarcerarie circa 67.000 persone. È sperabile che questa crescita del numero dei soggetti in esecuzione penale esterna si incrementi sempre più nel futuro. Purtroppo rimane ancora elevato il numero dei sottoposti a pena detentiva: al carcere si ricorre a tutt’oggi in maniera sproporzionata per eccesso, non poche delle persone che scontano la pena in prigione non dovrebbero starci, perché si tratta di persone che non sono peggiori di quelle che si incontrano per strada o che addirittura frequentiamo nella cerchia delle nostre conoscenze e amicizie. Il nostro legislatore dovrebbe avere una buona volta il coraggio necessario per prendere davvero sul serio il principio della pena carceraria come extrema ratio. Ma occorre in proposito una rieducazione culturale della società, prima ancora che della politica.

A proposito di questo, Michel Foucault in “Sorvegliare e punire. Nascita della prigione” ci fa capire che parlare di carcere non significa parlare solo dei carcerati ma anche di noi stessi. È facile cedere all’illusione che ci sia un noi e un loro.

Michel Foucault ha fortemente contribuito ad avvalorare una verità di cui però si era anche consapevoli prima di lui: cioè i tipi di punizione sono il riflesso, prima ancora che della storia degli ordinamenti giuridici in sé considerati, della struttura economica, dei rapporti di potere e delle caratteristiche politico-culturali predominanti nei vari modelli di società. E dobbiamo anche ricordare che Foucault, nel far risalire l’affermarsi della detenzione come pena principale al modello di società borghese che si è consolidato nel 19esimo secolo, ha anche scritto che il carcere è “la detestabile soluzione di cui non si saprebbe fare a meno”, sottintendendo così che non ne possiamo fare a meno finché non riusciamo ad inventare qualcosa di meglio. E questa è appunto la sfida che dovremmo raccogliere. Il paradosso è proprio questo, come ha messo in evidenza lo stesso Foucault: gli inconvenienti della prigione, la sua pericolosità come luogo di ulteriore desocializzazione e la sua non infrequente inutilità come istituzione rieducativa sono difetti di cui gli esperti sono divenuti consapevoli addirittura pochissimo tempo dopo che il carcere è storicamente divenuto la principale forma di punizione. Insomma, il carcere lo utilizziamo fino ad oggi nonostante sappiamo almeno dal secondo ottocento che esso è tutt’altro che il migliore dei rimedi possibili, anzi che esso in non pochi casi funge più da veleno che da medicina.

Il nostro carcere cosa ci dice della nostra classe politica?

Il populismo penale e il suo carcerocentrismo, come penalisti democratico-costituzionali, non ci siamo stancati negli ultimi anni e non ci stanchiamo di bollarli come una manifestazione di cultura giuridica primitiva e rozza, decisamente contraria alla Costituzione. Purtroppo tendenze iper-repressive sono emerse negli ultimi decenni più volte anche nel fronte politico cosiddetto progressista. Come giuristi dovremmo essere capaci di assumere un più efficace ruolo di intellettuali pubblici capaci di influenzare il dibattito in materia di giustizia e carcere.

Fino ad ora sul carcere questo Governo sembra non aver fatto nulla. Ancora occorre mettere in pratica i risultati della Commissione Ruotolo.

L’attuale Governo, e in particolare la ministra Cartabia, che stimo e apprezzo per diverse ragioni, hanno messo in cantiere più novità in tema di giustizia largamenteintesa, alcune senz’altro positive, qualche altra non priva di ombre. Apprezzo senza dubbio i principi di riforma del sistema sanzionatorio contenuti nella legge delega già approvata, con riferimento in particolare al potenziamento delle sanzioni extradetentive e all’ampio spazio attribuito agli strumenti della giustizia cosiddetta riparativa. Come noto in proposito sono ancora in fase di elaborazione i decreti delegati.Sul versante strettamente carcerario mi sarei aspettato qualcosa di più sollecito e concreto per sfoltire, ad esempio, la popolazione penitenziaria specie con riferimento a soggetti condannati che devono ancora scontare pene molto brevi. Ma vorrei dire che non ho perduto ogni speranza al riguardo, anche se il tempo corre, la legislatura è nella fase terminale e la materia carceraria non è certo la più facile da affrontare in questa contingenza storico, politico culturale.

Possiamo dire che l’unico atto concreto della Ministra Cartabia è la nomina di Carlo Renoldi al Dap. Che ne pensa?

Le pare poca cosa questa nomina di Renoldi? È una scelta che va condivisa e apprezzata questa di Renoldi e tengo a ribadirlo. Segna infatti una svolta rispetto al passato anche recente, sia perché Renoldi non proviene dalla magistratura d’accusa ma è un giudice per di più con lunga esperienza di sorveglianza, sia perché è molto competente dal punto di vista tecnico e anche equilibrato sul piano personale, come ho potuto constatare avendolo ben conosciuto alcuni anni fa.

Gustavo Zagrebelsky nella postfazione al libro “Abolire il carcere” (Autori Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone, Federica Resta, Chiare Lettere 2015) si chiede: “non ci appare stupefacente che in tanti secoli l’umanità, che ha fatto tanti progressi in tanti campi delle relazioni sociali, non sia riuscita a immaginare nulla di diverso da gabbie, sbarre, celle dietro le quali rinchiudere i propri simili come animali feroci?”. Lei come risponderebbe?

L’interrogativo sollevato da Zagrebelsky è tutt’altro che nuovo e lui non è certo il solo a porlo. Il fatto è che non si tratta soltanto di concepire nuovi tipi di pena al posto del carcere: forse la fantasia punitiva è tutto sommato limitata. Non è facile escogitare tipologie di pena del tutto inedite. Anche le sanzioni riparatorie sono state, ad esempio, sperimentate più volte a cominciare da un lontano passato. La questione decisiva è verosimilmente diversa: dovremmo forse smettere di pensare in termini punitivi per reagire a quei fatti che per tradizione continuiamo a definire crimini o delitti e che sono in fondo, almeno in alcuni casi, fatti socialmente dannosi o pericolosi che dovremmo affrontare innanzitutto in via preventiva con strumenti di intervento a carattere economico, sociale, psicologico o assistenziale e così via. Insomma dovremmo cominciare a rinunciare mentalmente a ricorrere al paradigma della punizione come modalità di reazione a fenomeni disfunzionali, coinvolgendo esperti dotati delle più varie competenze per ideare modalità di reazione più intelligenti; lo suggerisce e raccomanda, ad esempio, la filosofa statunitense Martha Nussbaum. Concludendo, in poche parole dovremmo derubricare termini come criminalità e pena e parlare invece di disfunzioni o patologie sociali e di rimedi sociali a carattere preventivo o terapeutico.

Quindi mi pare lei sia d’accordo con l’abolizione del carcere. Il percorso dovrebbe partire dall’abolizione dell’ergastolo?

Si dovrebbe partire dall’eliminazione della pena dell’ergastolo, sono d’accordo. Non a caso sono tra gli autori del recente volume collettivo ‘Contro gli ergastoli’, curato da Stefano Anastasia, Franco Corleone, Andrea Pugiotto (Futura, Roma 2021, pp. 250). Tra gli altri, Anton Cechov ha già nel 1890 scritto che ‘la pena capitale, sia in Europa che da noi, non è stata abolita, bensì camuffata sotto altre vesti, meno scandalose per la sensibilità umana’ e che l’ergastolo è una pena inumana perché innanzitutto incompatibile col diritto umano alla speranza. Ma ancora c’è tanta strada da fare per riuscire ad abolire l’ergastolo.

Gli autori del libro “Abolire il carcere” hanno immaginato un percorso per abolire il carcere che comprende: giurisdizione penale minima, eliminazione della carcerazione preventiva, potenziamento delle misure alternative, riduzione dell’ambito di applicazione del 41bis. Però oggi ancora si sente parlare di costruzione di nuovi carceri. Lei è d’accordo con quel percorso tracciato e dal punto di vista dell’architettura, quale sarebbe per lei un carcere ideale?

Dal mio punto di vista non esiste un carcere ideale. Non sono favorevole alla costruzione di istituti carcerari nuovi o più moderni, parteggio piuttosto per la progressiva riduzione del carcere. Non un carcere migliore ma quanto meno carcere possibile, limitando la carcerazione ai soli casi in cui non se ne può fare davvero a meno, cioè di soggetti di così comprovabile pericolosità da doverli tenere sotto controllo intramurario. Almeno finché non riusciremo ad inventare appunto qualcosa di meglio, di più intelligente e di più utile.

Nel nostro Paese in cosa si può sperare?

Con l’ottimismo della volontà direi che dovremmo sperare nella futura capacità di promuovere forme di pedagogia collettiva che pongano e diffondano le basi culturali per una drastica riduzione dell’utilizzo del carcere, spiegando alla maggioranza dei cittadini che il carcere quasi mai è la medicina e che, ribadisco, in non pochi casi funziona come un veleno e che perciò può risultare non solo inutile ma anche controproducente. E il suo impiego comporta uno spreco di risorse pubbliche che potrebbero avere una destinazione migliore.

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