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Riforma del Csm, l’Anm proclama lo sciopero

Cassazione
L'obiettivo sarebbe quello di astenersi dai processi nel giorno stesso in cui la riforma approderà nell'Aula di Palazzo Madama
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L’Assemblea generale dell’Anm ha deciso: lo sciopero contro la riforma del Csm e dell’ordinamento giudiziario si farà. Spetterà ora alla Giunta esecutiva centrale stabilire il prima possibile la data. Per farlo bisognerà prima conoscere il calendario dei lavori del Senato: l’obiettivo sarebbe quello di astenersi dai processi nel giorno stesso in cui la riforma approderà nell’Aula di Palazzo Madama, non quando inizieranno i lavori della Commissione Giustizia. Questa la sintesi della mozione unitaria approvata con 1081 voti favorevoli che prevede, tra l’altro, «qualora non vi fossero modifiche idonee ad elidere le criticità del progetto di riforma, a prevedere tempestivamente nuove forme di protesta, non esclusa l’astensione». Come previsto dal Codice di autoregolamentazione dell’Anm, «la proclamazione dell’astensione dalle funzioni giurisdizionali sarà comunicata almeno dieci giorni prima dell’inizio, con indicazione della durata e delle motivazioni, alla presidenza del Consiglio dei ministri e al ministro della Giustizia».

Non è passata invece la mozione dei 101 che immaginava «almeno tre giorni di astensione periodica fino alla modifica delle disposizioni che attentano all’indipendenza interna ed esterna della Magistratura», così come è stato respinto l’emendamento di Stefano Celli che chiedeva di prevedere «la possibilità di revoca [dello sciopero] in caso di positivi riscontri» dall’interlocuzione con le forze politiche.

Era stata presentata anche una terza mozione da Magistratura Democratica che poi è stata ritirata perché il blocco principale è stato inserito in quella unitaria. Come ci ha spiegato Stefano Musolino, segretario di Md, «siamo favorevoli alla giornata di astensione sole se prima verranno messe in atto le iniziative che abbiamo elencato», tra cui l’organizzazione «in collaborazione con gli ordini forensi, i rappresentanti del personale amministrativo» di «una manifestazione pubblica, invitando alla stessa tutti i cittadini e gli amministratori locali».

La lunga giornata di lavori si era aperta con la relazione del Presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia che era terminata con una standing ovation da parte della platea. Gli applausi per il vertice dell’Anm sono stati molti durante la sua relazione, a significare l’insofferenza che interessa giovani e meno giovani magistrati. Per una occasione così importante ci si sarebbe aspettati molta più affluenza, invece ci sono stati 121 delegati, oltre 50 singoli, per un totale di 1423 votanti, numeri che sono sintomo di una stanchezza da parte della base, che ancora non si è riavvicinata allo spirito associativo dopo quanto emerso dallo scandalo Palamara. E dagli interventi che si sono alternati è mancata la proposta alternativa: dalle toghe è venuto fuori solo un anatema sulla riforma subemendata dopo il Consiglio dei ministri ma nessuna proposta alternativa, solo una pars destruens ma non una costruens. Considerato che si sta puntando molto sulla comunicazione ai cittadini per spiegare perché questa riforma è deleteria sarebbe stato interessante non assistere solo ad una autodifesa, ma conoscere concretamente le proposte tecniche alternative, probabilmente riservate solo ai tavoli di confronto politico.

«Siamo consapevoli dell’importanza della riforma della giustizia ma vogliamo un’altra riforma», ha esordito Santalucia, per poi passare ad elencare gli aspetti più critici della stessa: separazione delle funzioni, disciplinare, valutazioni professionali. Le prima due immediatamente precettive, la terza da sottoporre ai decreti attuativi. «Come ho detto agli amici avvocati, non capisco perché il pm non dovrebbe sperimentare la funzione giudicante. Si va verso un pm isolato, sempre più vicino alle forze di polizia». E poi: «Non siamo eredi dello scontro politico giudiziario di Mani pulite. Ma vogliamo contribuire al dibattito pubblico e farci ascoltare dalla politica». E in sala ad ascoltarlo in prima fila c’erano i responsabili giustizia dei partiti: la dem Anna Rossomando, Giulia Sarti del M5S, Enrico Costa di Azione, Catello Vitiello di Italia Viva, Giulia Bongiorno della Lega, ai quali Santalucia si è spesso rivolto direttamente per sottolineare le distorsioni della riforma dal punto di vista delle toghe. Da Forza Italia hanno fatto sapere di non essere stati invitati.

La ministra Marta Cartabia era stata invitata ma come ha spiegato Santalucia «non sarà presente non per disattenzione né per disinteresse ma per rispetto», considerato quello che è stata chiamata a decidere l’assemblea, «ma è fortissima la sua disponibilità al dialogo». Tuttavia ha mandato il suo capo di gabinetto Piccirillo ad ascoltare i lavori. «Questa riforma non migliora il servizio e non velocizza i tempi della giustizia. Crea ulteriori adempimenti che saranno inevitabilmente burocratizzati», ha proseguito Santalucia. Si tratta, ha spiegato, di una scelta «inutile e credo anche dannosa. Noi dobbiamo avere coraggio nelle decisioni e con questa riforma si spegne il coraggio», riferendosi al fatto che nel fascicolo di valutazione verranno inseriti anche gli esiti degli affari. «Vogliamo resistere a un ingabbiamento nelle paure. State attenti, dico alla politica, perché un magistrato impaurito non sarà un miglior giudice. Così si sta solleticando il sentimento impiegatizio dei magistrati», ha aggiunto Santalucia, tra gli applausi.

È stata poi la volta dell’intervento del segretario Salvatore Casciaro: «Questa riforma, nata in una difficile congiuntura, appare viziata proprio dal risentimento. Nell’ultimo Comitato direttivo centrale del 19 aprile si è detto che è una riforma “contro” i magistrati non “per” i cittadini». Per Casciaro, la riforma approvata alla Camera è «permeata da logiche aziendalistiche, che mira all’efficienza e pensa ai tribunali come a catene di montaggio, che forniscono, possibilmente in tempi rapidi, un prodotto, poco importa se sia o meno di qualità. Una riforma che altera profondamente il modello costituzionale di giudice. Si potenzia la figura del dirigente dell’ufficio, e, accogliendo alcuni suggerimenti, anche del Cnf, lo si trasforma nel court manager».

Critico sulla riforma anche Angelo Piraino, segretario di Magistratura Indipendente: «Questa riforma completa quella Castelli-Mastella, aumenterà l’ansia di carriera» e allontana l’ipotesi di un ritiro dello sciopero per aprire un dialogo in vista dei decreti attuativi: «È sbagliato l’intero impianto della riforma. Bisogna correggere ora le storture».

Molto attesi erano gli interventi dei politici per capire se c’era un margine di apertura al dialogo per modificare il testo al Senato, scongiurando così lo sciopero.

Il primo parlamentare ad intervenire è stato Catello Vitiello: «Non ho mai demonizzato le correnti e la politica giudiziaria. Ma le riforme non vanno fatte sull’onda della patologia. La magistratura ha un ruolo fondamentale, io credo nella sua indipendenza, ma non nella sua autoreferenzialità. Deve contare il merito, e non l’appartenenza».

Verso la senatrice Giulia Bongiorno sono arrivati dei buu dalla sala quando ha detto che i suoi clienti le chiedono «se il giudice che mi andrà a giudicare è di destra o di sinistra», per poi aggiungere: «Questa riforma è blanda, non è incisiva, va migliorata al Senato perché adesso il tema politico è tra chi vuole cambiare la riforma e chi dice di no». W ha concluso: «Mi piacerebbe ricevere da voi idee costruttive. E se ci sono spunti utili sono pronta a portarli nelle sedi opportune».

Le ha risposto il leader di Area Eugenio Albamonte: «Qui il tema non è se riaprire o meno il dibattito in vista del Senato, ma chiedersi perché farlo? Per rincarare la dose? Per girare ancora il coltello nella ferita? Questa riforma per evitare l’appiattimento professionale rischia quello culturale». E ha aggiunto: «Su di noi ci sono dei cannoni puntati».

Il vice segretario di Azione Enrico Costa ha preso di petto il tema tanto criticato dai magistrati e che è frutto della sua battaglia parlamentare, ossia il fascicolo di valutazione: «Qualcuno sostiene che esso c’era già ma non è vero, c’era la regola ma mancava lo strumento. Mi sarei aspettato la protesta sulle regole. Comunque non si tratta affatto di una schedatura». E poi: «Le ingiuste detenzioni non sono fisiologiche, sono una patologia del sistema. Però lo Stato paga gli indennizzi ma non si volta indietro per capirne le cause». Infine: «Dal 2010 ad oggi, su 644 azioni intraprese per responsabilità indiretta dei magistrati, ci sono state solo 8 condanne in dodici anni. Vi invito dunque a riflettere sulla drammatizzazione degli effetti rispetto alle riforme in campo». Dopo il voto dell’Anm a favore dell’astensione ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Lo sciopero dei magistrati contro le valutazioni di professionalità è sbagliato e, se possibile, incrina ulteriormente la fiducia dei cittadini nei loro confronti. Era un finale già scritto, evidente di fronte ad una immotivata drammatizzazione quotidiana dei toni. Il Parlamento non si farà condizionare».

Mentre Anna Rossomando, senatrice e responsabile giustizia del Pd, precisando che «a noi piaceva il testo Cartabia così come approvato in Cdm» , ha assicurato: «Mon vedo il pericolo che voi state partecipando ma faremo molta attenzione e vigileremo su decreti attuativi. Chiaro che non si può mantenere l’esistente. Ma un conto è lo scontro, un altro il confronto».

Su una linea molto simile Giulia Sarti, responsabile Giustizia del M5S, che, quasi ponendosi alla opposizione della riforma appena approvata, ha spiegato così la sua ferma contrarietà alla riapertura del dibattito in Senato: «Noi saremmo molto disponibili a riaprire il dibattito ma per i numeri che ci sono lì, ci sarà il tentativo di introdurre la responsabilità diretta dei magistrati e altre misure che finora siamo riusciti a evitare. Qualcuno punterebbe ad annullare qualsiasi passaggio di funzioni». Si è poi presa l’applauso della sala quando ha detto: «Sull’hotel Champagne la magistratura ha dato le sue risposte, Palamara è fuori dalla magistratura e i consiglieri del Csm si sono dimessi. Ma Cosimo Maria Ferri invece resta al suo posto e il Parlamento ha respinto l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni».

Tra gli ospiti anche Gian Domenico Caiazza, presidente delle Camere Penali italiane, che ha fatto un intervento molto duro: «Come mai questo silenzio sul tema dei fuori ruolo? Io vi chiedo come mai questo vostro silenzio ostinato sul tema dei fuori ruolo, cioè un’unicità mondiale. Non esiste nessun altro Paese al mondo nel quale si formi un governo di qualsiasi colore e 200 magistrati vanno nell’Esecutivo». E poi il punto criticato dalla sala: «Non posso non rappresentarvi la sensazione della pretestuosità di alcune delle argomentazioni che sento più diffusamente proposte sui temi caldi e che quindi ci fanno sospettare che le ragioni siano altre. Ma perché pretestuosità? Perché la riforma del fascicolo – ha aggiunto Caiazza -, che per il resto esiste, come ha ricordato bene Costa, con quegli stessi criteri, valutazione degli esiti, significa valutazione di che cosa è successo nei gradi successivi, oggi lo fate con le cause a campione o quelle proposte da voi, e nella riforma si intende acquisire l’intera attività del giudice. Se si acquisisce l’intera attività del magistrato, la sentenza creativa, le sentenze creative, le 20 sentenze creative, ovviamente, non vengono nemmeno rilevate dalla statistica. Non è possibile rilevarle. Perché dovete fare, ci chiediamo con franchezza e con amicizia, questi discorsi pretestuosi? Perché bisogna dire qualcosa che non è? O dobbiamo immaginare, ma questo sarebbe l’ultimo dei consessi dove questo può accadere, che si vogliano delle norme che esistono formalmente ma che non funzionano nel concreto, cioè quella direttiva del 2007 che prevede le valutazioni ma che non le fa». E ha chiuso: «Come potete avere paura del vostro lavoro? Se noi pensiamo a un fascicolo con tutte le vostre sentenze, i provvedimenti, le ordinanze, come potete avere paura di voi stessi? Perché siete voi che vi giudicate».

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