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Draghi, la coperta corta e lo scostamento che prima o poi verrà

Draghi
Il presidente del Consiglio dei Ministri vuole rispettare i patti prima di chiedere flessibilità all'Unione Europea
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Il terreno sul quale ci si deve muovere è stato sconvolto da un terremoto di portata inaudita. Il governo finge di non essersene accorto. I partiti della maggioranza lo incalzano ma con poche speranze di forzare la mano a un Draghi che ha già fatto sapere, con l’intervista di alcuni giorni fa, di voler navigare a modo suo decidendo da solo rotta e velocità di crociera. Questo è lo stato di salute della politica italiana registrato dal termometro del Def.

Il Documento sarebbe poverissimo anche in circostanze normali. L’idea di mettere in campo una cifra che balla tra i 5 e i 6 miliardi di euro per fronteggiare la tempesta provocata da guerra e sanzioni, e ancora prima da un rialzo di prezzi dell’energia e dell’inflazione che non avevano atteso le bombe per prendere la rincorsa, è palesemente irreale e non realistica. Ma i fondi sul piatto sono quelli che sono, dei 25 miliardi a diposizione 20 sono già ipotecati dalle misure assunte per fronteggiare la crisi energetica prebellica e quel che resta non va oltre quei 5- 6 miliardi. La risoluzione di maggioranza chiede pertanto, unitariamente, di prepararsi allo scostamento di bilancio, cioè a fare nuovo debito, «qualora si verifichi un peggioramento dello scenario economico e le risorse disponibili non fossero sufficienti a garantire misure per la promozione di una crescita economica più elevata e sostenibile, nonché il sostegno di famiglie e imprese».

Il periodo è ipotetico solo formalmente. Le condizioni paventate sono in realtà una certezza. Mario Draghi però, almeno per il momento, quello scostamento di bilancio che pure sa essere necessario vuole evitarlo. Il ministro dell’Economia Daniele Franco nella cabina i regia che prima di pasqua aveva preceduto il varo del Def lo aveva fatto capire molto chiaramente: «Lo scostamento ci sarà ma non ora». Il problema è che le circostanze hanno costruito un vero e proprio labirinto dal quale il governo cerca una via d’uscita. Questo, secondo previsioni e dettati, doveva essere non solo un nuovo anno di ripresa dopo la mazzata Covid ma anche quello di un progressivo ritorno alla ” normalità”. Tra gli impegni ineludibili dell’Italia c’era appunto una prima e sensibile riduzione del debito, arrivato alle stelle, da altissimo che già era, in seguito alle misure imposte dalla crisi economica e sociale conseguita alla pandemia. Draghi intende rispettare quell’impegno, tanto che per quest’anno è prevista la riduzione del debito di ben quattro punti percentuali. Un nuovo scostamento andrebbe in direzione diametralmente opposta, aumentando invece di diminuire il debito.

Prima di muovere un simile passo Draghi vuole presentarsi al prossimo Consiglio europeo con le carte perfettamente in regola, in modo da poter insistere per una serie di interventi europei che per l’Italia sono di vitale importanza: tetto sul prezzo del gas, contrastato dai paesi del nord ma anche dalla Germania e definizione di un Energy Fund, sul modello del Recovery Fund anti Covid. Questi sono gli obiettivi ufficiali che saranno sul tavolo del Consiglio a maggio. È possibile che Draghi miri anche a qualcosa in più: un accordo con la Bce che permetta di fare nuovo debito, ritardando l’inversione di marcia, in nome della nuova emergenza.

Qui però il premier italiano si trova di nuovo nel labirinto perché la marcia dell’inflazione, accelerata da guerra e sanzioni rende molto più difficile per la Bce adottare una politica espansiva e largheggiare sul debito. Al contrario entro la fine dell’anno sarà quasi certamente inevitabile un rialzo dei tassi che accrescerà le difficoltà per la nostra economia rallentando ulteriormente la ripresa. Ma questi sono calcoli che può permettersi un tecnico, un banchiere e un commissario. Non un leader politico. Non partiti che tra un anno e forse meno dovranno chiedere il voto a cittadini stremati dalla crisi. Per la politica un intervento corposo di sostegno a famiglie e aziende è urgente, non facilmente rinviabile a quando si sarà conclusa la partita all’interno di una Unione europea molto meno unita di quanto non finga di essere.

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