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Quella fragile tregua pasquale siglata tra le forze di governo

Draghi
La pace durerà poco. Il premier Mario Draghi sa che dopo le vacanze i partiti entreranno in piena campagna elettorale
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Non è quella che il Papa aveva chiesto e si aspettava per l’Ucraina, invasa e stuprata in tutti i sensi dalle truppe russe agli ordini dei vari generali sostituiti da Putin, ma dobbiamo accontentarci nei nostri modesti confini della tregua pasquale sopraggiunta nel governo, ma soprattutto nella sua maggioranza: non so francamente se più per stanchezza dei partiti o per la pazienza di Mario Draghi. Che ogni tanto è sembrato perderla negli ultimi tempi, anch’egli tentato da qualche strappo, eppure riuscito a resistere e a rimanere se stesso, cioè duro abbastanza per non deludere quanti hanno scommesso su di lui, a cominciare naturalmente dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Si deve probabilmente proprio al rapporto fortemente fiduciario col capo dello Stato, oltre che all’intervenuta crisi internazionale esplosa con la guerra della Russia all’Ucraina, se Draghi ha fatto buon viso a cattivo gioco, come si dice usualmente. E si è accontentato di una tregua che sa debolissima, perdurando tutte le tensioni, domestiche e non, che hanno messo a dura prova per un po’ anche i suoi nervi.

Più di un amico o collaboratore del presidente del Consiglio ha raccontato di averlo visto sbigottito davanti a certi sviluppi del cosiddetto dibattito o confronto politico, specie in occasione dell’incontro avuto direttamente con Giuseppe Conte. Che gli contestava disinvoltamente la volontà di aumentare le spese militari dopo avere concorso con i suoi due governi a farle salire ottemperando ad accordi presi nell’alleanza atlantica in un contesto internazionale peraltro migliore di quello creatosi adesso con l’aggressione di Putin all’Ucraina.

Draghi, con l’esperienza maturata già altrove ma rafforzatasi in questo anno e più di permanenza a Palazzo Chigi, sa che dopo Pasqua e Pasquetta i partiti della sua variegata maggioranza saranno ancora più impegnati di prima nelle loro beghe in terne ed esterne, peraltro immersi in una campagna elettorale amministrativa solo di nome, essendo evidente la portata politica del voto per le dimensioni del turno e per le circostanze.

Se negli ultimi giorni hanno fatto più notizia i rumori, chiamiamoli così, di un centrodestra confuso e diviso ma unito solo nel denunciare e temere agguati fiscali alla casa e ai risparmi, in realtà a impensierire di più Draghi, specie dopo quell’incontro per niente chiarificatore avuto con Conte, sono stati e sono gli umori serpeggianti fra i grillini sul terreno diventato primario della politica estera con la guerra in Ucraina.

Draghi sa che una cosa è il suo ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che lo affianca davvero in tutte le iniziative prese per solidarizzare con l’Ucraina, ridurre le dipendenze energetiche dalla Russia e tenere bel saldo il rapporto con gli Stati Uniti, un’altra cosa è Conte, appunto. Che non si lascia scappare occasione per sostenere che gli interessi europei non sono sovrapponibili – dice – a quelli degli americani, e viceversa. E condivide – presumo – ciò che un suo estimatore convinto e dichiarato come Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano scrive ogni giorno di Draghi: come di uno dei tanti «paracarri» che si ostinano a non capire la natura solo «regionale» della guerra condotta da Putin ma strumentalizzata da Biden per vendere il gas americano agli europei, più caro di quello russo e forse anche peggiore di qualità. Un Biden – ha scritto ancora Travaglio – che dà del macellaio e del genocida a Putin senza che Draghi ne prenda le distanze, diversamente da Macron in corsa per la rielezione all’Eliseo in concorrenza con la sostanzialmente putinofila di destra Marine Le Pen.

Draghi rispetto a Putin sarebbe «come Fantozzi col Megadirettore galattico», ha scritto ieri l’estimatore e nostalgico di Conte concludendo: «Anche i suoi lecchini preferiti sono rassegnati a salutarlo dopo il voto del 2023. Ma un anno è un’eternità: sicuri di poterci permettere altri 12 mesi di agonia? Non è meglio congedarlo subito? Chi non vuole farlo per noi lo lo faccia per lui». L’interlocutore, naturalmente, è sempre Conte più che Draghi.

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