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«Scioperare ora sembrerà assurdo, ma noi magistrati dobbiamo dare l’allarme»

Marcello Basilico
Parla il giudice di Genova: «In un momento drammatico come quello che viviamo, c'è il rischio che un segnale forte da parte nostra sia poco compreso: eppure abbiamo il dovere di farlo»
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Per Marcello Basilico, presidente della sezione Lavoro del Tribunale di Genova, già componente della giunta Anm per AreaDg, non è vero che la magistratura associata è restia al cambiamento. Anzi è stata propositiva anche all’interno della commissione Luciani, ma poi la riforma si è discostata da quel disegno. Lo sciopero? Rischioso, ma va dato un segnale perché sono in pericolo i valori fondanti della funzione giurisdizionale.

Luciano Violante ieri in una intervista a questo giornale ha detto che il no incondizionato delle toghe alla riforma Cartabia deriva dal fatto che sono in campagna elettorale. Condivide questa analisi?

Non sono d’accordo: la magistratura associata è stata propositiva rispetto al progetto di riforma del ministro Cartabia, esprimendo considerazioni favorevoli su gran parte dei contenuti presenti nella relazione della commissione presieduta dal professor Luciani. Poi però l’Anm è stata costretta a prendere progressivamente le distanze dal progetto riformatore nel momento in cui si è allontanato dal quel disegno iniziale, largamente condivisibile. L’Anm ha comunque provato ad avanzare delle proposte alternative ad esempio sulle cosiddette porte girevoli, rispetto alle quali abbiamo anzi anticipato la politica. Quindi non è vero che si dice sempre di no e che lo si fa perché c’è la campagna elettorale.

L’allontanamento dai lavori della commissione è avvenuto anche in riferimento a quella di Lattanzi sul processo penale. Cos’è che non funziona nel passaggio dalla proposta tecnica alla soluzione conclusiva?.

Non credo che i magistrati possano sindacare la scelte del governo di aderire o meno alle proposte di una sua commissione. Sappiamo però che all’interno di quella commissione la magistratura ha avuto una sua autorevole rappresentanza attraverso la quale ha potuto partecipare al progetto. Quando poi la magistratura, come altre categorie, ha visto che i contenuti della riforma hanno seguito altri percorsi, che non sono neanche quelli parlamentari, ma quelli di accordi politici, mi lasci dire, al ribasso, a quel punto si è vista tagliata fuori dalla possibilità di dare un proprio apporto tecnico.

Quando lei parla di percorsi diversi da quelli parlamentari cosa intende?

Mi riferisco, ad esempio, a quanto accaduto per la riforma del processo penale e in particolare al tema dell’improcedibilità. Se la proposta Lattanzi era governata da una costruzione organica, gli aggiustamenti successivi, inseriti per ragioni di mediazione politica sulla base di richieste che non avevano nulla di strettamente tecnico, hanno abbandonato il carattere della razionalità e della coerenza sistematica.

Sempre Violante ha detto: “L’esclusione dei consiglieri componenti la sezione disciplinare dalle commissioni che si occupano di incarichi è formulata in modo troppo rigido, ma la si può comprendere”. Cosa ne pensa?

Credo che sia meglio la conservazione dell’esistente piuttosto che una cattiva riforma. La rigidità della separazione tra i componenti delle commissioni, che pure Violante riconosce, è davvero incomprensibile. Non è certamente questo il punto focale della tutela corporativa che si attribuisce al regime disciplinare dei magistrati. Anche perché, se andiamo a vedere i numeri e la qualità delle sanzioni, rispetto a tutti gli altri funzionari della pubblica amministrazione, i magistrati risultano perseguiti molto più severamente.

Un aspetto molto criticato è il fascicolo delle performance.

L’individuazione dell’impegno e della qualità professionale di un magistrato non può essere basata solo su fattori d’ordine numerico. Si prevede che nel fascicolo informatico del magistrato si inserisca un elemento, culturalmente gravido di conseguenze, ossia il numero di sentenze riformate in Appello. Questo dimostrerebbe che il giudice di primo grado ha sbagliato, come se, invece, non potesse succedere che sia il giudice di grado superiore a sbagliare, considerato che la logica della giustizia è quella di affermare una verità processuale e non una verità assoluta. Noi abbiamo avuto nella storia grandissime riforme, pensiamo ad esempio al danno biologico: per anni i giudici sono andati contro le decisioni della Cassazione per poter affermare quello che era diventato un principio generale, ossia la tutela della persona che subisce un danno anche dal punto di vista biologico. Questo genere di esperienze giurisprudenziali, portate avanti con anni di cocciute e motivate decisioni, verrebbe meno con questa riforma. Si aggiunga che, così impostata, la proposta riformatrice accredita una visione culturale della magistratura di fatto gerarchica e accentratrice, contraria al principio d’indistinzione delle funzioni sancito dalla Costituzione.

Una questione che a noi interessa molto è quella del voto degli avvocati nei Consigli giudiziari al momento delle valutazioni di professionalità. Ci sarebbe il no da parte dell’Anm anche alla proposta di prevedere il parere del Coa e non del singolo avvocato, per evitare qualsiasi obiezione su paventati conflitti di interesse.

Mi sono espresso sul punto già in passato proprio sul vostro giornale, parlando per esperienza personale, dopo essere stato in due Consigli giudiziari e avere partecipato a gruppi di confronto sulle attività dei consiglieri in carica. Devo dire che ancora oggi l’apporto degli avvocati nei Consigli giudiziari purtroppo risulta in media, e salvo eccezioni, molto deludente: da quando dal 2008 ne fanno parte, abbiamo constatato un certo disinteresse da parte loro sulle questioni organizzative. In questo quadro è meglio un parere del Consiglio dell’Ordine piuttosto che del singolo avvocato. Sarà almeno una valutazione più ponderata. Ma francamente i tempi non mi sembrano ancora maturi per un passo del genere, in assenza di un approfondimento sulle esperienze comuni e sulla visione dell’avvocatura sui temi dell’ordinamento giudiziario.

La magistratura minaccia lo sciopero contro la riforma. Qualcuno sostiene che neanche ai tempi di Berlusconi era così compatta. E che nonostante gli scandali, invece di aprirsi alle riforme, l’ordine giudiziario sta facendo la solita difesa corporativa.

Non nego che uno sciopero in un momento per la collettività di grande sofferenza, tutta legata agli eventi che stiamo subendo, rischierebbe di non essere capito. Tuttavia è poco compresa anche la ragione di fondo che muove la magistratura associata: constatare che un complesso di norme, ciascuna di portata in apparenza non clamorosa, sia destinato a causare un arretramento culturale e istituzionale gravissimo, che mette in pericolo lo spirito che anima gli articoli 104 e 107 della Costituzione. Inevitabilmente quindi un segnale va dato, di testimonianza e di chiarimento pubblico sulle ragioni della lesione che la riforma apporterebbe ai valori fondanti della funzione giurisdizionale.

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