Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

I tormenti del “giudice” Ponzio Pilato e l’analisi di impatto delle sentenze della magistratura

processo
Un romanzo del sociologo francese Roger Caillois dedicato al Prefetto Romano che si lavò le mani davanti alla condanna di Gesù, apre un quesito ineludibile: la valutazione delle conseguenze può arrivare al punto di non assicurare la giustizia?
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Sono tanti gli autori di opere letterarie che hanno come protagonista Ponzio Pilato e che immaginano come quell’uomo abbia interiormente vissuto la decisione che ha cambiato la storia dell’umanità. Tra questi scrittori figura Roger Caillois, sociologo e critico letterario francese, che, nel 1961, pubblicò un breve romanzo dal titolo appunto Ponzio Pilato, edito in Italia da Sellerio (2017). L’opera comincia ricostruendo l’antefatto noto: Anna e Caifa si presentano da Pilato per comunicargli che il Sinedrio aveva condannato a morte Gesù e per chiedergli, come rappresentante dell’autorità romana, di ratificare la decisione. Ciò che caratterizza il romanzo sono alcuni dei personaggi che Pilato incontra.

Il primo è il suo collaboratore Menenio, Prefetto del Pretorio. Egli, con la freddezza propria dell’uomo di governo, analizza la situazione e non nasconde la sua preoccupazione per i possibili tumulti che l’assoluzione di Gesù avrebbe potuto provocare. Giunge così all’unica conclusione utile ad uscire dal ginepraio che si era creato: «È utile che un uomo perisca per la salvezza del popolo. O, espresso altrimenti: meglio un’ingiustizia d’un disordine». Quella conclusione comincia a dare corpo, in Ponzio Pilato, alla convinzione che tollerare l’esecuzione di Gesù, potendo impedirla, era altrettanto colpevole che assassinarlo a sangue freddo.

Il secondo personaggio è un amico di Pilato, Marduk, che immagina il mondo che sarebbe venuto con l’affermarsi della religione cristiana: «Non ci saran più né signori né schiavi. Se le loro predizioni si avvereranno, le relazioni tra gli uomini saranno per sempre trasformate. Gli anni non si conteranno più dalla fondazione di Roma, ma dalla nascita del Maestro di Giustizia». Marduk enumera tutte le possibili conseguenze della vittoria della nuova dottrina: il suo diffondersi presso gli umili, l’inquietudine dei poteri pubblici, le inevitabili persecuzioni, il coraggio dei martiri, la conversione dell’Imperatore. Ma immagina anche, nei secoli a venire, le eresie, i concili, gli scismi, le crociate e molto altro ancora. Marduk sottolinea che tutti quegli eventi futuri sarebbero stati intimamente concatenati tra loro e ancorati alla decisione che Pilato avrebbe dovuto prendere: il Cristianesimo non avrebbe avuto nessuna possibilità di affermarsi se Gesù fosse morto di vecchiaia; era necessario il martirio.

L’ultimo personaggio peculiare è Giuda. Ma Pilato incontra un Giuda molto diverso da quello inchiodato al ruolo di traditore che ben conosciamo: «Il mio nome è quello di un vagabondo ma è anche quello dello strumento della Divina Provvidenza. Attraverso il mio ministerio, tutto sarà adempiuto. Il mio ministerio e il vostro, Ponzio Pilato. Fin d’ora i nostri due nomi saranno legati per l’eternità: il Vile e il Traditore. In realtà l’Intrepido e il Leale per eccellenza, colui che fu debole per necessità, e l’altro così devoto che accettò per amore di essere bollato per sempre dal marchio della perfidia. Sarai esecrato, ma consòlati. Egli sa che non avrebbe mai potuto riscattare gli uomini senza il mio preteso tradimento e senza la tua falsa viltà». In sintesi: rifiutarsi di avallare la condanna di Gesù avrebbe avuto come conseguenza il fallimento del progetto divino.

La parte finale del libro dipinge il tormento di Ponzio Pilato. Egli è consapevole di tutte le conseguenze della sua decisione: la ragion di Stato evocata da Menenio, l’importanza della nascita della nuova religione per il bene dei rapporti tra gli uomini (pur tra mille contraddizioni) prospettata da Marduk, il realizzarsi del disegno divino di cui Giuda è consapevole di essere strumento come lo stesso Pilato. Ma in lui è sempre più radicata la convinzione che preoccuparsi di quelle conseguenze ha un prezzo altissimo: avallare la condanna di un uomo innocente. Se vorrà, il lettore potrà gustare fino in fondo il libro di Caillois per conoscere l’epilogo dell’opera.

Leggendo il volume mi è tornato in mente un tema da tempo dibattuto: il giudice deve preoccuparsi delle conseguenze delle proprie decisioni? Per comprendere l’importanza del problema è sufficiente richiamare i casi nei quali le pronunce hanno grande impatto economico (si pensi al sequestro di grandi imprese che hanno ricadute sull’occupazione); oppure i casi in cui la decisione ha conseguenze perniciose per un alto numero di persone (si pensi all’annullamento di un concorso pubblico che giunge però tanti anni dopo il momento in cui i vincitori hanno preso servizio e, magari, hanno messo su famiglia per poi ritrovarsi senza posto di lavoro).

In ogni caso non è facile operare una valutazione puntuale dell’impatto delle decisioni dei giudici: occorrerebbe individuare dei parametri, un po’ come la legge fa in materia di valutazione di impatto della regolazione. Resta però la domanda ineludibile: la valutazione delle conseguenze può arrivare al punto di non assicurare la giustizia nel caso concreto?

Ultime News

Articoli Correlati