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Giuseppe Marra: «Chi non trova neanche 25 firme è meglio che non si candidi»

Giuseppe Marra
Per il consigliere del Csm di Autonomia e Indipendenza «il sistema per depotenziare le correnti sarebbe stato quello di prevedere dei collegi elettorali piccoli a livello di distretto»
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Oggi terminano i nostri faccia a faccia sui quesiti referendari, proposti da Lega e Partito Radicale. Concludiamo con il quesito che vuole abrogare l’obbligo, per un magistrato che voglia essere eletto in Csm, di trovare da 25 a 50 firme per presentare la candidatura. Secondo i promotori avremmo “così votazioni che mettono al centro il magistrato e le sue qualità personali e professionali, non gli interessi delle correnti o il loro orientamento politico”. Ne parliamo con il consigliere del Csm Giuseppe Marra, di Autonomia e Indipendenza.

Consigliere, votare sì o no al quesito?

Questo quesito è del tutto inutile. Eliminare questa norma non cambia nulla perché qualunque magistrato che goda di un minimo di stima e fiducia nel suo ambiente riesce molto facilmente a trovare 25 colleghi che sottoscrivono la sua candidatura, anche se alle spalle non ha alcun gruppo associativo a sostenerlo. Davvero mi sfugge l’utilità di questo quesito referendario.

I promotori sostengono però che solo coloro che hanno una corrente a sostenerli possono giocarsi la partita.

Se un collega non riesce a raccogliere neanche 25 firme vuol dire che è meglio che non si candidi. Per quanto le correnti possano avere la forza di condizionare il voto, sono assolutamente convinto che un magistrato stimato possa trovare persone che lo candidino senza grosse difficoltà. Aggiungo poi che l’emendamento Cartabia elimina la norma: per cui, se nelle prossime settimane venisse approvata la riforma così come pensata dal governo, il quesito verrebbe meno.

Ma allora come si depotenziano le correnti nella elezione del Csm?

Secondo me il sistema migliore sarebbe stato quello di prevedere dei collegi elettorali piccoli a livello di distretto in modo da consentire a tutti i magistrati che si vogliono candidare, anche quelli che non hanno alle spalle un gruppo organizzato, di fare la campagna elettorale nelle stesse condizioni di partenza. Fare campagna elettorale significa girare negli uffici: se si tratta di farlo in quelli del distretto in cui si lavora, nel proprio territorio il magistrato che è stimato e conosciuto può essere eletto anche senza l’appoggio delle correnti. Quando invece ci sono, come attualmente, un collegio unico nazionale o come nella bozza Cartabia dei macro collegi molto ampi è chiaro che il singolo magistrato, il cosiddetto indipendente, è svantaggiato in quanto, quando esce dal suo distretto, non lo conosce nessuno. Forse solo Nino Di Matteo, che il gruppo di Autonomia& indipendenza ha sostenuto ma che certamente non appartiene a nessuna corrente, è riuscito ad essere eletto perché ha una notorietà nazionale che hanno pochissimi in Italia, i giudici men che meno.

Lei come si spiega il fatto che una riforma così importante come quella del Csm e dell’ordinamento giudiziario ancora non sia approdata in Aula, con il rischio che il dibattito venga seriamente compromesso?

Addebito questo ritardo alle divisioni all’interno del governo così eterogeneo. Una volta che il ministro Bonafede è stato sostituito è come se si fosse ricominciato da zero. E poi, come abbiamo appurato leggendo i giornali, le forze che lo appoggiano sono divise. Per questo si è cercato di prendere tempo per trovare una mediazione ma sembra che l’accordo sia ancora lontano. Anzi, si rischia che in Commissione Giustizia della Camera passi il sorteggio grazie a una maggioranza diversa rispetto a quella governativa in quanto ci sarebbe l’appoggio anche di Fratelli d’Italia.

Da quanto emerso dalle discussioni in plenum a voi questa riforma non piace. Qual è il punto più critico?

A parole è stato fissato un obiettivo, ossia quello di limitare il potere o comunque il condizionamento delle correnti sia nel momento elettorale sia successivamente nell’attività del Csm. Tuttavia gli strumenti proposti – legge elettorale ma anche tutto il resto per quanto concerne la nomina dei direttivi e le valutazioni di professionalità – non hanno la forza di incidere sulla capacità delle correnti di influenzare questi momenti. Anzi, per certi versi, la situazione viene addirittura peggiorata se solo pensiamo alla proposta di modifica della legge elettorale: in plenum non c’è stato nessun togato né laico che abbia difeso questo sistema di voto. L’introduzione di una quota di eletti con un sistema di fatto proporzionale è stato un passo avanti, ma esso è limitato perché riguarda solo cinque eletti su venti togati. È pertanto evidente l’inadeguatezza delle proposte rispetto allo scopo prefissato, pur consapevoli tutti che non esiste una legge elettorale perfetta e priva di controindicazioni.

Come se lo spiega? È stata fatta la Commissione Luciani, la ministra ha tenuto degli incontri anche con l’Anm. Eppure alla fine non piace alle forze politiche, non piace ai magistrati, non piace agli avvocati, se pensiamo alle dure critiche mosse dall’Unione Camere Penali.

Sinceramente non me lo so spiegare. La ministra ha istituito una Commissione ma poi non ha seguito le sue indicazioni, non ha dato ascolto all’Anm e da quello che leggo appunto anche l’avvocatura penalista è scontenta. Come ho ribadito nel mio intervento in plenum non si riesce a comprendere la ratio di questa riforma. Mentre nella riforma Bonafede c’era un filo conduttore, un’idea di fondo abbastanza chiara invece nella riforma Cartabia, a mio avviso, questo non è riscontrabile.

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