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Palmesano: «Io, vittima della camorra e della politica perché scrivo la verità»

Enzo Palmesano
Licenziato dal giornale per ordine del boss del suo paese e messo da parte per aver contrastato l’antisemitismo e le discriminazioni
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«Enzo Palmesano è il mio maestro», parola di Roberto Saviano. L’autore di “Gomorra” conosce da anni il giornalista, licenziato dal Corriere di Caserta su ordine del boss Vincenzo Lubrano. Come ha dichiarato a Fanpage: «Con Enzo, in realtà, ho come iniziato ad annusare il territorio intorno a casa mia. Da ragazzino, insieme a un mio amico, andammo a Pignataro Maggiore, il suo paese. Ci mostrò le ville dei boss. Leggerlo mi aveva dato subito la sensazione che si trattasse di un modo diverso di raccontare quella realtà e anche un modo diverso fisico di stare in quella realtà. Al ristorante Enzo li vedeva e lo scriveva, li vedeva incontrare un assessore e lo scriveva, li vedeva star vicino a certi ambienti e lo scriveva. Questo stargli addosso era un modo per toglierli la cittadinanza e impedirgli di ammorbare quel territorio».

È lo stesso boss di Pignataro Maggiore a paragonare Enzo Palmesano a Giancarlo Siani, assassinato nel 1985 dai Nuvoletta, imparentati con Vincenzo Lubrano, condannato all’ergastolo come uno dei mandanti, insieme al cassiere della mafia Pippo Calò, dell’omicidio del sindacalista di Maddaloni, Franco Imposimato, fratello del giudice Ferdinando, l’11 ottobre 1983. La vicenda di Enzo Palmesano, vittima di reato di tipo mafioso, comincia all’inizio degli anni 2000, quando da collaboratore esterno del Corriere di Caserta conduce una serie di inchieste sul clan Lubrano, vicino ai Corleonesi di Totò Riina, proprio grazie ai rapporti con i Nuvoletta.

Dopo una serie di intimidazioni e tentativi di screditarlo, il boss Vincenzo Lubrano chiede a un suo uomo, il nipote acquisito, Francesco Cascella, di andare a parlare con il direttore del giornale per impedire a Palmesano di continuare a scrivere. Il cronista è licenziato. I fatti sono emersi in alcune intercettazioni, nelle quali Lubrano minaccia anche di far fare al giornalista la stessa fine di Siani, e sono contenuti nella sentenza di condanna per Cascella del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, confermata dalla corte d’Appello di Napoli. Dalle intercettazioni ambientali è emerso che il boss Vincenzo Lubrano parlava sempre di due giornalisti “che scassavano “o cazzo”: di Giancarlo Siani e di Enzo Palmesano.

Di quella sentenza storica della corte di Appello di Napoli del 2017 nessuno ne parla, tranne la voce isolata di Roberto Saviano, poi ripresa da Nadia Toffa nel programma Openspace. Enzo Palmesano si sente condannato a una morte civile. Il 26 gennaio 2021 il giornalista scrive in una lettera all’allora presidente dell’Ordine dei giornalisti Carlo Verna: “Vista la gravità della situazione attendevo una telefonata, ma al momento non ho avuto risposte dopo quasi 20 anni, cosa si aspetta per prendere posizione? Aspettiamo che ci scappi il morto?”. Palmesano lamenta di aver «chiesto conto ai camorristi costituendomi parte civile nel processo, ma ora è il momento che l’Ordine dica se vuole prendere posizione e schierarsi dalla parte di un iscritto che ha rischiato e rischia ancora, insieme con la sua famiglia», Quella lettera sortisce un primo effetto.

Il presidente della Federazione nazionale della stampa, Giuseppe Giulietti, ha chiesto al Comitato per la tutela dei giornalisti minacciati della commissione Antimafia che venga ascoltato. Il 4 febbraio scorso, il vicedirettore dell’Agi, Paolo Borrometi, che vive sotto scorta dal 2014 per le minacce per i suoi articoli, è stato sentito con il segretario della Fnsi Raffaele Lorusso e Giulietti, che hanno anche segnalato al Comitato il caso di Palmesano. Ed è ancora Roberto Saviano a scandalizzarsi del silenzio dopo la pronuncia della Corte di Appello di Napoli: «Enzo ha mostrato, e la sua vita lo dimostra, quanto sia complicatissimo fare questo mestiere in un territorio dove l’isolamento è immediato. Quando ho letto la sentenza, mi aspettavo, confesso, un cataclisma internazionale. Un caso unico in assoluto dove un’organizzazione criminale, secondo una sentenza della Repubblica Italiana, ha chiesto la rimozione di un giornalista. E invece c’è stato il grande silenzio, come sempre».

E quando, a dicembre 2021, la Cassazione ha annullato la sentenza della Corte di Appello di Napoli che nel 2016 aveva ridotto il risarcimento da 60mila a 6mila euro per il danno causato alla società editrice del Corriere di Caserta e Cronache di Napoli per plagio di tre articoli contenuti in “Gomorra”, Saviano laconicamente dichiara: «Vi ho sputtanato e ne vado fiero. Mi detestano da quando ho raccontato la vicenda di Enzo Palmesano». Il suo è un giornalismo investigativo che porta avanti con tenacia. Si ricorda la sua prima intervista fatta a Giuseppe Prezzolini, con un telefono a gettoni da una cabina di Pignataro Maggiore. Un tempo si autodefiniva un “fascista di sinistra”, capo del politico del Secolo d’Italia, poi direttore del Roma. Fu tra quelli che, nel Msi prima e in Alleanza nazionale poi, contrastò ogni forma di antisemitismo e di discriminazione verso l’omosessualità.

Da componente dell’Assemblea nazionale di An al congresso a Fiuggi, il 27 gennaio 1995, presentò il famoso “emendamento Palmesano” che condannava l’antisemitismo e le leggi razziali che fu approvato. E da lì, come più volte ha ricordato, è partita la sua epurazione negli ambienti politici della destra perché considerato “ebreo”. Ai tanti colleghi che vivono una situazione analoga alla sua, Enzo Palmesano chiede di non mollare e trovare la forza di andare avanti, perché «l’unica cosa di cui si può avere paura è la paura stessa».

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