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Referendum giustizia, toghe sulle barricate: «A rischio la nostra indipendenza»

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A 24 ore dalla decisione della Consulta di ammettere cinque quesiti referendari sulla giustizia, le toghe si ricompattano e si schierano a difesa dell’ordine giudiziario, vittima, sostengono, di un attacco che mira alla delegittimazione
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Attacco all’indipendenza della magistratura, provocazione, dilettantismo. A 24 ore dalla decisione della Consulta di ammettere cinque quesiti referendari sulla giustizia, le toghe si ricompattano e si schierano a difesa dell’ordine giudiziario, vittima, sostengono, di un attacco che mira alla delegittimazione. E questa volta l’appartenenza correntizia non crea divisioni: sulle barricate ci stanno proprio tutti, da destra a sinistra. Un atteggiamento che riporta alla memoria la battaglia intrapresa dalla magistratura contro la riforma costituzionale disegnata da Matteo Renzi, definita «autoritaria», tanto da mettere a rischio «l’architettura democratica della Repubblica». Anche all’epoca, a rischio ci sarebbe stata l’indipendenza della magistratura.

Secondo Md, che aveva deciso di aderire al “Comitato per il no” al referendum, la riforma avrebbero ridotto i componenti di nomina parlamentare di Consulta e Csm a «espressione della sola maggioranza, qualunque essa sia», determinando con ciò una «pericolosa involuzione» dell’assetto democratico del paese. Nulla di nuovo sotto al sole, dunque. Anche oggi a preoccupare è il passo in avanti della politica, che si libererebbe da un lato di uno dei gioghi più pesanti, la legge Severino, aumentando dall’altro il proprio potere sui magistrati.

A lanciare la sfida, ieri, è stato Armando Spataro, ex procuratore di Torino, secondo cui è il momento di porre fine a «questa persecuzione dei pm come unici responsabili dei mali della giustizia». Un’affermazione, la sua, che è anche un appello agli ex colleghi e alla società civile, ai quali chiede «un forte impegno a favore del “no” alla loro approvazione in modo particolare sulla separazione delle carriere».

A condividere la sua posizione anche l’ex procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli, che al Dubbio spiega le ragioni del suo no. A partire dal quesito sulla separazione delle funzioni, definito «una “provocazione”», data la sua complessità, 1500 parole che rappresentano «un astruso ginepraio di ostica lettura e comprensione persino per gli “specialisti”». Ma al netto della difficoltà interpretativa, separare le funzioni «è quanto meno l’anticamera della dipendenza del pm dal potere esecutivo». Una politica, quella italiana, macchiata «da vicende oscure» più che altrove, insomma: un po’ come mettere «la volpe dentro al pollaio».

Ma a rischio ci sarebbe anche la sicurezza: se passasse il referendum sulle misure cautelari, con l’esclusione dai requisiti del pericolo di reiterazione del reato, gli autori di gravi delitti, come gli stalker e i truffatori di anziani, sarebbero liberi di circolare. L’abrogazione della legge Severino, sostiene, rappresenta una «pubblicità ingannevole», con ricadute pesanti sugli organi democratici. E poco importa se è stato un altro magistrato – Carlo Nordio, ex procuratore aggiunto di Venezia – a dire che quella legge, nata per «ragioni di demagogia politica», confligge con la Costituzione, «che stabilisce la presunzione di innocenza, dato che è applicabile anche alle sentenze che non sono passate in giudicato». Caselli non risparmia nemmeno il quesito sulle candidature “libere” al Csm, ovvero senza più l’obbligo di raccogliere le firme, con lo scopo di eliminare il correntismo. Una proposta ambiziosa, non fosse che rappresenta «la sagra dei dilettanti»: insomma, non è certo questo il modo per eliminare le correnti, sostiene l’ex procuratore, che apre uno spiraglio al diritto di voto degli avvocati nei consigli giudiziari, purché gli stessi si sospendano dall’attività professionale, per evitare «conflitti» e «sospetti».

Un punto di vista diverso quello di Paolo Borgna, ex procuratore reggente a Torino, secondo cui «i magistrati hanno bisogno di essere valutati da altri. Trovo che sia un modo di evitare che la loro sacrosanta indipendenza, che è sempre da difendere, si trasformi in separatezza dalla società».

L’unico sospiro di sollievo, per le toghe, è l’inammissibilità del quesito sulla responsabilità diretta, definito dal presidente dell’Anm, Giuseppe Santalucia, una sorta di «intimidazione». Un concetto che ieri è stato ribadito dal segretario del sindacato delle toghe, Salvatore Casciaro, che a Radio 24 ha spiegato come «la responsabilità indiretta», comune a tutti i Paesi europei, rappresenti una sufficiente «tutela del cittadino». Chiedere il risarcimento direttamente al magistrato sarebbe invece una potenziale intimidazione: eliminare il «diaframma» rappresentato dallo Stato potrebbe determinare «situazioni di condizionamento del giudice».

Così come limitare il passaggio tra le funzioni – che riguarda attualmente solo il 3 per cento dei magistrati e che secondo Santalucia avvicina il pm al modello del giudice e non a quello del poliziotto -, rischierebbe di impoverire la cultura della giurisdizione: l’osmosi, infatti, sarebbe «una fonte di arricchimento per il pubblico ministero, che partecipa in questo modo, anche a garanzia dei cittadini, alla cultura della giurisdizione». Alcuni temi, inoltre, dovrebbero essere affrontati dalla politica, ha spiegato Casciaro, con «un’assunzione diretta di responsabilità nell’azione riformatrice».

Più o meno la stessa posizione di Angelo Piraino, segretario nazionale di Magistratura Indipendente, secondo cui il «fondamentale» strumento referendario ha comunque «dei limiti invalicabili, perché consente solo di abolire delle norme, non di riscriverle». Compito, quest’ultimo, che spetta al Parlamento, «che è chiamato a dare delle risposte a quei cittadini, e sono tanti, che hanno firmato a sostegno dei quesiti dichiarati inammissibili». Bene il dibattito, affinché i cittadini possano scegliere in maniera completa e compiuta, ma «è fondamentale – sostiene – comprendere che da alcune di queste scelte dipende l’indipendenza della magistratura, che non è un privilegio, ma una garanzia per tutti. Ogni cittadino ha il diritto a che il suo processo si svolga davanti a un magistrato che non sia soggetto a pressioni o condizionamenti, sia esterni che interni».

Per Mariarosaria Savaglio, segretaria nazionale di Unicost, i quesiti giudicati ammissibili pongono «una serie di problemi che impattano sulla coerenza dell’ordinamento giuridico». A partire da quello sulle misure cautelari, che fa sorgere un problema «di tutela della collettività poiché, escludendo le esigenze cautelari di reiterazione del reato e di inquinamento probatorio, tra l’altro, non solo in ordine alla custodia cautelare in carcere, ma per tutte le misure cautelari, si lascerebbero privi di tutela i cittadini vittime di reati che destano grave allarme sociale, pur non essendo commessi con armi e violenza».

No anche al diritto di voto degli avvocati sulla valutazione dei magistrati, dati i problemi di «terzietà e imparzialità del magistrato rispetto a soggetti che continuano a svolgere la professione, con il rischio di creare disparità di trattamento rispetto alle parti processuali, anche private, come ad esempio nel giudizio civile». E non serve porre ulteriori limiti alla separazione delle funzioni, già oggi sufficienti, secondo Savaglio. «Separare in maniera ancora più netta le funzioni e depotenziare il principio di unicità della giurisdizione – conclude – costituirebbe solamente una diminuzione delle garanzie per il cittadino, poiché il pm è il primo filtro circa la fondatezza delle notizie di reato, non avendo alcun interesse a conseguire un risultato». Insomma, la politica è avvertita.

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