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Torino: «Coesione e confronto: avvocatura unita per uscire dalla selva oscura»

Simona Grabbi, presidente dell'Ordine degli Avvocati di Torino
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La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Torino, Simona Grabbi, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022.

Sig. Presidente della Corte di Appello di Torino,

Sig. Procuratore Generale della Repubblica,

Sig. Presidente del Tribunale,

Sig. Procuratore della Repubblica,

Signori Giudici e Signori Giudici onorari,

Autorità religiose, civili e militari,

Colleghe e Colleghi, Istituzioni e cittadini, presenti e da remoto,

rivolgo, in occasione di questa importante cerimonia, a Voi tutti il saluto del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Torino e il mio personale quale sua Presidente.

È difficile perfino per chi – come gli Avvocati – è abituato a essere combattivo, celebrare per la seconda volta l’inaugurazione dell’anno giudiziario in un contesto ancora pesantemente influenzato dalla pandemia, dalle sue ennesime varianti e dai loro altalenanti effetti sulla salute e sull’economia pubblica. Dobbiamo riconoscere che la strategia nazionale della campagna vaccinale ha portato a esiti insperati, se solo pensiamo alla situazione del nostro Paese esattamente un anno fa, quando era da poco passato il V-day del 27 dicembre 2021 celebrato in tutta Europa. Proprio grazie all’anno del vaccino, possiamo oggi dire: e quindi uscimmo a riveder le stelle.

L’ultimo verso dell’inferno della divina commedia di Dante Alighieri, il sommo poeta celebrato nel 2021 a 700 anni dalla sua morte. Ma quanti altri versi dell’inferno dantesco in questo drammatico periodo ci sono sovvenuti? Non voglio rievocare fatti tristemente noti, ma se solo pensiamo alle immagini della città di Bergamo nell’aprile del 2020, con le code degli automezzi militari per trasportare le vittime, l’immagine simbolo della prima ondata pandemica nel nostro Paese che difficilmente riusciremo mai a dimenticare, come non pensare «per me si va a perduta gente, per me si va nell’etterno dolore». Ci dicevamo “andrà tutto bene”, e lo si vedeva scritto ovunque. Ma non è andato tutto bene.

Certo anche Dante Alighieri, padre della nostra lingua, avrebbe storto il celebre naso a fronte di questi slogan – l’andrà tutto bene’ nel corso della prima ondata pandemica, o ‘dobbiamo abituarci a convivere con il virus’ nel corso delle successive -, slogan così enfaticamente riduttivi della gravità della pandemia mondiale, dei suoi effetti sulla salute pubblica, sulla scuola, sull’economia di ciascun paese.

La pandemia ci ha indubbiamente insegnato tante cose e, una fra queste, che il benessere sociale ed economico è strettamente legato allo stato di salute della popolazione. L’economia del nostro paese, solo un anno fa, nel settembre del 2020, si era contratta ad un tasso paragonabile a quello registrato nel secondo dopoguerra. Dopo oltre un anno, dopo aver attraversato una selva oscura, riusciamo a vedere il bagliore della ripresa della nostra economia e la possibilità di superare problemi strutturali che sono stati una zavorra per lo sviluppo del Paese in questi ultimi 30 anni. Gli ingenti finanziamenti europei sono infatti un’occasione unica e irripetibile per il riavvio dell’economia. Ben 222 Miliardi, di cui 191 finanziati attraverso il Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza e 30,6 miliardi attraverso il Fondo complementare a valere sullo scostamento pluriennale di bilancio. La ripresa è più intensa delle attese e l’Italia è tornata a essere un paese in crescita e credibile anche agli occhi degli investitori.

Ma ci avviamo verso un rinascimento anche nella nostra amata giustizia? Prometteva la Ministra Cartabia il 25 aprile 2021 (come sembra lontano, vero?), prima della approvazione del Piano nazionale e della sua ratifica da parte della Commissione europea. «Una giustizia rapida e di qualità è fondamentale anche per lo sviluppo economico: aiuta la crescita, stimola la concorrenza e la competitività, facilita il credito bancario, aiuta gli investimenti. Una riduzione della durata dei processi civili del 50% può accrescere la dimensione media delle imprese italiane di circa il 10%. Una riduzione da 9 a 5 anni dei tempi di definizione delle procedure fallimentari può generare un incremento di produttività dell’economia dell’l,6%. Occorrono riforme dei processi, digitalizzazione, assunzione di personale, ristrutturazioni edilizie. Aumenteremo gli organici, completando il reclutamento del personale amministrativo con quasi undicimila unità nel prossimo triennio. L’obiettivo finale è sempre lo stesso: accorciare i tempi dei processi».

Queste affermazioni non erano degli slogan come l’andrà tutto bene che ci dicevamo per aiutarci a superare i momenti più bui. Si legge veramente nel piano, paragrafo Ml C 1.3 che «l’obiettivo di rendere la Pubblica Amministrazione un vero alleato di cittadini e imprese dipende fortemente da un programma di riforma di cui il capitolo Giustizia riveste un ruolo centrale (riforma strutturale del processo civile, penale e dell’organizzazione della giustizia). Una tempestiva risposta giudiziaria che garantisca la certezza del diritto è fondamentale ai fini di una rapida ripresa del Paese“». Questi non sono slogan della politica giudiziaria. La Giustizia è veramente posta al centro del programma di sviluppo del Paese e del PNRR; la Commissione Europea ha subordinato l’erogazione di una parte ingente dei finanziamenti a un deciso cambio di passo nel settore giustizia, ritenuto giustamente nevralgico per la nostra ripresa, e dovremo centrare gli obiettivi qualitativi (noti come milestones) e quantitativi (i cosiddetti target). Nuovi termini cui ci dovremo presto abituare, tutti noi e non soltanto gli uffici giudicanti direttamente coinvolti dal progetto dell’ufficio per il processo.

Sono previsti investimenti di carattere organizzativo di ben oltre 2 miliardi di euro su tre linee progettuali, delle quali quella dell’ufficio per il processo e capitale umano costituisce la principale linea di azione. (Fonte: Nota a firma del Capo di Dipartimento, Prot. N. 0044063 del 4.11.2021, Ministero della Giustizia, Dipartimento dell’Organizzazione Giudiziaria, del Personale e dei Servizi. Alla prima linea progettuale relativa all’investimento nel capitale umano per rafforzare l’ufficio per il processo e superare le disparità tra gli uffici giudiziari sono destinati ben 2.282.561.519 euro dei 2.827. 776.959 del totale degli investimenti ottenuti).

Sono sicura che nel corso della Vostra vita professionale non si è mai visto un investimento così imponente nel settore della giustizia, nonostante le perenni invocazioni proprio in occasione di questo rito inaugurale. È in corso uno straordinario reclutamento di personale amministrativo a tempo determinato per un totale di 21.910 unità. Dovrebbe essere imminente entro la fine del prossimo mese di febbraio l’attuazione dell’ufficio del processo con 16.500 giovani laureati in diritto o economia per i prossimi 4 anni e 7 mesi: tra questi, sono attesi quasi 400 nel nostro distretto, non pochi. Attendiamo l’assunzione con contratti a tempo determinato della durata di tre anni di 5.41 O unità nel personale amministrativo. E tale attività di reclutamento si affianca – ma non sostituisce – l’ordinaria pianificazione assunzionale sostenuta dalle risorse ordinarie di bilancio, che concerne circa 17 .000 nuovi ingressi nel periodo 2018-2023, in parte già realizzati. E ciò perché l’azione di ripresa deve essere sostenibile anche in futuro e proseguire anche una volta terminato il finanziamento europeo. Avete mai visto arrivare in un’unica soluzione tanti addetti agli uffici amministrativi del nostro palazzo o non avete piuttosto visto andare in pensione persone con cui avete condiviso anni e anni di lavoro senza che fossero sostituite? Proseguendo nella metafora, il Paradiso dantesco.

Noi del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati riteniamo che le risorse dell’ufficio del processo saranno fondamentali per tutti gli uffici, non solo i giudicanti che ne trarranno diretto beneficio, ma anche i requirenti, perché permetteranno di riassorbire finalmente l’arretrato consentendo alla Procura di veder fissate le udienze preliminari o dibattimentali in un termine ragionevole e ciò a fronte di un ponderato esercizio dell’azione penale, così da non veder più prescrivere prima dell’appello i reati meno gravi.

Certo avremmo tanto voluto veder assegnare delle risorse anche ad uffici importanti come la stessa Procura della Repubblica, o il Tribunale di Sorveglianza, che ha una scopertura del 35% del personale amministrativo o come il Tribunale per i Minorenni, dove, per sopperire ad un arretrato importante nella trattazione delle richieste di patrocinio a spese dello Stato, abbiamo promosso un distacco di personale del Consiglio. Ma questa mancata previsione non è una buona ragione per non lavorare tutti nella stessa direzione e superare e di molto il disposition time del 2019.

Imponenti investimenti per rinnovare l’infrastruttura digitale – oltre 83 milioni di euro – che, pur nata d’avanguardia, mostra già i primi segni di obsolescenza e occorre superare i continui blocchi per manutenzione durante i fine settimana perché, come ha detto la Ministra Cartabia, gli avvocati lavorano spesso anche sabato e domenica. Infine, occorrerà raggiungere l’obiettivo della completa digitalizzazione dei fascicoli giudiziari. Ambiziosi gli obiettivi che abbiamo promesso di centrare anche con le rifanne processuali proprio per rendere più rapidi, ma equi, i processi civili e penali.

Nel processo civile, ci siamo impegnati a ridurre entro il 30 giugno 2026 del 40% i tempi del processo (L’obiettivo richiesto la è diminuzione del 40% del c.d. disposition time, l’indicatore di durata utilizzato nel contesto europeo e fornisce una stima prospettica del tempo medio prevedibile di definizione dei procedimenti ponendo a confronto il numero dei procedimenti pendenti alla fine dell’anno con quello dei procedimenti definiti nell’anno (Pendenze/Definiti)* 365. Convenzionalmente è la misura del tempo necessario ad esaurire i procedimenti aperti, assumendo di mantenere la medesima capacità di smaltimento osservata nel periodo di riferimento) rispetto alla durata media del 2019 e ciò con diverse armi – non solo processuali – in grado di sortire sulla carta, una potenza di fuoco mai vista.

Nel processo penale, l’obiettivo è della diminuzione del 25% del disposition time entro il giugno 2026. Come avvocati penalisti non possiamo che auspicare di essere ancora più ambiziosi e di peccare forse di ubris confidando di superare quel 25% rispetto alla durata media dei processi penali nel 2019. Ci sembra questa la sede giusta per peccare di ubris e per affermare questo principio, dopo aver osservato un doveroso silenzio sui recenti tragici fatti di cronaca. La rapidità del processo civile risponde anche ai quei fondamentali interessi economici di cui prima si è detto. Ma il processo penale – lo diceva ben più autorevolmente di me uno dei padri della nostra Costituzione, come l’avv. Calamandrei – è di per sé una sanzione. Anzi, aggiungeva, nel lontano 1953: “il segreto della giustizia sta in una sua sempre maggior umanità, e in una sempre maggiore vicinanza umana tra avvocati e giudici nella lotta comune contro il dolore: infatti, il processo, e non solo quello penale, di per sé è una pena, che giudici e avvocati debbono abbreviare rendendo giustizia“.

Che il processo penale sia di per sé una pena, non è una frase fatta o uno slogan, come l’andrà tutto bene di cui prima si diceva. Noi tutti qui, che abbiamo l’immane responsabilità del rituale giudiziario, chi di promuovere l’azione penale o di coltivarla, chi di giudicare, chi di difendere, lo dobbiamo tenere bene a mente, ogni giorno.

Nessun imputato, responsabile o meno che sia e solo una sentenza definitiva lo accerta, si abitua a convivere con un processo penale. Fidatevi di noi avvocati, noi abbiamo visto i nostri assistiti non soltanto perdere la libertà dopo l’accertamento della loro responsabilità e sappiamo cosa questo significhi per loro e per i loro famigliari; li abbiamo visti anche perdere talvolta la salute prima che venisse accertato che fossero responsabili o innocenti, e talvolta perderla irrimediabilmente, perché il processo penale è una pena prima che si arrivi a irrogare una qualsiasi sanzione. Nessun imputato, responsabile o meno che sia, merita di non essere rispettato o di non suscitare un sentimento di umana e laica pietas. E un processo penale lungo dieci anni è e rimane disumano e incivile agli occhi di un qualsiasi cittadino, non solo a quelli di un avvocato penalista; e non vi è scelta processuale dell’imputato – compresa quella di rimanere assente – che può in alcun modo giustificare un rito del genere.

A proposito di presunzione di innocenza. Come sapete, con ben cinque anni di ritardo si è introdotto nel nostro Paese il rispetto alla direttiva 2016/343 del Parlamento europeo e del Consiglio del 9 marzo 2016 sul «rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali». Le prescrizioni introdotte dal decreto legislativo n. 188 del 2021 quando si riferisce in conferenze stampa, negli atti processuali o nella cronaca giornalistica di una persona sottoposta ad indagini o di un imputato che è presunto innocente, non sono banali cautele linguistiche, perché non solo il processo è di per sé una pena, ma anche quella tendenziosa informazione pubblica che prima di una sentenza indica il presunto innocente come certamente colpevole è mortificante e mortifera. Perché sappiamo benissimo che dopo anni, la pronuncia di una sentenza di assoluzione o un decreto di archiviazione non restituisce assolutamente quella stessa risonanza mediatica riabilitativa. E si rimane, nell’immaginario popolare, con la lettera scarlatta del reo.

Ma torniamo alle riforme, con lo spirito di chi, questi pensieri, non può mai abbandonarli. È stato superato il nodo, politicamente molto divisivo, del congelamento della prescrizione dopo la sentenza di primo grado che tanto ha animato in questi tre anni il dibattito tra i giustizialisti da un lato e i garantisti della durata ragionevole del processo dall’altro. Ci avviamo a una riforma molto importante, cari penalisti, pensiamo all’istituto della archiviazione meritata, alla possibilità per il giudice della cognizione di irrogare già le sanzioni alternative alle pene inflitte con l’istituto del patteggiamento per garantire l’effettività della loro esecuzione. Pensiamo all’innovativo istituto della giustizia riparativa, già diffuso in altri paesi europei.

Insomma, ci attendono riforme rivoluzionarie ispirate alla volontà di abbreviare termini e garantire l’esecuzione della pena al termine di un processo equo. Che enorme responsabilità ci aspetta. È giunto senz’altro il tempo di costruire, come ci diceva il sig. Presidente della Repubblica nel discorso di fine anno 2020, e adesso abbiamo finalmente le risorse necessarie per farlo. Certo di fronte a tali rivoluzionari cambiamenti, una domanda sorge spontanea: ma andrà veramente tutto bene? Sia nei momenti di grande difficoltà come in quelli di profondo cambiamento c’è bisogno di coesione e di confronto: tra tutti gli uffici giudiziari, tra loro e il fondamentale personale amministrativo, tra loro tutti e noi avvocati. 

Dobbiamo costruire, anzi ricostruire insieme e lavorare tutti nella stessa direzione, quella di centrare gli obiettivi del Piano di ripresa e resilienza, allora sì che andrà tutto bene. E gli Avvocati torinesi e dell’intero distretto faranno la loro parte, come hanno sempre fatto e debbono essere ascoltati, con attenzione e prima di assumere le decisioni organizzative che presiedono alla messa a terra di questi importanti progetti organizzativi. Come è successo quotidianamente nel momento peggiore, dal febbraio ali’ ottobre del 2020, interloquendo con i capi degli uffici giudiziari e i dirigenti amministrativi per non fennare la macchina della giustizia, per non mettere in quarantena la tutela dei diritti, per continuare a svolgere la nostra funzione sociale.

Non so se tutti sanno che l’Avvocatura rientra certamente tra le categorie più colpite dall’impatto dell’emergenza sanitaria sulla vita amministrativa, sociale ed economica del paese. Essa continua a risentire del forte rallentamento dell’attività giudiziaria nonché della compressione del reddito delle persone e delle imprese i cui diritti e interessi tutela e la ragione è presto detta. Il 63% della attività dei 245.000 avvocati in Italia è legata alla assistenza giudiziale, la sua stasi o il suo rallentamento provocano gravi ripercussioni non solo al cittadino, ma al cittadino avvocato che lavora con la Giustizia e per la Giustizia.

Inquietante anche il gap reddituale tra colleghi e colleghe, con pregiudizio significativo per le seconde, a favore delle quali il Consiglio cercherà in futuro di orientare più servizi e, lo scorso 31 dicembre 2021, ha deciso di ridurre le quote di iscrizione per cinque anni dalla filiazione naturale o adottiva. Ma molti di noi non hanno rinunciato a svolgere con fatica e passione una funzione sociale tuttora percepita dai cittadini come preziosa e fondamentale. Non faccio questa affermazione in modo retorico o come uno slogan coniato in epoca Covid, ma dopo aver letto un documento fondamentale per la nostra professione quale il rapporto commissionato dalla nostra Cassa Forense al Censis sullo stato dell’Avvocatura in Italia nel febbraio del 2021 dal titolo: “l’impatto della pandemia sulla professione: le risposte all’esplosione dell’incertezza“.

Ebbene oltre il 50% del campione di italiani intervistato afferma che l’avvocato è un elemento essenziale per la tutela dei diritti e il rimanente 40,8% lo considera se non essenziale, assolutamente utile. Tutti noi avvocati abbiamo questa grande responsabilità e dovremo ricordarlo sempre. Ebbene, siamo qui con questa veste – essenziale o utile – per costruire con Voi, per veder finalmente e proficuamente investite in questo fondamentale settore del vivere civile le risorse da tempo invocate, per vivere con Voi il rinascimento della Giustizia e per essere ascoltati.

Auguro a tutti noi di uscire a riveder le stelle, di fermarci a contemplare lo stellato cielo notturno dell’altro emisfero, come fecero Dante e Virgilio raggiungendo la spiaggia dell’antipurgatorio, dopo le tenebre dell’inferno che speriamo di poter dimenticare. Insieme, perché insieme e ascoltandosi si riesce a ricostruire e a farlo in modo condiviso e costruttivo. E allora sì che andrà tutto bene.

Con questo auspicio Le chiedo Signor Presidente della Corte di Appello di Torino di dichiarare aperto l’anno giudiziario.

 

 

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