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Bologna: «È ora di riaprire gli uffici giudiziari agli avvocati»

Italia Elisabetta d’Errico, presidente dell’Ordine degli avvocati di Bologna
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La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Bologna, Italia Elisabetta d’Errico, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022. 

Sig. Presidente della Corte d’Appello, sig. Procuratore Generale, Sua Eminenza Cardinale Arcivescovo di Bologna, autorità tutte, magistrati del Distretto, colleghi avvocati, signore e signori, Vi porgo il saluto dell’Avvocatura di Bologna e del Distretto dell’Emilia-Romagna, a nome della quale ho l’onore di prendere la parola.

La pandemia ci ha ancor più fatto comprendere quanto sia importante il dialogo franco e leale tra magistratura, dirigenza amministrativa e avvocatura, quanto sia indispensabile ragionare insieme per cercare soluzioni equilibrate che in questo Distretto, grazie anche alla continua e proficua interlocuzione tra avvocatura e magistratura, hanno consentito di non interrompere l’attività. Il Distretto patisce una importante carenza di magistrati e di personale amministrativo, la Procura Generale attualmente, a fronte di un organico di 11 sostituti procuratori, può contare sulla presenza di cinque sostituti compreso il Procuratore generale facente funzioni.

Analoga problematica si riscontra in Corte d’Appello e in più Tribunali del Distretto, situazione che allarma e che richiede un urgente intervento di copertura dei posti vacanti, oltre che una rivisitazione delle piante organiche oggi non più adeguate ai carichi di lavoro. I Consigli degli Ordini forensi nel circondario di competenza e grazie a Urcofer nel Distretto non hanno mai fatto mancare in questo lungo periodo il loro concreto apporto, consapevoli del loro ruolo istituzionale e della irrinunciabile funzione sociale dell’avvocato, agendo nell’interesse della collettività e a tutela della dignità della professione forense. L’Avvocatura emiliano romagnola ha affrontato le numerose difficoltà con serietà e senso di responsabilità, sopportando sacrifici che ancora oggi continuiamo a chiedere ai nostri iscritti. Ancora oggi siamo limitati nella nostra quotidiana attività, costretti a districarci tra appuntamenti per accedere alle cancellerie, disservizi del portale e pec, termini perentori per richiedere di partecipare in presenza alle udienze innanzi alla Corte d’Appello, l’infelice collocazione degli Uffici del Giudice di Pace di Forlì e le difficoltà legate all’accesso, le lunghe attese nel cortile al Polo penale del Tribunale di Bologna e al Tribunale per i minorenni dell’Emilia Romagna per esercitare il mandato difensivo nell’interesse del cittadino, nell’unico luogo deputato a svolgere il solenne rito che è il processo: l’aula di udienza.

È urgente individuare soluzioni che consentano agli avvocati di attendere la chiamata dell’udienza penale al riparo, il Consiglio dell’Ordine ha proposto soluzioni pratiche quale, ad esempio, una ragionata ed equilibrata rimodulazione dei ruoli di udienza attraverso una scansione oraria e l’attivazione a proprie spese di un canale Telegram che consenta all’avvocato di conoscere in tempo reale l’andamento dell’udienza. Siamo certamente disponibili ad affrontare costi ma affinché ciò accada è indispensabile avere la certezza che quanto proposto sia in concreto adottato dalla magistratura e dalla componente amministrativa. È giunto il momento di riaprire le porte degli uffici giudiziari agli avvocati, di riaccoglierli nei luoghi che anche all’avvocatura appartengono, è giunto il momento di consentire nuovamente libero accesso alle cancellerie.

Ora siamo tutti uguali, tutti muniti di certificazione verde. Ben vengano gli apporti tecnologici e telematici che consentiranno a ciascuno di ottimizzare i tempi di lavoro ma il rapporto umano non è sostituibile, la soluzione del problema non la offre un computer ma solo il confronto di persona tra l’addetto allo sportello e l’avvocato. Inauguriamo oggi l’anno giudiziario 2022 portandoci sulle spalle il peso di due anni di emergenza sanitaria, in un susseguirsi di DPCM prima e di decreti legge poi, spesso intervenuti in limine allo scadere della proroga del periodo di emergenza sanitaria, che hanno creato non pochi problemi di interpretazione e coordinamento. Da ultimo, all’inizio dell’anno, senza prevedere un periodo che consentisse agli avvocati non vaccinati di attrezzarsi, è entrata in vigore la previsione che anche gli avvocati accedono agli uffici giudiziari muniti della certificazione verde COVID-19. Ciò ha creato una situazione non solo di incertezza circa l’individuazione della data di decorrenza della previsione normativa ma anche di corretto contemperamento del diritto di difesa con il diritto alla tutela della salute e con il diritto all’esercizio della professione forense. Diritti inviolabili di eguale rilevanza, diritti tutti che devono essere contemperati con equilibrio. Occorrono norme chiare, precise, indirizzate ad evitare interpretazioni contrastanti che finiscono per ostacolare il buon funzionamento della giurisdizione, cui magistrati e avvocati sono chiamati a concorrere per il raggiungimento dell’obiettivo. Occorrono norme dotate di ragionevolezza e che siano ancorate saldamente ai principi del nostro ordinamento, non orientate a soddisfare richieste di parte e dalle disposizioni inconciliabili le une con le altre.

Non si comprende, se non in un’ottica meramente efficentista, il motivo che ha indotto il Governo a prorogare fino al 31 dicembre 2022 le norme emergenziali previste per il processo civile e penale, tra le quali la possibilità che la camera di consiglio si tenga da remoto e che i giudici possano parteciparvi da differenti postazioni. Le garanzie processuali non sono meri orpelli sacrificabili, soprattutto se il sacrificio imposto non risponde a criteri di ragionevolezza e di assoluta necessità, di impossibilità di diversamente agire. L’auspicio è che il parlamento in sede di conversione ripristini il fondamentale principio della collegialità in presenza, della condivisione della decisione finale all’esito di un vero confronto basato, soprattutto nel giudizio di appello, sulla effettiva conoscenza dell’incarto processuale da parte di tutti i componenti del Collegio giudicante.

L’anno appena conclusosi ha visto insediarsi un nuovo Governo, vi è un nuovo Ministro della giustizia, è stato istituito l’Ufficio per il processo, è stata approvata la riforma del processo penale che, tra l’altro, ha eliminato l’obbrobrio giuridico rappresentato dalla riforma dell’istituto della prescrizione, seppure attraverso un’opinabile mediazione, la riforma del processo civile è in itinere. Particolare attenzione dovrà porsi in merito all’istituendo Tribunale per le persone, per i minorenni e per la famiglia che avrà competenza in materie oggi ripartite tra Tribunale civile, giudice tutelare e Tribunale per i minorenni. Ciò comporterà una nuova regolamentazione dei servizi socio assistenziali e sanitari, garantita dovrà essere la preparazione del mediatore familiare e del curatore speciale. Il Ministro della giustizia ha istituito distinti gruppi di lavoro per l’elaborazione degli schemi di decreto legislativo per l’attuazione della riforma del processo civile e del processo penale, duole evidenziare il residuale numero dei componenti provenienti dall’avvocatura, complessivamente 23 a fronte in totale di 139.

L’Ufficio per il processo in astratto, se attuato secondo criteri di collaborazione e non di delega di funzioni, rappresenta una felice intuizione, in concreto auspichiamo non incida negativamente sulla qualità della giurisdizione. Non solo negli uffici giudiziari sono carenti gli spazi che dovranno ospitare i nuovi assunti, circostanza che certamente ha un peso specifico nell’organizzazione dell’attività lavorativa, così come un notevole impatto potrà avere l’immissione di un numero elevato di persone che non sappiamo che conoscenza specifica abbiano né quale attività di formazione sarà loro dedicata. Avremmo certamente preferito che il concorso per l’accesso in magistratura fosse stato bandito per un numero più elevato di posti e che si procedesse all’assunzione di personale amministrativo a tempo indeterminato. Comprendiamo l’esigenza di ridurre l’arretrato e di rendere ragionevole la durata del processo onde evitare che, come recentemente accaduto, intervenga una sentenza di condanna decorsi 10 anni dal fatto e per di più emessa in grado di appello a seguito di impugnazione del PM, facoltà in merito alla quale occorrerebbe un confronto sereno, che tenga conto del principio di civiltà giuridica del ragionevole dubbio. Non vorremmo che la ragionevole durata si tramutasse in un processo veloce, volto più a macinare numeri piuttosto che ad accertare responsabilità.

La ragionevole durata del processo non equivale a giustizia veloce, il processo non è un servizio da sbrigare in fretta, ogni processo per chi lo vive è già una pena a prescindere dall’essere innocente o colpevole, imputato o persona offesa, ricorrente o resistente in una causa di separazione o di affidamento dei figli minori. La delicata funzione del giudicare richiede tempo, studio, riflessione, umanità ed equilibrio e nulla deve pressare o cercare di indebitamente influenzare chi è chiamato ad esercitarla.

Per questa ragione abbiamo apprezzato il recepimento della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza, seppure recepita dall’Italia con grave ritardo nonostante l’art. 27 della Costituzione espressamente la preveda, perché auspichiamo che il decreto legislativo 188/2021 contribuisca a rinforzare e rinvigorire i principi dello stato di diritto, tra i quali certamente è ricompresa la libertà di informazione, che però non può ignorare le regole processuali né tradursi nella ricerca di un consenso preventivo circa la bontà dell’indagine e neppure trasformare il processo penale in uno spettacolo televisivo. Viviamo un tempo difficile in cui si acuiscono le diseguaglianze sociali e i conflitti, sempre più alimentati dall’incontrollabile fenomeno dei social, tempi caratterizzati dall’incapacità di confrontarsi, dalla presunzione di essere competenti su ogni tema, dall’ incultura e dall’arroganza. L’emergenza pandemica ha certamente contribuito ad incrementare una situazione già deteriorata.  L’avvocatura è stata fortemente minata dalla pandemia, il rapporto Istat 2020 evidenzia che il 39,5% degli avvocati intervistati definisce la condizione lavorativa abbastanza critica e il 32,9% molto critica e una situazione professionale incerta.

Anche la magistratura vive tempi incerti, caratterizzati da conflittualità interna e necessità di riacquistare credibilità. È tempo che il cittadino recuperi fiducia nella giurisdizione e stima nei confronti di chi la amministra. Certo è che a ciò non sono funzionali gli arroccamenti, il chiudersi a cerchio. Per questa ragione occorre procedere senza indugio alla riforma del CSM individuando soluzioni che consentano di privilegiare la competenza e la professionalità, spezzando derive che offuscano la credibilità dei numerosi magistrati che quotidianamente svolgono con serietà la difficile e irrinunciabile funzione loro assegnata.

Non abbia la magistratura timore del parere reso dall’avvocatura in merito alla verifica di professionalità, il nostro distretto dimostra come l’equilibrato e concreto contributo offerto dai Colleghi che partecipano al Consiglio giudiziario, che ringrazio per l’impegno profuso, sia dimostrativo dell’assenza di pregiudizi verso la magistratura e che possa invece contribuire a rendere trasparente la valutazione di professionalità che il Consiglio giudiziario è chiamato ad esprimere. Non posso non richiamare l’attenzione sulla grave e perdurante situazione in cui versano le carceri italiane: dall’inizio dell’anno quattro persone detenute hanno scelto di volare oltre le sbarre ponendo fine alla loro vita, è in costante aumento il numero dei detenuti risultati positivi al COVID-19.

Nonostante la dichiarazione del Ministro della giustizia, che ha posto tra le priorità l’emergenza carcere, confermando di nutrire un interesse vero e non di facciata per le problematiche che affliggono gli istituti penitenziari e ha ricordato a tutti noi che la Costituzione parla di pena e non di carcere, non si intravedono nell’immediato soluzioni che consentano alle persone detenute e al personale di polizia penitenziaria condizioni di vita migliori. Eppure basterebbe approvare la proposta di riforma dell’ordinamento penitenziario elaborata dagli stati generali dell’esecuzione penale e dare seguito con urgenza alle proposte provenienti dalla Commissione Ruotolo, in un’ottica non solo punitiva ma anche e soprattutto di risocializzazione perché, riprendendo le parole di Papa Francesco, le carceri abbiano sempre una finestra e un orizzonte, nessuno può cambiare la propria vita se non vede un orizzonte. Un orizzonte che spetta anche a chi è recluso in regime di 41 bis perché, parola di magistrato, nessun condannato deve essere privato del diritto alla speranza.

Questa la ragione che impone anche una rivisitazione dell’ergastolo ostativo. Auspichiamo che il CSM provveda alla designazione del Presidente del Tribunale di Sorveglianza in tempi brevi e ringraziamo la Presidente, dott.ssa Antonietta Fiorillo, per la competenza, la disponibilità al confronto e il lavoro svolto nonostante una situazione oggettivamente critica. Siamo al fianco della Magistratura onoraria che ancora oggi continua a non avere una collocazione istituzionale e un giusto riconoscimento per l’importante contributo che quotidianamente fornisce. Ringraziamo il Presidente e i Consiglieri di disciplina del distretto chiamati a verificare un elevato numero di segnalazioni, nel triennio 2019/2021 sono pervenuti al CDD   2613 esposti, sono stati emessi 1328 provvedimenti di archiviazione e 290 decisioni. È urgente rivedere la normativa di settore, in particolare modificare il numero dei componenti dei Collegi oggi fissato in numero di cinque. Consentitemi di esprimere il compiacimento dell’Ordine che presiedo per la designazione a Consigliere nazionale dell’Avv. Giovanni Berti Arnoaldi Veli, un giusto e meritato riconoscimento per la passione, la competenza e l’impegno al servizio dell’avvocatura.

L’anno si è chiuso con il pensionamento del Procuratore generale, dott. Ignazio De Francisci, e dell’Avvocato Generale, dott. Alberto Candi, magistrati di elevato spessore, uomini leali che hanno svolto la loro funzione con serietà e competenza rifuggendo il clamore mediatico. A loro va il sincero ringraziamento degli Ordini forensi del Distretto. Grazie anche a Lei Presidente per il garbo con il quale si è insediato, mostrando fin da subito disponibilità ad ascoltare la voce dell’avvocatura, ad attuare un dialogo sincero che è tale in quanto fondato su reciproca fiducia. Porgo a Lei Presidente, al Procuratore Generale e a tutti noi un sincero augurio per l’anno giudiziario che inizia oggi, con l’auspicio di superare l’emergenza epidemiologica e di tornare ad essere liberi ma anche più consapevoli dell’importanza del valore della solidarietà, con il rinnovato impegno ad investire ogni risorsa umana per la tutela e l’affermazione dei diritti previsti dalla Costituzione.

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