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L’attualità di Trabucchi, l’accademico che ha formato generazioni di giuristi

Trabucchi
Il manuale di Trabucchi sull'istituzione di diritto civile «rappresenta un punto di riferimento per la scienza italiana del diritto privato e per l'insegnamento universitario»
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Avvocati, notai, magistrati, studenti e laureati in giurisprudenza conoscono il manuale di «Istituzioni di Diritto civile» di Alberto Trabucchi. Stiamo parlando di uno dei libri – editi da Cedam – su cui ci si deve applicare duramente, con costanza e abnegazione, quando si intraprendono gli studi di diritto all’università, ma che brilla per chiarezza espositiva. Un libro destinato a rimanere per sempre un riferimento tra altri volumi della propria libreria. Il manuale del professor Trabucchi taglia un traguardo prestigioso: è giunto alla sua cinquantesima edizione. Chi scrive, quasi trent’anni fa, ha studiato sulla trentesima terza edizione, quella con la copertina blu e con la prefazione che celebrava il primo mezzo secolo di vita del Codice civile. In quella occasione Alberto Trabucchi da innovatore con le radici profonde e lo sguardo lungo invitava a riflettere sui «moderni orientamenti della dottrina e della giurisprudenza» con la necessità di adattare «al presente gli schemi della tradizione». «Lo sforzo – aggiungeva – di ogni edizione è proprio questo, di armonizzare il vecchio, il classico, ciò che non muta perché è l’uomo che non muta, con le sue innovazioni che la civiltà e le nuove aperture di vita offrono alla nostra esperienza».

Alberto Trabucchi è stato un «giurista europeo», come sottolinea il nipote, Giuseppe Perini, avvocato del Foro di Verona e dottore di ricerca in Filosofia del diritto nell’Università di Padova. «La notorietà di Trabucchi – afferma -, assai estesa sul piano nazionale ed internazionale, e il ruolo di riferimento nella cultura giuridica italiana che sempre e da più parti gli è riconosciuto, sono però legati principalmente al fatto che egli è stato l’autore del più noto ed adottato manuale di Istituzioni di Diritto civile, comparso l’indomani della pubblicazione del nuovo codice civile italiano, nel 1942, di cui ha seguito direttamente l’aggiornamento sino alla trentanovesima edizione, giunto ora alla cinquantesima edizione, grazie alla cura dei suoi allievi. Il manuale rappresenta un punto di riferimento per la scienza italiana del diritto privato e per l’insegnamento universitario». Non solo il celebre testo.

«Mio nonno – ricorda l’avvocato Perini – ha poi ideato e realizzato la nota collana dei Breviaria Iuris, i Commentari brevi ai codici e alle leggi fondamentali della Repubblica, che hanno introdotto, nella letteratura giuridica, una nuova formula per la trasmissione del sapere. Nel corso degli anni Ottanta del secolo scorso ha dato vita e diretto il grande Commentario al Diritto italiano della famiglia, opera fondamentale per gli studiosi del diritto italiano».

Un faro per gli operatori del diritto che conserva il suo carattere attuale. «I temi specifici e gli interessi di studio prediletti da Alberto Trabucchi – prosegue Perini – spaziano dal negozio giuridico al diritto di famiglia e delle persone. Sono questi ultimi, indubbiamente, gli argomenti di predominante interesse: i problemi dell’individuo, della persona umana, della famiglia, strumento fondamentale per la tutela dei valori basilari e più autentici dell’uomo: l’adozione, la filiazione, i diritti del nascituro, i problemi del concepito e della procreazione assistita, le successioni, non come vicende di trasferimento patrimoniale, ma in quanto proiezione dei rapporti familiari per la dialettica fra tutela dell’individuo e della societas familiare, portatrice di così numerosi ed importanti valori».

Trabucchi ha stimolato numerosi dibattiti in dottrina e gli studiosi, unanimemente, hanno sempre rilevato il carattere innovatore del pensiero “trabucchiano”. «Se si volesse tentare di individuare la collocazione di Trabucchi – dice Perini – nel quadro generale della vicenda giuridica del dibattito giusprivatistico contemporaneo, se vogliamo, cioè, provare a puntualizzare il rapporto in cui egli si venne a trovare rispetto alle diverse correnti di pensiero, possiamo dire che di nessuno dei diversi movimenti Alberto Trabucchi è stato propriamente parte o promotore. Non di rado, anzi, alcuni sono stati da lui palesemente avversati o egli stesso ne è stato persino bersaglio. Eppure dei nuovi fermenti del pensiero giuridico Trabucchi, meglio di molti altri giuristi della sua generazione, fu in grado di recepire il messaggio ultimo e comune: l’affermazione della necessità che l’ordinamento giuridico debba e possa costantemente adeguarsi già per opera dell’interprete e non solo attendendo il deus ex machina rappresentato dall’intervento legislativo alle esigenze della realtà che muta. Qui si evidenzia il punto focale della sua concezione del diritto».

Ma Trabucchi non è stato solo uno dei più importanti civilisti italiani del ventesimo secolo. L’accademico è stato anche uno dei più valenti e innovativi costruttori del diritto comunitario europeo. Ha rappresentato l’Italia presso la Corte di giustizia delle comunità europee come giudice, dal 1961 al 1972, e come avvocato generale, dal 1972 al 1976. Il 7 ottobre 1976, in occasione dell’udienza solenne della Corte di Giustizia delle Comunità europee, Trabucchi faceva conoscere con lucidità la sua visione di “giurista europeo”: «Tutti e sempre noi alla Corte abbiamo lavorato con la coscienza che il nostro compito non si esaurisse nella pura essenziale funzione del suum cuique tribuere, avendo invece la mira di far sentire concretamente anche la forza traente del diritto nel nuovo sistema del rapporto comunitario, secondo quelle che sono le funzioni tradizionali del momento giuridico nella vita dei popoli. La stella polare dell’ispirazione comunitaria ha guidato senza discontinuità questa nostra linea di sviluppo. Noi passiamo, la Corte resta; e con la Corte e per la Corte resta il compito di portare avanti la costruzione del sistema: con fede e studio. Questo conta: che l’edificio sia forte. Nel nostro caso, che il tronco sia vitale, sia alimentato da nuovi flussi di linfa. Non dobbiamo confondere l’autunno della vita dei singoli con una stagione senza più estate per la collettività; per l’Europa, questa che noi viviamo, non può essere che una fiorente primavera!».

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