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Salvini e Meloni lanciano il Cav al Colle che mantiene cautamente la “riserva”

Alleati costretti a convergere sul leader di Fi, unico vero collante della coalizione. Ma l’ex premier non rinuncia all’exit strategy dell’ultimo minuto
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Si fa presto a dire piano B. Il problema è che nominarlo non basta. Bisogna anche disporne. Il problema della destra è tutto qui. Ieri il vertice ha incoronato candidato Silvio Berlusconi. O meglio lo ha “quasi” incoronato, perché manca un passaggio fondamentale: la disponibilità esplicita del candidando a candidarsi. Il gioco delle parti ha un che di ridicolo, pur se molto omogeneo ai rituali della politica italiana. Berlusconi ha deciso di candidarsi da solo, senza consultare gli alleati. Dopo aver imposto la sua ingombrantissima presenza li forza ora a una messa in scena nella quale sembra siano loro a implorarlo, quando invece è noto quanti dubbi nutrano i fedeli alleati e quanto si augurino, con ogni probabilità, che il Cavaliere non riesca a tagliare il suo traguardo.

Ma se Berlusconi è riuscito con tanta facilità a imporsi non è solo in virtù di quella possibilità di ricatto che il suo 7 per cento gli garantisce in vista delle prossime elezioni. L’elemento ha certo un suo peso ma non al punto da condizionare una scelta di tale importanza. Il nodo è che la candidatura dell’ex onnipotente risolve un problema enorme per la destra. Senza il suo provvidenziale arrivo, partiti in realtà divisi e in feroce competizione interna avrebbero dovuto scegliere un candidato e la parabola devastante delle ultime amministrative illustra in abbondanza quanto sia difficile, quasi impossibile, farlo per una destra unita solo per finta. Il problema rischia però di ripresentarsi ove si dovesse mettere sul tavolo il succitato piano B invece di parlarne senza l’obbligo di fare nomi.

Intanto bisognerà vedere quando scatteranno la possibilità e la necessità di passare alla strategia di riserva, peraltro al momento inesistente. Il minuetto della candidatura “offerta” al signore d’Arcore ha un suo risvolto concreto. Permette a Berlusconi di non sciogliere la riserva e tutto lascia pensare che la sospensione si prolungherà anche oltre l’avvio della sagra a Montecitorio. Sino alla vigilia della quarta votazione Berlusconi avrà tempo per fare un passo indietro travestito da “non passo avanti” ed è probabile che, se i numeri non autorizzeranno almeno un certo ottimismo eviti di farsi trombare in aula: esperienza umiliante per tutti e a maggior ragione per chi vanti un senso di sé smisurato come il leader in questione. In caso contrario, a decidere sarà il verdetto dei Grandi Elettori.

Sono due scenari molto diversi. Un Berlusconi sconfitto in campo aperto perderebbe qualsiasi chance di dettare le condizioni. Probabilmente la stessa destra non oserebbe insistere per tentare la sorte su un secondo nome dopo la bocciatura del primo. La strada per il “candidato unitario” sarebbe spianata. Almeno nelle simulazioni del Pd i papabili sarebbero solo tre: Draghi, Mattarella e Amato e le probabilità sarebbero tutte a favore del primo, con unico ostacolo l’individuazione di un premier in sostituzione. È la strada che intravede e nella quale spera il Pd e lo stesso Draghi, dicono i beninformati, non sarebbe affatto scontento della candidatura Berlusconi che vedrebbe invece come un passepartout verso la sua elezione.

Le cose starebbero però molto diversamente se Berlusconi si sfilasse proprio sull’orlo della quarta votazione. Perché a quel punto spetterebbe ancora alla destra indicare un candidato e lo farebbe con nelle vele il vento favorevole della “sofferta rinuncia” del leader azzurro. L’assenza di un piano B si rivelerebbe in quel caso esiziale. La destra avrebbe due strade opposte di fronte a sé: schierarsi per un candidato unitario, Draghi o Amato, intestandosi il merito di aver risolto la situazione, oppure calare la carta di un nome sempre della propria area ma potenzialmente digeribile per tutti. Molti dei nomi in circolazione da settimane non godrebbero di questa prerogativa. Di fronte a un alto ufficiale del centrodestra come Moratti, Frattini e persino, nonostante l’alibi del ruolo istituzionale, Casellati, Pd e 5S non si smuoverebbero e aspetterebbero di fucilare l’incauto esattamente come se si trattasse di Berlusconi in persona. Ma se il nome fosse tale da meritare fiducia nonostante la provenienza di parte il discorso potrebbe cambiare. Non che di figure simili a destra ce ne siano molte però. Forse Casini, che ormai non è neppure più di centrodestra. Certamente Gianni Letta.

 

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