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Ministra Cartabia, sul carcere ora rompa il muro di gomma

Cartabia
Giusto l'appello di Roberto Saviano: dove non ci sono diritti non può esserci rigenerazione. Ecco il più grande fallimento sociale degli ultimi secoli
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È un appello, un’invocazione che ha il gusto amarissimo della resa: “Non so più neanche io come parlare di carcere, trovo un muro di gomma anche tra gli osservatori più attenti”, ha scritto Roberto Saviano sulle pagine del Corriere della sera. Poi ha elencato la macelleria dei diritti che si consuma ogni giorno sulle pagine dei quotidiani: “Si sbatte il mostro in prima pagina senza dar conto delle archiviazioni e delle assoluzioni. Si parla di prescrizione come se fosse un regalo all’imputato e non il diritto negato a essere giudicati in tempi umani”.

Insomma, Saviano ha scritto quel che questo giornale prova a dire da anni, e in effetti ce ne ha riconosciuto pubblicamente il merito, e di questo lo ringraziamo. Ma noi del Dubbio siamo una voce nel deserto. Troppo forte la grancassa dei giornali che invocano galera e “certezza della pena” (sic!), troppo alto il volume di chi chiede di buttare le chiavi delle galere per ogni fatto di cronaca, per ogni reato ancora tutto da dimostrare. E hai voglia a provare a spiegare, a mostrare loro che i dati parlano di un crollo dei delitti e che le misure alternative al carcere non solo abbattono la recidiva ma sono di gran lunga più efficaci di una cella di quattro metri per quattro stipata di umanità varia.

Inutile anche menarla con le citazioni di Dostoevskij: “Il grado di civiltà di un paese si vede dallo stato delle sue carceri”, ricordate? Ecco, quella frase ormai è diventata una sorta di epitaffio piazzato nei salotti tv da quel che rimane (ben poco) degli intellettuali engagé che provano ad abbattere il muro di gomma di cui parla Saviano. Un muro costruito in anni e anni di retorica “cattivista”, ben peggiore del pur insopportabile e autoassolutorio buonismo. Il carcere è divenuto infatti preda, luogo di contesa politica che ha scavato un solco profondissimo nella società italiana: tra il fuori e il dentro, vissuto sempre più, questo dentro, come discarica sociale abitata da un’umanità irredimibile. Perché in fin dei conti è questo il punto: il nostro paese – popolo ed élite indistintamente – non crede più nella possibilità che un uomo, una persona, possa cambiare e possa essere recuperato alla vita civile. Ma in questo modo ha ridotto i conflitti a una visione illusoria, asfittica. Ha smembrato rozzamente il mondo e le sue complessità, ha separato in modo manicheo ciò che è legale da ciò che è illegale, ciò che è legittimo da ciò che va punito e sanzionato.

E così il più grande fallimento sociale degli ultimi secoli, il carcere appunto, è diventato l’unico farmaco che la politica sia in grado di “somministrare”. Lo ha spiegato bene Luigi Manconi in un libro del 2015 – la lettura è obbligata, si chiama “Abolire il carcere” -, nel quale spiega che i nostri istituti di pena sono luoghi nei quali avviene “un lungo e minuzioso processo di spoliazione”: spoliazione di diritti e di dignità. E se non ci fosse la luce fioca ma ostinata dei Radicali, i nostri penitenziari vivrebbero in una zona d’ombra sostanzialmente impenetrabile. Eppure non dovrebbe essere difficile capire che dove non ci sono diritti non può esserci rigenerazione.

Ora c’è una donna al ministero della Giustizia che può aprire una breccia nel muro di gomma di cui ci parla Saviano. A dire il vero speravamo che già l’avesse fatto, le basterebbe sfogliare ciò che lei stessa ha scritto nel libro dedicato a Cardinal Martini: “La pena deve guardare sempre al futuro, è chiamata a svolgere una funzione pedagogica ed educativa ed è volta a sostenere un reale cambiamento della persona , anche di chi si fosse macchiato dei delitti più ripugnanti”.

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