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Se ogni leader sogna di diventare il kingmaker del nuovo Presidente

Il ruolo di regista dell’elezione di solito spetta al capo del partito di maggioranza relativa. Ma Conte non controlla le sue truppe e non ha alcuna voce in capitolo
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Cercasi King, o più precisamente presidente della Repubblica italiana. Ma cercasi anche, e con foga anche maggiore Kingmaker, come si definisce in gergo che inventa una candidatura e si fa regista della sua elezione. La postazione è ambita, i pretendenti si affollano ma la strategia che dovrebbe giustificare le ambizioni dei vari architetti in pectore latita. Il ruolo è effettivamente importante. Basti pensare che proprio un braccio di ferro sulla funzione di artefice quirinalizio ha cambiato, pochi anni fa, la storia patria. Senza la rottura con Berlusconi, Renzi avrebbe quasi certamente vinto il referendum costituzionale e tutto sarebbe andato in seguito in modo molto diverso. Quella rottura fu provocata dalla bocciatura da parte dell’allora premier di un candidato, Giuliano Amato, concordato dallo stesso Berlusconi e da Massimo D’Alema.

Il pollice verso di Renzi non dipese da dubbi sulle qualità del prescelto ma dal non voler permettere al nemico interno D’Alema di assumere il ruolo di Kingmaker. In parte è questione di lustro: gestire con successo la partita del Colle è effettivamente un titolo di merito e si può capire perché in quell’occasione Renzi vivesse come una cocente umiliazione l’essere sostituito in quella parte. In parte si ritiene, non sempre a ragione, che il regista mantenga poi un rapporto privilegiato con l’interprete che gli deve la preziosa scrittura nel ruolo più universalmente ambìto dai politici. Non è sempre vero: nel 1992 Marco Pannella inventò e portò a felice compimento l’operazione Scalfaro e finì con lo stesso leader radicale che accusava il “suo” presidente di attentare alla Costituzione. Ma qualcosa di vero in quella visione spesso c’è, pur senza esagerare. Ma soprattutto il Kingmaker cerca di piazzare in quella essenziale postazione strategica qualcuno sul quale ritiene di poter poi contare, nei frangenti delicati, per i propri obiettivi.

Il ruolo, di solito, è incarnato dal leader del partito di maggioranza relativa, quello che controlla le truppe più numerose tra i grandi elettori. Le presidenziali ormai dietro l’angolo rivelano qui la prima bizzarria. Il leader del partito più forte in Parlamento, Giuseppe Conte, è forse quello che ha meno voce in capitolo, tagliato fuori dalla sfida per la regia dell’elezione del capo dello Stato. Ha le truppe ma non le controlla e come se non bastasse i riottosi soldati si sono premurati anche di farlo sapere a tutti, cancellando così in anticipo e senza appello ogni chance. Enrico Letta non ha questo problema ma quasi. Controlla solo in parte il suo partito e ancora di meno la presunta coalizione, “tanto presunta” che un vertice dei leader sul problemino di chi fare capo dello Stato ancora non c’è stato. Dunque gioca di rimessa, anche perché è una linea che sinora ha pagato. Mira al pareggio, come sarebbero sia l’ascesa di Draghi che la conferma di Mattarella, non a caso i soli nomi presi in considerazione al Nazareno.

Con Giorgia Meloni fuori dalla maggioranza l’onore e l’onere di tirare i fili spetta quasi per forza a Salvini e Renzi e i due sembrano intenzionati a fare la loro parte giocando di sponda. Certo, devono per prima cosa attendere che Berlusconi consumi la sua chance, tenendo ben incrociate le dita perché un’eventuale successo del Cavaliere non farebbe piacere né all’uno né all’altro. Poi però avranno agio di puntare sul loro cavallo, chiunque sia. Non sarà Giuliano Amato: il prezzo che Berlusconi deve pagare per ottenere il sostegno di una destra a dir poco scettica è proprio rinunciare al ruolo, in caso di sconfitta, di kingmaker. Amato, che sarebbe probabilmente la scelta di Berlusconi, con tutte le sue 82 primavere sarebbe comunque un presidente forte e a quel punto tanto varrebbe eleggere Draghi. Il vero rischio è invece che la coppia in cabina di regia opti per un capo dello Stato debole, con il marchio della destra camuffato dietro il ruolo istituzionale, come sarebbero sia la presidente del Senato Casellati che l’ex presidente della stessa Camera Pera. Di fronte a un’eventuale offensiva congiunta del genere il gioco di rimessa di Letta non basterebbe e al segretario del Pd servirebbe una capacità d’iniziativa di immaginazione, le doti appunto del kingmaker, che sin qui non ha dimostrato di avere.

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