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Il giudice automa? Sembrava un futuro impossibile, e invece ci avviciniamo al patibolo

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Una sera di maggio del 2017, sulla “capretta” spagnola del ‘600 che utilizzo come tavolo di studio trovai dei fogli dattiloscritti. Un post-it di colore giallino ne disvelò l’autore. C’era scritto: “un mio piccolo racconto appunto in tema di informatizzazione della giustizia, da leggere in viaggio…”, e la sigla vergata in calce era quella di mio nipote Antonio Vasco, pure lui avvocato. Lo lessi tutto d’un fiato, anche perché l’autore aveva avuto il buongusto di condensare in poco più di 30 paginette l’idea folle di rappresentare una possibile “reductio ad machinam” della funzione giudiziaria.

Nobilitate da uno splendido disegno di copertina e corredate da una nota olografa, l’uno e l’altra di Emilio Giannelli, le noterelle furono pubblicate l’anno dopo, per i tipi della Pacini Editore. Antonio raccontava di un mondo totalmente informatizzato, che appariva lontano, utopico ed irraggiungibile. Almeno cosi apparve ai venticinque lettori di manzoniana memoria. Ma si sbagliavano. E più di tutti era in errore l’autore, che aveva collocato l’automazione della giustizia “nell’anno del Signore 2647!”. Diciamo la verità: ci hanno fregato, mi hanno fregato. Perché quel che mi illudevo di non vedere, per raggiunti limiti di età, è invece qui e galoppa baldanzoso fra la generale indifferenza.

Mutamenti cosi epocali sono difficili da cogliere al momento del loro storico divenire, perché spesso sono apparentemente distanti dalle urgenze quotidiane e quindi tanto più annacquati agli occhi di tutti, quanto più ontologicamente subdoli e tenaci. Né è di conforto che questa a-percezione sia equamente distribuita fra gli addetti ai lavori: se mai qualcuno pensasse che il problema sia dell’altro, naufragherà ancor più fragorosamente. Gli automatismi non danno scampo a nessuno: l’assenza di inferenze settoriali è il loro motore, la loro stessa essenza. Insomma si va allegramente al patibolo, financo favorendo il boia!

Come altrimenti interpretare il cosiddetto “Ufficio del Processo”, per istituire il quale è stato bandito nel 2020 un concorso per l’assunzione a tempo determinato di 8171 unità di personale, il cui compito sarà quello di supportare il magistrato nella fase “conoscitiva” della causa? Abbiamo o no l’idea di che diavolo produrrà questa ulteriore fetazione giudiziaria? Una torma di neolaureati, che dopo aver forse tentato il concorso in magistratura senza risultati, si trova ad esercitare proprio quella funzione! Perché ad essi si intende affidare non solo il compito di “abbattere l’arretrato”, ma anche di preparare “le bozze del provvedimento”! Neppure la logica formale dello “stare decisis” si intende dunque perseguire: più domesticamente ed utilitaristicamente si vuole far lavorare di meno i giudici “di carriera”.  E che volete che possa importare se il sostantivo “giustizia” sarà meno frequente dell’aggettivo sostantivato “giustiziato”? In fondo, etimologicamente parlando, fanno parte della stessa famiglia.  E allora? E allora non resterà che sperare nella variabile impazzita che costituisce l’epilogo del racconto di mio nipote. Et de hoc satis. 

Antonio Cariello, past president Camera Penale di Pisa

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