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Con settant’anni di ritardo l’America onora Emmett Till

Aveva 14 anni, fu rapito e ucciso per un complimento a una ragazza. Ora il Congresso conferisce la medaglia d'oro alla famiglia del ragazzino nero trucidato nel 1955
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Era il 24 agosto 1955, appena due mesi dopo Rosa Parks, avrebbe dato il via al movimento per i diritti civili dei neri americani, rifiutandosi di cedere il posto a un bianco, su un autobus a Montgomery, in Alabama. Ecco i tragici fatti: quattro adolescenti entrano in un negozio di alimentari a Money, nello stato del Mississippi. Tra di loro c’è Emmett Till, un 14enne, originario di Chicago, che è in vacanza a casa dello zio. Emmett sa che in Alabama per gli afroamericani la vita non è facile ma viene da una grande città dove le disuguaglianze sono di certo visibili ma comunque più sfumate di quelle di una piccola città del profondo sud degli Stati Uniti. Non ha la minima idea del clima di segregazione terrore in cui vive la comunità nera. A quanto sembra la madre lo aveva avvertito, la rivista Time riportò che gli fosse stata impartita una lezione: “Stai molto attento… abbassa la testa fino al punto in cui vedi solo le ginocchia”.

Eppure solo un anno prima, la Corte Suprema aveva compiuto un gesto significativo a favore dell’uguaglianza, dichiarando incostituzionale la separazione degli studenti nelle scuole in base al colore della loro pelle. Nel negozio entrò anche una ragazza, Carolyn Bryant Donham. Secondo quanto raccontò la giovane, Emmet si rivolse a lei mancandole di rispetto. Secondo quanto riferito da Carolyn Bryant Emmett l’afferrò per la vita dicendole: «Non devi aver paura di me bambina, ho avuto esperienze anche con donne bianche in passato». Il tutto si conclude con un fischio quando la giovane esce dal negozio. Per il ragazzo nero fu l’inizio della fine: quattro giorni dopo, il 28 agosto, l’adolescente viene rapito da Roy Bryant e J.W. Milam, due uomini bianchi. Per ore, i rapitori torturano Emmett, lo picchiarono, lo strangolarono con filo spinato e poi lo colpirono a morte alla testa. Il corpo della vittima venne gettato nel fiume Tallatchie.

Fu trovato tre giorni dopo. Talmente sfigurato, da essere identificato solo per un anello recante le iniziali del padre. La famiglia di Emmett però non abbassò la testa intraprendendo una lunga battaglia per ottenere giustizia giustizia. Il processo a Bryant e Milam però si rivelò una truffa. La giuria tutta bianca, in appena un’ora e mezza, decise di assolvere i due uomini. In cambio di 4mila dollari, Bryant e Milam, sicuri di non rischiare nulla, accettarono poche settimane dopo di raccontare alla rivista “Look” come uccisero Emmett. La rappresentazione totale del suprematismo bianco ma anche il sorgere di un personaggio che tanto peso ebbe fino alla sua morte, avvenuta nel 2003, per l’affermazione dei diritti degli afromericani.

La madre di Emmett, Mamie Till-Mobley, infatti non si stancò mai di lottare e pochi giorni fa ha avuto un riconoscimento seppur postumo da parte del Senato degli Stati Uniti. Lei e suo figlio hanno ricevuto la massima onoreficenza civile conferita dal Congresso grazie al disegno di legge voluto dai due senatori Cory Booker e Richard Burr. Un premio tardivo anche se importante, rimane però la mancata giustizia sebbene nel 2018 il caso venne riaperto dal Dipartimento grazie ad un libro che riportò alla luce nuove informazioni. Si trattava della pubblicazione “The Blood of Emmett Till”, nella quale Carolyn Bryant avrebbe ritrattato la sua testimonianza confessando di aver mentito. Ma durante la nuova indagine che ne conseguì, l’ex ragazza ormai anziana negò di aver rivelato una nuova verità cosicché l’FBI concluse che non c’erano prove sufficienti per condannarla. Il Dipartimento di Giustizia ha definito l’omicidio di Till “uno degli esempi più orribili della violenza regolarmente inflitta ai residenti neri”, non senza tacere sul fatto che a più di 60 anni dall’avvenimento luttuoso, il Bureau ha incontrato ancora “ostacoli significativi” che gli hanno impedito di dimostrare la falsità di una testimonianza.

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