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Ciccozzi: «Il Covid non è ancora un’influenza, ma è ora di stare più sereni»

Ciccozzi
Intervista al virologo Massimo Ciccozzi, direttore dell'Unità di Statistica medica ed epidemiologia molecolare del Campus Bio-medico di Roma. «No vax e si vax? Si devono curare entrambi»
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«Dire che il Covid si sia già trasformato in un’influenza non è esatto, ma dobbiamo stare molto più sereni». A dirlo al Dubbio è Massimo Ciccozzi, direttore dell’Unità di Statistica medica ed epidemiologia molecolare del Campus Bio-medico di Roma e tra gli scienziati italiani che hanno pubblicato più studi internazionali sul Covid 19. Contrario all’obbligo vaccinale e convinto che non si possano fare distinzioni tra no vax e sì vax: «Una persona che sta male va curata, indipendentemente da quelle che sono le sue idee».

La Spagna si sta preparando a gestire il Covid come una normale influenza. È la strada giusta?

Ogni Stato è sovrano, ma non si tratta ancora di un’influenza. I sintomi possono essere simil influenzali, ma questo è un coronavirus che si sta ancora adattando all’uomo. Lo farà nel tempo che ci vuole, ma non possiamo stabilire quando questo accadrà. Sicuramente avverrà, perché è nella normale evoluzione del virus. Ma siamo anche noi a deciderlo, facendo pressione affinché infetti sempre meno persone, con vaccinazione, mascherine eccetera. Senza queste precauzioni ci vorrà più tempo, ma comunque succederà. Già la variante Omicron dà dei sintomi lievi, ad esempio non sfocia in polmonite ed è un vantaggio. Ma non ha ancora soppiantato la Delta, altrimenti non vedremmo persone vaccinate in ospedale. Bisogna capire quanti casi dell’una o dell’altra variante siano in circolazione. Ma dire che è già un’influenza non è esatto: la sintomatologia è sì lieve, ma nei vaccinati. La mascherina va sicuramente ancora portata, per proteggere chi ha deciso di non vaccinarsi o non può farlo.

Il premier Sanchez ha proposto a livello europeo lo stop al tracciamento e al confinamento di chiunque risulti positivo al tampone.

Il tracciamento è già perso: siamo sempre alla rincorsa del virus e mai in anticipo. Certo, serve per poter dire ad una persona di fare attenzione e continuare ad indossare la mascherina. Ma dobbiamo stare molto più sereni: ci sono le cure per le persone che, anche se vaccinate, si infettano. Sappiamo che possiamo usare i monoclonali, c’è il vaccino e c’è la mascherina, che ci ha salvati quando il vaccino era ancora lontano.

È il caso di fare il tampone solo in presenza di sintomi?

Assolutamente sì. Se c’è stato un contatto con un positivo possono bastare la mascherina e la distanza di sicurezza. Anche perché il risultato del tampone antigenico fatto in casa equivale al lancio di una moneta per aria: c’è la possibilità di un 50% di falsi negativi. Con i tamponi antigenici effettuati in farmacia la percentuale si riduce al 40%, ma il tampone negativo è anche peggio, perché comunque potrebbe trattarsi di un errore, col rischio di trasformarsi in un veicolo inconsapevole del virus.

Secondo il dottor Bassetti siamo vicini all’immunità di gregge. Qual è la situazione secondo lei?

Ancora sono pochi i vaccinati con tre dosi e c’è chi non ha fatto nemmeno una dose. Non so dire se siamo vicini all’immunità di gregge, ma di sicuro il virus si adatterà e arriveremo ad una convivenza, come con gli altri coronavirus umani, che sono a decine.

È il caso di introdurre un obbligo vaccinale?

La parola “obbligo” non mi è mai piaciuta e non obbligherei nessuno a fare alcunché. Preferisco la parola “intelligenza”: ci sono i dati, vanno letti e valutati. Le evidenze scientifiche dimostrano che nell’ 80% dei casi chi va in terapia intensiva è purtroppo non vaccinato, così come nei casi di decesso. Ci sono dati scientifici in quantità incredibili che dimostrano questo. Le persone devono poter capire: bisogna sapere cosa può succedere nel caso si scelga di vaccinarsi o di non farlo.

Serve una migliore comunicazione, dunque?

Chi va in televisione dovrebbe magari spiegarsi meglio. Ci sono tante persone che hanno affermato una cosa e il suo esatto contrario un mese dopo e questo disorienta la gente. Non si può giocare con la salute delle persone.

C’è stata troppa esposizione per i virologi?

Sì e l’ho detto anche pubblicamente. Inoltre bisognerebbe parlare soltanto quando si sa davvero qualcosa sull’argomento.

Il Comitato tecnico scientifico sta valutando di ridurre il bollettino dei contagi con una sola comunicazione a settimana. Può essere un passo verso la normalizzazione?

Ci sono due punti di vista: chi fa la statistica medica non può farlo senza dati. Il dato giornaliero, per lo statistico, è pane quotidiano, quindi è necessario che i dati continuino ad essere forniti. Per i non addetti ai lavori, invece, sarebbe un bene, perché così si evita anche di creare un clima di terrore.

C’è chi propone, anche in maniera provocatoria, di non curare i no vax o far pagare loro le cure. Cosa ne pensa?

Dal punto di vista scientifico, non posso che dire che una persona quando sta male va curata. E ciò indipendentemente da quelle che sono le sue idee. Dovremmo per caso non curare un fumatore col tumore ai polmoni o chi ha provocato un incidente che ha causato la morte di altre persone? Siamo tutti uguali davanti alla morte, come diceva Totò. E quando stiamo male dobbiamo essere tutti curati. Per quanto riguarda le cure a pagamento, invece, posso dire che è un problema politico, non scientifico. E io non faccio politica.

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