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«Macché veti di noi toghe, è la politica a non decidersi sulla riforma del Csm…»

La riforma del Csm e dell’ordinamento giudiziario non è stata discussa neppure nell’ultimo Consiglio dei ministri. Parla il togato Giuseppe Marra
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La riforma del Csm e dell’ordinamento giudiziario non è stata discussa neppure nell’ultimo Consiglio dei ministri. Ne parliamo con il togato Giuseppe Marra, che nel plenum di Palazzo dei Marescialli rappresenta il gruppo “Autonomia e Indipendenza”.

Che ne pensa di questa ennesima fumata nera?

Immagino che l’emergenza covid abbia inciso sull’ordine del giorno di Palazzo Chigi. Allo stesso tempo sono portato anche a credere che si stia prendendo tempo per cercare di superare quei dissidi all’interno della maggioranza in merito alla proposta governativa di modifica della legge elettorale del Csm. Inoltre, forse, con le elezioni del Capo dello Stato alle porte, e quindi in una situazione di contrapposizioni politiche, mettere sul tavolo un altro elemento divisivo come la riforma del Csm non è sembrato opportuno.

È plausibile l’interpretazione secondo cui la politica non va avanti per l’ostilità dell’Anm alla riforma?

Non condivido questa lettura dei fatti che è peraltro priva di riscontri. L’Anm ha espresso le proprie posizioni in tutte le occasioni e auspico che insieme all’avvocatura venga ascoltata in sede parlamentare. Tuttavia, immaginare che i magistrati facciano una attività di lobbying per bloccare le riforme è una ipotesi priva di fondamento, tanto per trovare un responsabile del ritardo. Quello che invece va detto è che da quando è stato approvato il testo base in commissione Giustizia, ci sarebbe stato tutto il tempo per portare a casa una riforma. Purtroppo governi multicolore hanno al loro interno visioni contrapposte, e ciò è all’origine del ritardo a cui stiamo assistendo. Mi auguro quindi che il proposito della ministra Cartabia di dare spazio al Parlamento per la discussione sarà concretizzato, scongiurando l’eventualità che una riforma così importante per un organo di rilevanza costituzionale come il Csm venga fatta a colpi di fiducia. Spero anche che questa volta non venga chiesto al Csm un parere quando la riforma è già quasi in Consiglio dei ministri, come avvenuto per quelle del penale e della magistratura onoraria. Nel rispetto della leale collaborazione tra organi dello Stato, la richiesta di parere dovrebbe essere fatta molto prima.

Lei addebita il ritardo alla politica divisa, altri lo spiegano con una politica ancora asservita alla magistratura. Come vede i rapporti di forza tra i due fronti?

A volte i rapporti possono apparire critici, per colpa anche di circostanze inspiegabili, come le polemiche su singole vicende processuali, che danno adito ad attacchi alla magistratura. I rapporti invece dovrebbero essere quelli previsti dalla Costituzione: ognuno deve rimanere nel proprio ambito di lavoro. Mi collego al tema principale dell’intervista per dire che qualcuno continua ad addossare le responsabilità del ritardo ai magistrati distaccati al ministero, ma se siamo a questo punto è perché due governi Conte sono caduti e i partiti non si sono più messi d’accordo. Ma in tutto questo cosa c’entra la magistratura? Penso che la maggior parte dei magistrati desideri riforme risolutive su questioni cruciali come le cosiddette porte girevoli e lo strapotere delle correnti nelle elezioni del Csm.

Condivide la preoccupazione di parlamentari come Zanettin e Costa secondo cui di questo passo la parte della riforma sospesa a decreti attuativi salterà?

Certo, condivido questo timore, ma l’obiettivo più urgente è la modifica della legge elettorale del Csm. Anche se questa parte di riforma fosse da subito vigente, c’è comunque bisogno di un ulteriore passaggio, ossia l’adeguamento dei regolamenti interni del Csm. Quindi bisogna tener presente queste esigenze di celerità affinché il Consiglio si possa rinnovare a luglio in maniera compiuta.

Il dottor Tescaroli auspica maggiore attenzione da parte del legislatore sulle “molteplici situazioni di conflitto d’interessi che ruotano attorno alla figura dell’avvocato difensore”. Che ne pensa?

Il valore principale dal punto di vista costituzionale è il diritto elettorale passivo: occorre garantire a tutti i cittadini, quindi anche ai magistrati e agli avvocati, la partecipazione libera alla competizione elettorale. Tuttavia è legittimo disinnescare possibili conflitti di interesse, sia per gli avvocati che per i magistrati. Un magistrato che voglia fare politica è giusto che non la svolga dove ha esercitato le funzioni. Così come, ad esempio, gli avvocati dovrebbero non poter patrocinare le cause contro lo Stato o esercitare mentre svolgono il mandato elettorale; basta prendere esempio da altri Paesi occidentali.

A Tescaroli ha replicato il professor Alessio Lanzi, laico del Csm: “Non si capisce perché i pm possano partecipare alle valutazioni di professionalità dei giudici e non possano farlo gli avvocati. Sarebbe meglio non lo facessero né gli uni né gli altri”.

Si potrebbero creare in astratto dei conflitti di interesse qualora un avvocato, che continua a esercitare l’attività professionale nel distretto del Consiglio giudiziario, fosse chiamato ad esprimersi in merito alle valutazioni di professionalità dei magistrati. Tanto è vero che gli avvocati che fanno parte del Csm non possono esercitare, come ha correttamente ricordato il professor Lanzi.

Che ne pensa però della proposta del Pd per cui, a votare sulle carriere dei giudici nel Consiglio giudiziario, sarebbe un avvocato che si farebbe portatore di una decisione presa dal Coa?

Questa certamente potrebbe essere una soluzione di compromesso in quanto il voto diventa impersonale. Ma la situazione attuale è già molto simile, perché gli avvocati in qualsiasi momento, o singolarmente o come Consiglio dell’Ordine, possono fare degli esposti per segnalare delle criticità che, per quanto mi risulta, vengono presi in assoluta considerazione. Tornando alla sua precedente domanda, il professor Lanzi parte dall’idea comprensibile per l’avvocatura di separare le carriere tra pm e giudici. Ma adesso la magistratura ha una carriera unica e questo problema non sussiste.

Però come ci può essere una captatio benevolentiae di un avvocato verso un giudice, la stessa cosa potrebbe farla un pm nel momento del voto.

Sì, la ravviso in astratto però poi andrebbe considerata anche quella tra i giudici di primo grado e quelli di Appello, perché analogamente il giudice di primo grado ha interesse che la sua sentenza venga confermata. A me pare che il sistema funzioni coerentemente così com’è al momento.

In conclusione non posso non farle una domanda sui fatti di Varese, anche perché la gip finita nel ciclone mediatica è della sua stessa corrente. Che idea si è fatto? Uno scontro all’interno della magistratura non fa bene in questo momento, forse.

Non posso entrare nel merito della vicenda in quanto essendo componente della sezione disciplinare potrei essere chiamato a esprimere una valutazione, visto che la ministra ha già iniziato a richiedere accertamenti. In generale posso dire che i magistrati meno parlano e meglio è. Dovrebbero farlo solo con i provvedimenti giudiziari. Questi ultimi possono essere legittimamente criticati sui giornali, ma se si montano polemiche raccontando cose che non corrispondono al vero in merito ai passaggi procedurali, chiaramente anche un magistrato ha il diritto di difendersi quanto meno per spiegare come sono andati i fatti. E poi c’è un altro aspetto: i magistrati non hanno la sfera di cristallo, alcune circostanze purtroppo spesso non sono prevedibili. E valutare con il senno di poi è un esercizio sterile. Non approfondire correttamente certe vicende, come invece ha fatto il vostro giornale, inquina profondamente il clima e alla lunga crea danni incalcolabili alla serenità dei giudici nel prendere le decisioni, in balia dell’estrema polarizzazione tra i forcaioli e gli ipergarantisti.

 

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