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Lanzi: «Avvocati in politica, la deontologia forense basta a evitare conflitti»

Maresca
La replica del consigliere laico del Csm all'intervento sul "Fatto" del magistrato Luca Tescaroli, in cui si evoca il presunto strapotere dei legali che, eletti in Parlamento, favorirebbero se stessi e i loro assistiti
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Bilocazione e in alcuni casi “trilocazione” degli avvocati (in Tribunale, in Parlamento e con incarichi ministeriali) e possibilità di sedere nei Consigli giudiziari con diritto di voto per le valutazioni di professionalità dei magistrati preoccupano non poco il procuratore aggiunto di Firenze Luca Tescaroli. Sul Fatto Quotidiano di ieri il magistrato ha espresso forti perplessità su una serie di incompatibilità che riguarderebbero i legali, auspicando maggiore attenzione da parte del legislatore per regolamentare le «molteplici situazioni di conflitto di interessi che ruotano attorno alla figura dell’avvocato difensore». Una presa di posizione, quella di Tescaroli, destinata ad alimentare un dibattito già aperto da qualche tempo (si veda pure Il Dubbio del 29 dicembre scorso). Perché osservare la pagliuzza nell’occhio di qualcuno, senza accorgersi della trave nell’occhio di qualcun altro? Ne abbiamo parlato con il professor Alessio Lanzi, consigliere laico del Csm.

Professor Lanzi, il dottor Tescaroli esprime un pregiudizio nei confronti degli avvocati, quando teorizza una loro presenza eccessiva nelle istituzioni?

È bene chiarire. È assolutamente legittimo, ai sensi dell’articolo 51 della Costituzione, che gli avvocati possano entrare in Parlamento. Si tratta di una questione che riguarda la società civile. Tutti i cittadini possono entrare in Parlamento, avvocati compresi. Anzi, è un bene che gli avvocati ci siano, così almeno sulle tematiche tecnico-giuridiche si può avere un Parlamento che opera con cognizione di causa. Se poi si creano delle commistioni tra avvocati-parlamentari, procedimenti in corso, influenze che può avere l’avvocato parlamentare nei confronti del giudice, ci troveremmo di fronte a situazioni patologiche relativamente alle quali non si può ledere il principio generale di diritto a essere eletti. Una volta eletto, l’avvocato-parlamentare si dovrà comportare seguendo il codice deontologico della categoria di appartenenza. Non vedo problemi sotto questo punto di vista. Mi preoccupano, casomai, altre situazioni.

Quali?

Mi riferisco alle situazioni che attengono non tanto alla qualifica, quanto al tempo e all’attività. Pensiamo a un avvocato che abbia degli incarichi governativi. Se svolge con impegno e diligenza l’incarico governativo, è difficile che abbia pure il tempo per dedicarsi all’attività professionale. Stiamo affrontando una questione che non ha ricadute deontologiche e morali. Chiaramente un avvocato in un ministero non può che trovarsi bene, come del resto si trovano bene, essendo tanti, i magistrati fuori ruolo. Non capisco, quindi, certi tipi di polemiche.

Il procuratore Tescaroli esprime preoccupazione sulla possibile partecipazione degli avvocati nelle votazioni dei Consigli giudiziari. Cosa ne pensa?

L’elemento suggestivo che emerge dalle riflessioni del dottor Tescaroli è quello degli avvocati che nei Consigli giudiziari, secondo la normativa in cantiere, avrebbero la possibilità di interferire e dare le loro opinioni sulle valutazioni di professionalità dei magistrati con cui hanno dei processi in corso. Si tratta, a mio avviso, di un falso problema. Occorrerebbe intervenire a monte. Non si capisce perché i pubblici ministeri esprimano delle valutazioni di professionalità nei confronti dei giudici. Gli avvocati e i pubblici ministeri sono parti del processo, il giudice è autonomo e imparziale, sta sopra le parti, come prevede la Costituzione all’articolo 111. Non si capisce perché i pm possano partecipare alle valutazioni di professionalità dei giudici e non possano farlo gli avvocati. Sarebbe meglio non lo facessero né gli né gli altri. Il problema è di grande respiro. È quello della effettiva parificazione delle parti nell’ambito del processo. Come stabilisce la Costituzione, ci deve essere parità tra pubblico ministero e difensore. Questo è un limite che deve valere per tutti nel rapporto col giudice. Non si deve ragionare nell’ottica del conflitto tra avvocato difensore e magistrato. I magistrati sarebbe bene che fossero divisi tra giudici e pm. Lo sono già per funzioni: è bene che si radichi la differenza di funzioni se non addirittura una separazione delle carriere.

Sembra paventarsi una sorta di “Spectre forense”, tale da minacciare i Consigli giudiziari?

Questa è una vecchia questione su cui a suo tempo mi sono anche dichiarato non in linea con il Consiglio nazionale forense. Secondo me, sarebbe bene che gli avvocati, esercitando il diritto di tribuna nei Consigli giudiziari ristretti, non partecipassero alle valutazioni di professionalità dei magistrati per evitare dei problemi. Però, la stessa cosa dovrebbero farla anche i pubblici ministeri. La possibilità di partecipare ai Consigli ristretti, che sembra vada in porto, è una norma accettabile anche per consentire una trasparenza di tutte le pratiche svolte. Viene fuori, poi, un altro grande equivoco.

A cosa si riferisce?

È incongruente che gli avvocati partecipino ai Consigli giudiziari, pur rimanendo a fare gli avvocati in quel determinato distretto. Gli avvocati, per avere voce in capitolo invece nel Consiglio superiore della magistratura, devono cancellarsi dall’albo professionale. Siamo di fronte a una visione caotica del sistema. Nell’ambito dei Consigli giudiziari gli avvocati sono i rappresentanti dell’avvocatura locale e come tali hanno voce in capitolo nella gestione della giustizia del distretto. Così come i pm rappresentano i pubblici ministeri e i giudici lo stesso. È giusto che tutte le categorie professionali coinvolte possano partecipare alla gestione della politica giudiziaria del distretto di riferimento. Gli avvocati e i professori nel Consiglio superiore della magistratura sono dei rappresentanti della società civile. Non sono dei rappresentanti delle professioni. La Costituzione vuole che un organo che sia di autogestione della magistratura sia fatto da tecnici, sia magistrati sia in parte, ancorché minore, da avvocati e professori, ma non in quanto rappresentanti dell’avvocatura o dell’accademia. Ma come tecnici che la comunità civile manda per formare un organo di rilevanza costituzionale tale da garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.

L’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone ha espresso invece un parere positivo in merito alla presenza degli avvocati nei Consigli giudiziari. Vede frizioni tra autorevoli esponenti della magistratura?

Non so se nella magistratura presente e passata ci siano degli scontri di carattere ideologico per quanto concerne l’avvocatura. Vero è che l’avvocato difensore è una parte essenziale del procedimento. Deve avere le stesse garanzie di esercizio del diritto pieno di difesa, come ha le garanzie il pm, e il giudice deve essere terzo e imparziale. Nei Consigli giudiziari ci sono gli avvocati come rappresentanti dell’avvocatura locale, stesso discorso per i pm. Francamente, io non capisco la polemica innescata.

La posizione del dottor Tescaroli potrebbe essere letta come un segnale che si vuole dare, da una parte della magistratura, rispetto alla riforma del Csm?

Potrebbero essere tante, le questioni in gioco. La riforma del Csm è molto attesa. Il nucleo della riforma dovrebbe essere l’abolizione del correntismo. Vedremo la soluzione per la quale si opterà. La cosa migliore sarebbe far cadere il vincolo di mandato elettorale. Questa sarebbe la matrice. Per arrivarci ci sono tante possibilità. Un sorteggio parziale, per esempio. E da tempo sostengo al Csm l’opportunità del voto segreto per quanto concerne le nomine di direttivi e semi-direttivi. Con il voto segreto dovremmo essere abbastanza tranquilli nel senso che il vincolo di mandato rispetto alla corrente d’appartenenza svanirebbe. Si può intervenire pure con una riforma del regolamento interno del Csm. Ma è una battaglia molto difficile.

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