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Investe un cinghiale in strada: “Ora paga”. L’incredibile processo a Terni

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DILLO AL DUBBIO. Pubblichiamo il racconto esilarante di un avvocato su un automobilista citato in giudizio perché ritenuto "corresponsabile" dell'animale selvatico per danni alla circolazione
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C’è nella tradizione tedesca una storia condensabile nella famosa frase: “Ci sarà pure un Giudice a Berlino!”, che si dice sia citata anche da Bertolt Brecht, il quale non l’ha invece scritta da nessuna parte. Si tratta, comunque, delle vicissitudini del mugnaio Arnold il quale traeva la sua unica fonte di reddito dall’uso di un mulino ad acqua a Sans-Souci, nei pressi di Postdam, finché un nobile proprietario del terreno a monte, non aveva deciso di deviare per suo diletto le acque del ruscello che avevano così cessato di alimentare il frantoio a valle. Ridotto in miseria, il povero Arnold aveva provato a reagire al sopruso affrontando senza alcun successo numerosissimi gradi di giudizio, finché non aveva trovato “un giudice a Berlino”, che gli aveva dato al postutto piena ragione.

Personalmente non so se ci sia ancora “un giudice a Berlino”, ma so che non ce n’è uno qui, nel circondario di Terni, per Tizio, come risulterà evidente dalla storia “vera” che vado a raccontare. Tutto è iniziato in una sera di maggio del 2020, quando Tizio stava percorrendo l’affascinante Valnerina alla guida della propria vettura e, giunto nei pressi del piccolo ma intrigante paese di Ferentillo, si è trovato di fronte un bel cinghialone che gli ha attraversato all’improvviso la strada, rendendo inevitabile l’urto. La bestia, di notevole stazza e possanza, non moriva però sul colpo, ma caracollava in avanti per un centinaio di metri, fino ad urtare l’auto di Caio che stava sopraggiungendo nell’opposto senso di marcia. Così descritto brevemente il fatto, la risposta alla domanda “chi paga?” è una sola: paga la Regione che risponde dei danni causati alla circolazione stradale dai cinghiali, quale proprietaria della fauna selvatica, proprio come avviene per il privato il cui animale d’affezione provochi danni alla circolazione stradale, sfuggendo al controllo del padrone. Tutto molto semplice, quindi, ma evidentemente fin troppo elementare se l’avvocato di Caio – credendosi erede del genio italico – si è andato inventando la strampalata tesi che il danno alla vettura del suo assistito non l’aveva provocato il cinghiale, da cui era stata materialmente colpita, ma Tizio che dopo aver urtato con la sua auto l’animale, lo aveva fatto letteralmente volare – e non caracollare – per 100 metri, scaraventandolo addosso a quella di Caio. Tant’è che lo citava in giudizio – quale artefice, appunto, del “cinghiale volante”-, al posto della Regione, unica responsabile per legge e per nomofilachia – e non per capriccio ermeneutico -, del sinistro causato dall’animale di sua proprietà.

Ebbene, raccontata in giro questa storia, gli addetti ai lavori si sono messi le mani nei capelli, i meno esperti di infortunistica stradale hanno riso di gusto e i bambini, amanti per loro natura delle favole, hanno battuto le manine immaginando lo sventurato cinghialotto che volava grugnendo per 100 metri ed atterrava senza paracadute e con le orecchie al vento sull’auto di Caio. Il bello – si fa per dire! – è che non ha invece riso un Giudice di Pace di Terni, che si è al contrario invaghita del dissennato ghiribizzo ed ha battuto le mani proprio all’idea di poter accollare a Tizio la responsabilità dei danni causati da quel cinghiale maldestro, che invece di morire sul colpo – come ogni animale di buoni costumi e di sano rigore morale dovrebbe fare! -, era andato ad impattare con la vettura di Caio. Di tal che, a prescindere dalle cennate considerazioni giuridiche che non paiono appassionare i due operatori del diritto, il brocardo di fondo sarebbe, ad summam: “Se adeguatamente sollecitato, un cinghiale di 80 chili, può volare per 100 metri”. A ciò si aggiunga – e l’addendum non è certo di poco momento -, che il Giudice ritiene di poter valutare una corresponsabilità di Tizio ai sensi dell’articolo 2054 del codice civile, quando unica legittimata ad eccepire tale eventuale concorso – quale esimente totale o parziale della propria responsabilità -, sarebbe stata semmai la Regione, la quale non è però parte in causa. Cosicché, incredibile dictu, si arriverebbe a sentenziare un concorso di colpa di Tizio con il povero cinghiale – privo, ahinoi, di difesa processuale! – nella causazione del danno, con conseguente “meritata” lesione anche dei diritti di Caio – in quanto maldestro artefice dell’autolesionistico inguacchio -, il quale vedrebbe limitata del 50% la sua pretesa risarcitoria!

E allora, cari amici, se doveste mai imbattervi – viaggiando nel territorio ternano – in un cinghiale che dopo avervi attraversato la strada sbucando all’improvviso dalla boscaglia, non dovesse morire subito lì, sotto le ruote della vostra auto, ma proseguire caracollando – o persino volando – la sua corsa fino a causare danni in giro anche a centinaia di metri di distanza, fate una novena a Sant’Antonio a che gli eventuali danneggiati siano assistiti da un avvocato meno “estroso e geniale” del Nostro e raccomandatevi a tutti gli altri Santi del calendario, affinché la potenziale causa non venga affidata al prefato Giudice di Pace.

Sandro Tomassini, Avvocato del Foro di Terni

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