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Avvocati nei consigli giudiziari, Masi (Cnf): «Il diritto di tribuna non basta»

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L'avvocatura replica al presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia, per il quale il voto dei legali porterebbe ad una «conflittualità tra categorie professionali»
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La presenza degli avvocati nei Consigli giudiziari per le valutazioni di professionalità dei magistrati ha fatto emergere diversità di vedute tra importanti esponenti della magistratura, che hanno affidato le loro riflessioni a due quotidiani.

A dare la stura al dibattito è stato l’ex procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone. Sulle pagine di Repubblica qualche giorno fa Pignatone ha valutato positivamente la possibilità che gli avvocati partecipino con diritto di voto alle delibere dei Consigli giudiziari per esprimere il loro giudizio. «L’intervento degli avvocati – scrive – è, a sua volta, uno strumento prezioso, che può offrire al Consiglio giudiziario un punto di vista e una sensibilità diversi da quelli dei componenti togati. Non credo poi che ciò costituisca un insuperabile conflitto di interessi, perché lo stesso conflitto potrebbe immaginarsi anche tra pm e giudici o tra giudici delle diverse fasi del processo». L’ex numero uno della procura capitolina, inoltre, non condivide «l’ipotesi secondo cui gli avvocati dovrebbero limitarsi a riferire nel Consiglio giudiziario il voto espresso dal loro Ordine: si tratterebbe di un dato cristallizzato che non terrebbe conto del dibattito con gli altri componenti né di elementi sopravvenuti quali, per esempio, l’audizione dell’interessato».

All’apertura di Pignatone si contrappone il parere del presidente dell’Anm, Giuseppe Santalucia, che vede negli avvocati una presenza ingombrante, per non dire sgradita. In una intervista al Fatto Quotidiano, ieri, senza mezzi termini Santalucia ha detto che «consentire all’avvocatura di votare nei Consigli giudiziari che elaborano le valutazioni di professionalità dei magistrati esaspera la potenziale conflittualità tra le categorie professionali». Una presa di posizione forte che ha aperto il dibattito tra i protagonisti della giurisdizione.

«L’avvocatura – evidenzia Maria Masi, presidente del Cnf – in riferimento alla partecipazione degli avvocati nei Consigli giudiziari ritiene non sufficiente il diritto di tribuna, ma considera utile in quella sede una partecipazione sostanziale». Roberto Ianco, avvocato del Foro di Pavia e componente del Consiglio giudiziario di Milano, ritiene che quanto evocato da Giuseppe Santalucia non rappresenti un pericolo. «Ho letto con attenzione le dichiarazioni del presidente di Anm», dice. «Il lavoro – aggiunge -, parlo della mia esperienza all’interno dei Consiglio giudiziario di Milano, è sempre svolto con serenità. Noi avvocati non valutiamo attualmente nessun giudice. Se dovessimo farlo, procederemmo con altrettanta serenità perché mi pare ovvio che i pregi o i difetti di un giudice siano ragionevolmente noti anche ai loro colleghi presenti nel Consiglio giudiziario. Non vedrei nulla di cui temere in questa attività svolta dagli avvocati. Tra l’altro, è di tutta evidenza, che i casi di valutazioni professionali positive sarebbero realisticamente la gran parte, non essendo altrettanto verosimile che vi sia quasi il cento per cento di giudici dichiarati ottimi o eccellenti. Non vedo perciò esasperazioni o conflitti tra categorie».

Il sistema di valutazione, che non ammetterebbe ingerenze, è uno degli snodi principali della discussione. «Il valutarsi solo tra colleghi – afferma Ianco – solleva oggi non poche perplessità. Capisco perfettamente ed è legittimo che la magistratura voglia difendere il più possibile la propria autonomia ed occorre essere molto delicati negli interventi che la riguardano. È evidente però che i magistrati sono, come chiunque, essere umani e che possono sbagliare, come accade in qualunque ambito. Nella valutazione della professionalità non vedo, quindi, nessuno scontro all’orizzonte tra magistratura e avvocatura, in quanto le nostre categorie non dovrebbero essere inclini a situazioni del genere. Nell’applicazione del diritto i magistrati e gli avvocati collaborano strettamente. Se riconosciamo questo aspetto, viene naturale attribuire all’avvocatura non solo un semplice diritto di tribuna».

Il Consiglio giudiziario di Milano è composto da quattro avvocati, due professori universitari (in tutto sei componenti laici) e sedici magistrati. «Noi avvocati – rileva Sergio Martelli del Foro di Varese e componente del Consiglio giudiziario milanese – rappresentiamo una minoranza in riferimento alla componente laica nel Consiglio giudiziario. Incidere sulle valutazioni sarà comunque difficile. Portare avanti discorsi su potenziali conflitti tra categorie mi sembra superato per non dire antistorico. Occorre superare certe posizioni e guardare avanti in una prospettiva di collaborazione».

Alcuni mesi fa, con l’abolizione nel Consiglio giudiziario di Bari del diritto di tribuna, con il quale si consente agli avvocati e ai rappresentanti del mondo accademico di partecipare, senza votare, alle sedute in cui si svolgono le valutazioni professionali o disciplinari sui magistrati si è raggiunto l’apice della tensione tra avvocatura e magistratura. «La situazione nel Consiglio giudiziario di Bari – afferma l’avvocato Diego Petroni del Foro di Foggia – è stata abbastanza pesante. Noi siamo stati i primi a sollevare alcune questioni. Per quanto mi riguarda si possono trovare delle soluzioni dove l’avvocatura può esercitare in sinergia con i magistrati un ruolo di ausilio alla magistratura. Il diritto di tribuna esisteva ed era esercitato. L’avvocatura è un elemento essenziale e oggi più che mai, dopo gli scandali che hanno interessato una parte della magistratura, potrebbe dare un segnale di trasparenza».

Petroni è convinto che l’avvocatura, dando continue dimostrazioni di responsabilità, possa continuare a collaborare proficuamente. «Credo – afferma – che l’avvocatura possa offrire un contributo rilevante. La magistratura ha un sistema di autogoverno che funziona, è trasparente ed è pubblico. La presenza degli avvocati sarebbe salutare. La posizione del presidente dell’Anm mi sembra tanto una corsa in avanti. Non vedere l’avvocatura come a una opportunità è a mio avviso un errore». Nei mesi più critici dell’emergenza sanitaria l’avvocatura ha dato il meglio di sé. «Abbiamo dimostrato – conclude Petroni -, durante tutta la pandemia, il nostro senso di responsabilità e la nostra totale collaborazione. Ricordo che il Tribunale di Foggia è il quarto in Italia per i numeri che colleziona sotto vari aspetti. Grazie alla sinergia tra il presidente del Tribunale, la Procura, il Consiglio dell’Ordine degli avvocati e la Camera penale siamo riusciti a gestire le udienze, che non si sono mai fermate. I protocolli di intesa sottoscritti sono stati predisposti tutti a vantaggio del servizio giustizia. Non esiste una avvocatura che si contrappone alla magistratura. Esiste, direi, una avvocatura che è protagonista delle scelte che vengono fatte nell’interesse dei cittadini. Le intromissioni della politica in determinate questioni non ci interessano».

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