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Costa: «Dopo un’assoluzione non si dovrebbe poter appellare una sentenza»

Angelo Burzi
INTERVISTA. Il deputato di Azione Enrico Costa dopo il suicidio di Angelo Burzi: «Come si può escludere il “ragionevole dubbio” se un Tribunale ha assolto?»
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Tra le numerose reazioni al tragico suicidio di Angelo Burzi – l’ex assessore e consigliere regionale di Forza Italia, condannato a tre anni in appello, il 14 dicembre, nell’ambito del processo Rimborsopoli e uccisosi a casa sua, in piazza Castello, la sera di Natale – c’è quella dell’onorevole e responsabile giustizia di Azione Enrico Costa: era suo amico e con lui ha condiviso diversi anni nel Consiglio regionale del Piemonte. A noi dice: «Per dieci anni vieni esposto alla gogna mediatica, la tua carriera politica viene messa in discussione. Sei in un vortice che ti può disintegrare. Quanto può sopportare tutto questo una persona?». E ancora: «Credo che le sentenze di assoluzione non dovrebbero essere appellate dalla Procura. Come si può escludere il “ragionevole dubbio” se un Tribunale ha assolto? È difficile, per chi è stato assolto in primo grado, farsi una ragione di una condanna in appello».

Onorevole Costa qual è il primo sentimento che le suscita questa vicenda così dolorosa?

Sono rimasto sconvolto: non immaginavo che una persona come lui, caratterialmente molto forte, talvolta ruvida, intelligentissima, potesse arrivare ad un gesto così estremo, con una tale lucidità poi. Non oso immaginare la sofferenza che ha patito in questi lunghi anni di travaglio giudiziario. Le inchieste per qualcuno sono fatti meccanici, burocratici, ma gli indagati o imputati non sono robot senza emozioni. Molti magistrati pensano che un imputato sia un numero su un fascicolo, non una persona con una storia, con legami familiari e lavorativi, con debolezze e fragilità. Una inchiesta prima e un processo protrattasi molto tempo poi ti pongono addosso uno stigma sociale che può distruggere chiunque. In Italia il processo è già una pena, indipendentemente da come poi si concluda. E più si prolunga, più la pena è dura.

Un percorso giudiziario durato dieci anni. Burzi è stato anche vittima di questo?

Certamente. Per dieci anni vieni esposto alla gogna mediatica, la tua carriera politica viene messa in discussione. Sei in un vortice che ti può disintegrare. Quanto può sopportare tutto questo una persona? Inoltre la sentenza definitiva deve giungere in un termine ragionevole rispetto ai fatti. Anche se di condanna, perché deve intervenire sulla stessa persona alla quale è contestato il reato. Una condanna che arriva dopo tanti anni è più difficile da assorbire, e spesso inutile, perché tocca una persona diversa.

Burzi era stato assolto in primo grado. Dovremmo ripensare alla inappellabilità da parte della Procura in questi casi?

Credo che le sentenze di assoluzione non dovrebbero essere appellate dalla Procura. Come si può escludere il “ragionevole dubbio” se un Tribunale ha assolto? È difficile, per chi è stato assolto in primo grado, farsi una ragione di una condanna in appello. Voglio solo ricordare che nel gennaio del 2019, Massimo Terzi, ex presidente del Tribunale di Torino, rilasciò delle dichiarazioni con cui affermava la necessità di “costringere in modo imperativo e stringente, con una modifica di legge, le Procure a portare a processo solo gli imputati la cui colpevolezza è chiara oltre ogni ragionevole dubbio”. E aggiunse: “D’altronde se non ci sono filtri, se le udienze preliminari finiscono quasi tutte col rinvio a giudizio, i pubblici ministeri sono anche poco motivati a fare le indagini come si deve”. Ora la riforma del processo penale ha dato ragione a Terzi con una modifica normativa, ma nel frattempo Terzi si è dimesso dalla magistratura cinque anni prima del dovuto dopo che il Csm gli aveva preferito per la presidenza della Corte di appello di Milano un collega a suo giudizio con meno anzianità e titoli. Una reazione per queste posizioni non comuni all’interno della magistratura? Poi c’è un altro elemento da prendere in considerazione.

Prego.

A livello nazionale ci sono state diverse inchieste “Rimborsopoli” che hanno portato a giudizi diversi, regione per regione. Sulla disparità nelle sentenze non posso esprimermi non avendo letto tutte le carte, ma una cosa la possiamo dire: quando la giustizia è a macchia di leopardo è difficile farsi una ragione di una condanna.

Ma quindi ci sono magistrati che lavorano bene e altri che lavorano male?

La stragrande maggioranza dei magistrati è preparata e lavora silenziosamente con impegno. Ma addirittura il 99% ha una valutazione positiva dal Csm. Possibile? Questo evidenzia una totale assenza di valutazione dei meriti o dei demeriti. Le azioni disciplinari finiscono quasi tutte nel nulla. Ci sono oltre mille segnalazioni al Procuratore Generale presso la Cassazione e le archivia quasi tutte, senza rispondere a nessuno e senza far vedere gli atti. La responsabilità civile dei magistrati vede solo l’1,4% di condanne.

Cosa ne pensa dell’idea di istituire una commissione parlamentare di inchiesta su Rimborsopoli per accertare ciò che è successo, lanciata da Cota?

Non ho alcuna fiducia nelle commissioni di inchiesta parlamentari perché i partiti sono spesso mossi più dalle convenienze che dalle convinzioni. Vedo come si comporta la Giunta per le autorizzazioni a procedere dove, molte volte, non si analizza il dettaglio della vicenda, ma si fa prevalere la casacca politica. Pensi che Forza Italia e la Lega hanno votato contro un mio ordine del giorno che prevedeva l’intervento del Garante in caso di notizie su un’assoluzione non date con lo stesso risalto riservato a quelle dell’indagine. Guardi lo spazio che hanno dato all’assoluzione dell’ex governatore della Basilicata Marcello Pittella: poche righe. Quando era stato arrestato gli stessi giornali avevano dedicato alla notizia almeno una pagina.

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