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De Rita: «Credulona e razionale, serve una sintesi per le due Italie»

Intervista al fondatore del Censis: «La società italiana non accetta salti di modernizzazione, li deve fare in maniera più graduale, lenta. In questi anni di studio abbiamo verificato che la società è cambiata, ma non nella prospettiva e nei traguardi che l’élite si era posta»
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Il suo guardo attento sulla società italiana e la sua esperienza consentono a Giuseppe De Rita, fondatore del Censis, di analizzare l’evoluzione del nostro Paese, di metterne in risalto pregi e difetti e di prefigurare scenari futuri con autorevolezza.

Professor De Rita, il Censis nel suo ultimo rapporto ha descritto un’Italia “credulona” e avete ricevuto qualche critica, soprattutto per i dati legati al Covid.

Tenga presente che Giuseppe Baretti nel 1768, cioè circa 240 anni fa, definì gli italiani “creduli, ignoranti e superstiziosi”. Noi del Censis da 55 anni elaboriamo il nostro rapporto, siamo molto attenti a quello che scriviamo perché consapevoli del fatto che saremo interpretati. Chi asserisce che questa analisi è contraria a una realtà di fatto, dove siamo in testa per le vaccinazioni e vinciamo nello sport e nelle scienze, dovrebbe tenere in considerazione la compresenza di questi due aspetti nella nostra società: una cultura razionale e una credulona-popolare. Giulio Bollati, uomo di grande finezza intellettuale, nel suo “L’italiano” nei primi decenni dell’800 si chiedeva come mai da una parte c’era una élite, che faceva del suo meglio per fare l’Italia, e dall’altra questa credulità e una voglia di non accettare la modernità. La conclusione di Bollati è chiara: la compresenza dei due aspetti è una componente essenziale della società italiana. E io studiando la nostra società negli ultimi cinquant’anni, ho potuto verificare che ogni qual volta una élite ha portato a ragionare su argomenti più avanzati, dalla automazione alla industrializzazione, dalla cultura urbana a quella dei mezzi di comunicazione di massa, fino a quella digitale, e quindi ha spinto verso una razionalizzazione, la società ha resistito perché, tornando a Bollati, “non facit saltus”. La società italiana non accetta salti di modernizzazione, li deve fare in maniera più graduale, lenta. Noi Censis in tutti questi anni di studio abbiamo verificato che la società è cambiata, ma non nella prospettiva e nei traguardi che la élite si era posta. Faccio un esempio: da venti anni si parla di digitalizzazione, ma la nostra società va ancora avanti con il cartaceo e forse tra altri venti anni arriveremo alla digitalizzazione.

Però siamo al passo con i tempi per l’utilizzo delle tecnologie e soprattutto dei social, con i quali tutti intervengono nel dibattito: dalla politica, alla medicina, alla scienza e alla cultura.

Il protagonismo degli italiani sui social deriva da un aspetto del quale siamo colpevoli tutti: cioè il cambiamento dall’informazione all’opinione. Ci sono state battaglie per la correttezza e la trasparenza dell’informazione, ma nei fatti tutti, me compreso, abbiamo creato opinione e in questo campo la regola è che uno vale uno. Lo stesso giornalismo si trova prigioniero di questo dilemma: fare opinione o informazione? E se si arriva alla conclusione che l’opinione porta lettori, li fidelizza nelle prime pagine dei quotidiani e in quelle successive, le opinioni sovrasteranno le informazioni e siccome l’opinione pubblica è sacra, nessuno farà mai qualcosa contro, però questa situazione sta distruggendo la cultura italiana. Come scrivevo nell’introduzione al testo Mondadori, che raccoglieva le cinquanta considerazioni generali dei rapporti Censis, in questi 50 anni noi del Censis, non avendo infastidito nessuno e non avendo partecipato a battaglie ideologiche, non abbiamo avuto nemici. Però ne abbiamo avuto due fondamentali: la cronaca e l’opinione.

Nel vostro rapporto c’è un capitolo allarmante: quello della povertà.

Si tratta di un dato ufficiale dell’Istat, ma abbiamo provato a studiare a fondo la cosa. La povertà immateriale oggi è ancora più grave, parliamo di stress, depressione, paura indistinta che crea tensione e non speranza di futuro. La tragedia, come abbiamo evidenziato nel nostro rapporto, è che questa povertà immateriale è più presente nei giovani che negli anziani: il 30% contro l’11%. Il vero problema in una società come la nostra, impalpabile, ma densa, è analizzare i fenomeni qualitativi, non quelli quantitativi che non dicono più nulla.

E la pandemia oltre al virus del Covid sta diffondendo anche quello della paura.

Certamente. Le morti di Alzano Lombardo e di Bergamo hanno segnato tutti, così come i ricoverati in terapia intensiva che morivano tra sofferenze atroci e senza poter avere vicino l’affetto dei loro cari. Siamo stati bravissimi a superare queste tragedie, i cittadini si sono lentamente liberati dalla paura. Esiste una paura strutturale e non emotiva di chi gestisce il sistema sanitario per il pericolo che possa saltare tutto: troppe terapie intensive occupate, troppi ricoverati, che i vaccini non siano sufficienti o che non coprano le varianti del virus. La paura vera di questo Paese è che non funzionano le istituzioni: la sanità, la scuola, l’università e la ricerca che la pandemia ci ha fatto scoprire essere impreparati.

Il Terzo rapporto Censis-Tendercapital si intitola “Inclusione ed esclusione sociale: cosa ci lascerà la pandemia”. Come si può rispondere a questa domanda?

La pandemia ci lascia una sorta di reazione vitale, confermata dall’impennata dei dati dell’export, delle piccole e medie imprese che hanno avuto il coraggio e l’orgoglio, misto in qualche caso a disperazione, di giocare sul proprio brand. C’è stata una reazione meno nobile, ma fortissima di economia sommersa. La maggior del 6% di Pil in più che abbiamo è da attribuirsi all’economia sommersa, che si registra nei consumi e nelle vendite. Questi due elementi ci hanno in qualche modo protetto dagli effetti della pandemia.

In questo scenario c’è stato un effetto Draghi?

Ha avuto un effetto rassicurante: è una personalità capace, stimata da tutti e a livello mondiale. È un’ondata di opinione, che in questo caso vale. In più tutti sanno che il passato e il futuro si giocano su questioni monetarie, sul controllo del nuovo patto di stabilità, sull’inflazione più o meno guidata ed è riconosciuto in maniera unanime che Mario Draghi, dopo Guido Carli, è l’unico in grado di affrontare queste situazioni.
Mario Draghi, l’uomo che risolve i problemi, ora è al centro del toto-Quirinale.
Il toto-Quirinale era inevitabile e c’è sempre stato. Ricordo l’elezione di Gronchi, nei primi anni Cinquanta, che arrivò dopo un grande e vivace toto-Quirinale con la destra e sinistra insieme, l’operazione Milazzo in Sicilia. Questa volta è un po’ più accentuato perché esiste questa personalizzazione su Mario Draghi.

Come alternativa da più parti si è ventilata l’ipotesi del Mattarella-bis.

Sergio Mattarella ha fatto benissimo a sgombrare il campo da qualsiasi ipotesi dicendo e ribadendo il suo no.

La presenza di Draghi al Quirinale cambierebbe lo scenario?

Per alcuni sì perché ipotizzano un semipresidenzialismo di fatto, perché Draghi sceglierebbe il presidente del Consiglio dei ministri. Credo che non cambierà nulla, in Italia ci sono sempre state delle regole del gioco tacite e rispettate da tutti. Finita la fiammata delle elezioni per il Quirinale, ci riassesteremo facilmente, come è sempre avvenuto in altre occasioni.

Secondo lei Draghi è più utile al nostro Paese capo dello Stato o come presidente del Consiglio?

In ogni caso gli servirebbe un appoggio collaterale. Se rimanesse a palazzo Chigi avrebbe bisogno del presidente della Repubblica, che lo protegga come ha fatto Mattarella, se andasse al Quirinale necessiterebbe di un establishment stretto che gli permetta di sgombrare il campo dai sospetti di un semipresidenzialismo ad personam, altrimenti il rischio è che ci possa essere un rigetto di Draghi capo dello Stato.

In questo periodo Mario Draghi, oltre a confermare il suo valore sul piano economico, si è fatto apprezzare anche sul piano politico.

Mario Draghi si è dovuto mettere a fare un mestiere nuovo, da persona intelligente ha accettato la sfida. Questo, mi permetta lo dico anche io come ex allievo del “Massimo”, ce lo hanno insegnato i gesuiti: l’intelligenza ha bisogno di sfide alte. Con i sindacati l’atteggiamento intelligente è stato quello di non contrastare lo sciopero generale, che per loro aveva un significato identitario. In sostanza ha detto fate, poi ci incontreremo e discuteremo.

Che 2022 ci aspetta?

Faticoso. Tutti gli elementi che hanno sostenuto l’economia nella post-pandemia potrebbero non reggere nel tempo. Il peso dell’intervento pubblico, nel momento in cui diminuirà quali effetti potrebbe produrre? La dimensione della competizione internazionale rimarrà la stessa? Si tratta di una serie di variabili che sono state innescate e che nei prossimi dodici mesi andranno alimentate e sostenute. In questo scenario sono d’accordo con chi vorrebbe che Draghi rimanesse a Palazzo Chigi. Personalmente e umanamente sono più propenso a vederlo al Quirinale.

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