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Il gran rifiuto di Mattarella diventa un inciso sui pezzi di Breda

Come ha riferito il quirinalista del Corriere della Sera il “commiato” di Mattarella dai diplomatici è stato contenuto in «un inciso solo di mezza riga»
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Il caso, solo il caso, ha voluto che il mandato presidenziale di Sergio Mattarella finisse quasi con la fine dell’anno, per cui spesso si stenta a capire dove termini lo scambio degli auguri fra lui e i suoi ospiti e cominci davvero il cosiddetto congedo.

Per non scomodare Papa Francesco, e neppure il Cardinale Segretario di Stato Piero Parolin, che si sono accomiatati da Mattarella dando l’impressione, magari sbagliata, di non essersene voluti separare troppo a lungo – tali e tanti sono stati, in particolare, gli argomenti che hanno voluto trattare con l’ospite, facendone un elenco dettagliato – è apparso significativo quanto è accaduto al Quirinale con gli ambasciatori. Che il presidente della Repubblica ha ricevuto dopo la visita in Vaticano.

Un testimone e cronista solitamente preciso e attento come il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, tanto di casa ormai nel palazzo presidenziale da poter essere scambiato per un custode, ha riferito che il “commiato” di Mattarella dai diplomatici è stato contenuto in «un inciso solo di mezza riga». Infatti anche dal testo dell’intervento risulta che il capo dello Stato ha voluto soltanto “cogliere l’occasione” dell’incontro di fine anno per accomiatarsi appunto.

Si vedrà se Mattarella ricorrerà ad un inciso anche nel messaggio televisivo di Capodanno: spero non registrato accanto al portone del Quirinale per sottolineare la fretta e la decisione, insieme, dell’inquilino di allontanarsi da quel luogo di tortura che, a sentire certi suoi troppo solerti estimatori, sembra diventato per lui quel palazzo. Ciò almeno da quando gli sono giunti inviti espliciti e impliciti a rimanervi almeno per un pò di tempo ancora: giusto quello che occorre, per esempio, perché a provvedere alla sua successione sia il nuovo Parlamento. Che, ridotto di un terzo dei seggi e sicuramente diverso anche per gli equilibri fra i vari gruppi, senza più la “centralità” grillina della legislatura in corso dal 2018, dovrebbe poter esprimere un presidente della Repubblica più rappresentativo, visto che ad eleggerlo sono appunto le Camere e non gli italiani direttamente.

Su questa condizione particolarissima in cui sta maturando o si sta solo avvicinando il prossimo turno di elezioni presidenziali, con le urne in vimini e stoffa che i commessi stanno già lucidando a Montecitorio, si dice e si scrive forse un pò troppo poco, o per niente. Eppure essa potrebbe apparire un vulnus a gente di comune buon senso, portata a pensare che un Parlamento in scadenza così complessa e vasta come quello in carica da quasi quattro anni sui cinque della durata ordinaria sia il meno indicato, attendibile e quant’altro al compito assegnatogli dalla Costituzione di eleggere il Capo dello Stato, con tutte le maiuscole usate dall’articolo 87 della Costituzione.

Di questa incongruenza, che magari non sarà condivisa da sottili costituzionalisti in cattedra, sarebbe ora che si cominciasse a parlare fuori dai denti.

 

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