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Dopo la primavera garantista, ci sono segni di “restaurazione”

La fiammata garantista dei mesi scorsi aveva anche una matrice politica: era parte di quel processo da cui è uscito sconfitto il Movimento 5 Stelle
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Sono stati mesi diversi per la giustizia. Lontani dal precedente trend del ministro Bonafede, e in generale da anni in cui la politica ha preferito quasi sempre il proclama populista alla Costituzione. A quasi un anno dall’insediamento di Mario Draghi e Marta Cartabia, possiamo mettere in fila: l’addio al fine processo mai, cioè al blocca- prescrizione voluto dai 5S, l’adozione di norme a tutela della presunzione d’innocenza, la disciplina che obbliga i pm a chiedere l’autorizzazione del gip anche per acquisire i tabulati telefonci, il nuovo indirizzo sui dati “statici” custoditi sempre nei cellulari sequestrati, altri aspetti del processo penale che, pur fra qualche timidezza, aprono nuovi spazi per misure alternative e giustizia riparativa. Non è poco, non è il caso di fare gli “ingrati”. Ma è anche vero che ancora non si può parlare di definitivo cambio di passo. Lo si intuisce da alcuni segnali. Il primo è la coesione ritrovata fra Pd e Movimento 5 Stelle sull’ergastolo ostativo: i due partiti hanno condiviso alcuni emendamenti che tendono a stringere molto le maglie per l’accesso dei detenuti ai benefici, secondo una linea non del tutto coerente con le indicazioni della Consulta. E non si può ignorare una reazione piuttosto decisa di alcuni settori della magistratura alla norma simbolo di questa breve stagione, il decreto legislativo sulla presunzione d’innocenza, appena entrato in vigore. Ci sono sì eccezioni apprezzabili e autorevoli, da Raffaele Cantone a Federico Cafiero de Raho, ma una parte ancora molto rumorosa di pubblici ministeri continua a bollare come “abnormi” i nuovi limiti ai rapporti fra stampa e uffici giudiziari. A loro si è associato il nuovo presidente dell’Ordine dei giornalisti, che a propria volta, con un’intervista al Fatto quotidiano, ha bocciato il provvedimento.

Da una parte si tratta di una inevitabile reazione. La pur breve stagione garantista ha prodotto un rimbalzo, un ritorno del trend giustizialista. Dall’altra c’è da fare i conti con alcuni segni di immaturità. Nella politica innanzitutto. L’attenuarsi del rinnovamento nella giustizia, che si coglie anche in certe timidezze dell’area moderata sull’ergastolo ostativo, potrebbe in realtà rivelare un’altra cosa, e cioè che la fiammata dei mesi scorsi per le garanzie aveva in fondo anche una matrice politica: era parte di quel processo da cui è uscito sconfitto il Movimento 5 Stelle, culminato nella caduta del governo Conte 2. Sarà un caso, ma nel pieno dell’entusiasmo per il tramonto della maggioranza giallorossa persino la Lega si è scoperta garantista: basti pensare al referendum sulla “giustizia giusta” promosso insieme al Partito radicale. Poi però, passato l’entusiasmo, siamo arrivati al punto che la Lega nemmeno si è impegnata a raccogliere e depositare le firme per i quesiti, accettati dalla Cassazione solo in base alle delibere adottate in cinque Consigli regionali.

Il Pd, che pure ha avuto un ruolo non marginale nel superamento della prescrizione di Bonafede, ora torna a camminare insieme con i 5 Stelle sull’ergastolo ostativo. E non si può pretendere che, oltre a Forza Italia e renziani come Lucia Annibali, a tenere alta la bandiera del garantismo sia sempre l’instancabile Enrico Costa, che sulla legge relativa all’ordinamento penitenziario, ad esempio, non ha presentato emendamenti. Intanto la Lega non è certo schierata al fianco di FI, sul carcere, e può anzi ritrovarsi assai più vicina ai pentastellati, al pari di Fratelli d’Italia che addirittura vorrebbe modificare il principio costituzionale del fine rieducativo della pena.

C’era da aspettarselo, va messo nel conto, è il segno che la partita sulla giustizia è ancora lunga. Forse si sottovaluta il peso di un passaggio come la riforma del Csm. Materia che sembra scaldare poco i partiti e sulla quale si procede verso un patchwork cucito a colpi di compromessi. E invece dare colpi ben assestati alle degenerazioni del correntismo ma anche agli eccessi discrezionali sulle nomine che hanno corroso, in questi anni, l’autogoverno dei giudici, sarebbe funzionale anche a una più complessiva maturazione del quadro sulla giustizia. Solo con una magistratura sottratta al corporativismo autoreferenziale e coinvolta appieno nel confronto su un nuovo equilibrio con la politica, il garantismo potrà trovare la sponda decisiva. Pensare che davvero possa affermarsi il tempo dei diritti se intanto l’ordine giudiziario non viene accompagnato fuori dal vortice dei conflitti e delle “supplenze”, è una pericolosa illusione.

 

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