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Giudici contro pm-star, la nuova battaglia in magistratura

C’è qualcosa di più profondo che agita le toghe, e le cui tracce si possono scovare nello scontro latente tra pm e giudici. I quali hanno da tempo capito che l'indagato non è l'unica vittima del protagonismo mediatico di alcune procure
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Tira una strana aria in magistratura, un clima da resa dei conti. E non parliamo di guerre di potere, di nuove galassie correntizie in conflitto tra di loro per riempire il vuoto lasciato dal sistema Palamara. Questa è una lettura effimera, frivola, buona per qualche bel titolo a effetto. C’è qualcosa di più profondo e delicato che agita le toghe, e le cui tracce si possono scovare nello scontro latente – sempre meno latente e sempre più esplicito per la verità – tra pm e giudici, tra requirenti e giudicanti, e i cui effetti sono visibili anche in Anm.

I giudici hanno infatti capito da tempo che l’indagato – presentato come colpevole ben prima di un semplice rinvio a giudizio – non è l’unica vittima del protagonismo mediatico di alcune procure; l’altro bersaglio è il giudice stesso che, dopo lo show del collega, si ritrova a fare i conti con quella massa di accuse in un’aula di tribunale, a testare la tenuta del materiale probatorio e a decidere se accoglierla o respingerla: se condannare gli imputati o se invece assolvere. Insomma, la smania di visibilità mediatica di alcuni pm non è solo una sbavatura istituzionale e una scorrettezza nei confronti dell’indagato; questo protagonismo mette infatti in moto anche una pressione mediatica che cade tutta sulla testa di chi dovrà giudicare.

Lo ha detto in modo ancora più cristallino il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho nel corso del recentissimo convegno organizzato da Unicost, e ripetuto alla Stampa di ieri nella bella intervista di Francesco Grignetti: «L’enfasi con cui certe indagini vengono rappresentate dalla stampa – ha spiegato De Raho – rischia di diffondere nell’opinione pubblica la patologia del giustizialismo, la sollecitazione a una giustizia sommaria». E poi, ancora più esplicito: «Ed è vero che si assiste a volte al protagonismo di alcuni circoli mediatici ai quali non sono estranei gli stessi magistrati, che tendono alla costruzione di verità alternative, mediante la propalazione di elementi non sottoposti a valutazione. Non è consentito al pubblico ministero, in prossimità della sentenza, sostenere una tesi che orienti il dispositivo, o che anche indirettamente lo condizioni, preparando la folla a una decisione che, se diversa da quella ipotizzata, venga interpretata come prodotto di timori del giudice o addirittura di condizionamenti».

Insomma, è difficile spiegare un’assoluzione quando per mesi, spesso anni, i pm hanno occupato con la propria inchiesta giornali, talk show e social. Ma qualcosa si muove e l’impressione è che il vuoto lasciato dal “Sistema” Palamara, tutto puntato sui pm e su una visione colpevolista della giustizia, abbia favorito la scalata di una nuova generazione di giudici abituati a “parlare solo con le sentenze”. Che poi è quello che dovrebbe accadere in un paese normale.

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