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Nessuno faccia i conti sul Colle senza il sovrano di Arcore

Il Cavaliere vuole vincere, non partecipare. Ci crede e lo scetticismo del Palazzo non lo scalfisce. All'appello mancherebbero solo 14 voti
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Più i commentatori si sbizzarriscono, più i politici si lambiccano, più il rischio che l’elezione del capo dello Stato s’incarti cresce. Il principale macigno, la variabile impazzita che complica i giochi e confonde i giocatori si chiama Silvio Berlusconi. Il Cavaliere vuole vincere, non partecipare. Ci crede e lo scetticismo del Palazzo, inclusi moltissimi esponenti del centrodestra, non lo scalfisce. Ci è già passato e i fatti hanno puntualmente confortato le sue follie visionarie. Dunque, unico tra i papabili, si dà da fare allo scoperto e in penombra. Tratta, convince, forse acquista.

I voti in libertà sono tanti, intorno ai 150 parlamentari. Le ultime stime dicono che per arrivare a mèta gliene manchino appena 14. Calcolo ipotetico, effimero, basato sul conto dei gruppi parlamentari ignorando la possibilità, per non dire la certezza che a destra proliferino i franchi tiratori. Ma pur sempre un conto che rende ragione dei passi avanti fatti dalla candidatura impossibile nelle ultime settimane. Appena un mese fa i medesimi conti davano il sovrano d’Arcore a 50 voti dal colpaccio. Senza contare che nelle somme aritmetiche in questione non si calcola l’incognita Renzi, sulla cui assoluta ostilità all’incoronazione del leader azzurro nessuno metterebbe la mano sul fuoco. Del resto c’è una prova indiretta dell’accresciuto appeal del condannatissimo: oggi sono più i parlamentari senza casacca che meditano di indossare o rispolverare quella azzurra di quanti non si guardino intorno cercando freneticamente un approdo pur di salvarsi dal naufragio dell’antica portaerei di Arcore.

Ma nello stesso centrodestra molti, se non tutti, si rendono conto che un Silvio Berlusconi presidente della Repubblica sarebbe esiziale sia per l’immagine del Paese nel mondo sia per la tenuta del Paese, perché per quanto si presenti oggi diverso, Berlusconi resta il personaggio che più ha diviso l’Italia in tifoserie contrapposte per decenni. Solo che negargli il supporto non è possibile apertamente e non è facile neppure al coperto del voto segreto, perché con tutta l’età avanzata e l’emorragia di consensi il capo di Fi è l’unico che possa offrire un collante a una coalizione ancora più lacerata e divisa dei rivali. Il nodo è intricato, molto più difficile da sciogliere di quanto non appaia a uno sguardo superificiale. La via maestra, messo da parte l’ecamotage Mattarella, sarebbe l’elezione di un presidente scelto da tutti o da quasi tutti. Quel requisito, per quanto si sforzi sino a lodare l’odiato Reddito di cittadinanza e l’odiatissimo M5S, “Papi” non potrà mai vantarlo. Lì però c’è l’altro macigno a ostruire la strada: Mario Draghi, il candidato naturale come “presidente di tutti” e anche quello che tutti vorrebbero evitare. Senza Draghi, per un presidente di tutti ci vuole il semaforo verde di Berlusconi e non arriverà.

La via d’uscita, molto più accidentata e malcerta, sarebbe convergere alla quarta votazione su uno dei tre candidati al momento di seconda fila rispetto a Draghi e Berlusconi: Pier Ferdinando Casini, Marta Cartabia, Giuliano Amato. Basterebbero un mazzo di franchi tiratori a destra o voti in libertà in arrivo dal plotone misto per farcela. Sempre che almeno la coalizione di centrosinistra sia unita e non è detto: Amato e Cartabia non piacciono ai 5S, Casini non va giù al Pd. Sempre che Renzi si adatti a collaborare disciplinatamente, e non è il tipo. Sempre che la paura di ritrovarsi una coalizione sfaldata non prevalga, a destra, su quella di dover fare i conti con un Berlusconi pregiudicato e primo cittadino.

Molti “se”, troppi per profetizzare una navigazione se non tranquilla almeno non troppo accidentata. Se in un eventuale braccio di ferro a partire dalla quarta votazione Casini o chi per lui mancassero il colpo, Berlusconi vedrebbe moltiplicarsi le sue chances e comunque, anche se non ce la dovesse fare, acquisterebbe seduta stante un potere quasi decisionale sul nome del prossimo presidente. Rischio grosso, tanto grosso da rappresentare la carta più forte nelle mani di Mario Draghi. Perché piaccia o non piaccia, e a molti non piace, la sola via per chiudere la partita senza dover procedere alla cieca e senza rete rimane la sua elezione già nella prima votazione.

 

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