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Europa anno zero: dove i migranti mangiano la neve

Reportage dal confine tra Polonia e Bielorussia, dove nessuno può entrare, dove gli aiuti umanitari sono illegali, dove la costituzione europea è sospesa e con essa l'umanità
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Sono in Polonia, da qualche parte sperduta nel profondo est, molto vicina al confine con la Bielorussia, al limitare della zona rossa, dove transitano centinaia di persone, vivendo per giorni nel gelo della foresta più antica d’Europa.

E dove nessuno può entrare, dove gli aiuti umanitari sono illegali, dove la costituzione europea è sospesa – e con essa l’umanità.

La prima notte qui è stata difficilissima. Intorno all’una io e il mio gruppo riceviamo un disperato messaggio di aiuto, un vocale che in 45 secondi riesce a condensare tutta la tragedia umana che sta avvenendo. È un ragazzo che sta morendo, che con un filo di voce ripete help me, help me, please, help me. Stava vagando da due giorni nella foresta, mangiando solo neve, e senza dormire – perché addormentarsi avrebbe significato morte certa.

Fuori è molto umido, la temperatura tra -5 e -10, una decina di centimetri di neve ovunque. Lui si trovava a un’ora e mezza da noi: fattibile, eravamo pronti a partire.

Il problema è che si trovava sette km dentro la zona rossa: abbiamo disperatamente cercato una scusa per poter entrare, per portargli aiuto, cibo, un sacco a pelo, vestiti asciutti.

Ci siamo inventati qualsiasi motivo che giustificasse quel viaggio disperato in piena notte: un volo aereo alle 5 di mattina da andare a prendere, un flixbus per Budapest, un improvviso impegno di lavoro. Ma quegli ultimi 7 km avrebbero significato per noi l’arresto.

Avevamo praticamente deciso che comunque avremmo tentato di raggiungerlo, sfidando la sorte e sperando di non trovare posti di blocco. Fortunatamente un’altra associazione polacca ha risposto al suo appello.

Tutto quello che potevo fare io, a quel punto, era tenerlo sveglio.

Fargli sentire amore, amore per il suo coraggio, per la sua forza d’animo. Allora dall’una e mezza, quando abbiamo avuto la notizia che l’altro gruppo l’avrebbe raggiunto ‘ presto’, ho provato a tenergli compagnia, a farlo ridere, a fargli vedere scorci della mia vita per distrarlo dalla sua condizione, dal freddo, dalla fame.

Gli ho mandato foto della mia famiglia, di mia nonna, gli ho promesso che l’avrei portato a fare un giro in moto con me, che sarei andata a trovarlo in Germania quando ci sarebbe arrivato. E quando un momento lo sentivo ridere, il momento dopo di nuovo chiedeva aiuto, disperatamente, perché era stremato, non riusciva più a camminare, e cercavo di dargli tutta la forza del mondo perché non si fermasse e continuasse a camminare. Stanno arrivando, gli dicevo, stanno arrivando.

Ma non ne ero sicura, nessuno poteva essere sicuro che qualcuno sarebbe arrivato.

Gli altri attivisti avrebbero potuto essere bloccati dalla polizia. Pregavo solo che arrivasse vivo al mattino dopo, e con la luce avremmo trovato un modo per andare da lui.

E ogni tanto spariva, e i minuti passavano, e l’ultimo accesso risaliva a 5, 10, 20 minuti prima, e l’angoscia della notte mi divorava, avevo paura si fosse addormentato, e lo chiamavo, nessuna risposta.

Sapevo che la connessione andava e veniva, ma poteva anche essersi addormentato. Credo di aver provato per lui tutto l’amore che umanamente si può provare.

Mi raccontava del caldo dell’iraq, che anche lui lì aveva una moto, e l’aveva venduta per poter affrontare questo viaggio. Ma aveva freddo.

E a un certo punto mi ha mandato degli ultimi vocali in cui sembrava in un’altra dimensione, e non si capiva con chi stesse parlando. Sembrava che in un delirio mistico mi avesse detto thank you, oh father e tremo all’idea di riascoltare quei messaggi in cui lo sentivo a un passo dall’arresa.

Alle 4 circa mi sono addormentata: da ormai mezz’ora non rispondeva più, e io non potevo più fare nulla.

Con il cellulare attaccato alla faccia, la suoneria più alta possibile, come quando ci si addormenta aspettando il messaggio della persona amata, cercavo di riposare, pronta a svegliarmi non appena mi avesse risposto. Finalmente, alle 4.24, manda un ultimo vocale in cui mi ringrazia: erano arrivati gli aiuti, ora era più caldo, aveva mangiato, stava un po’ meglio. Sarebbe sopravvissuto a questa notte. Adesso non so dove sia, come stia continuando il suo cammino, non so se sia stato trovato dalla polizia e ricacciato indietro o oppure se l’abbiano aiutato a lasciare la Polonia.

Non so neanche il suo nome.

Brother, lo chiamavo, my dear brother: un ragazzo iracheno di trent’anni, la mia età, che cercava di raggiungere un luogo dove vivere senza la preoccupazione della guerra.

Non so se fosse curdo oppure no, non conosco la sua storia. So che è sopravvissuto a stanotte, so che può continuare il suo viaggio, so che ha visto il mio volto, e quello di tutta la mia famiglia, nella prima notte di dicembre. Se questo è un uomo, mi chiedo. Se questa è Europa. Ciao brother, non so dove tu sia, ma so che stai meglio. Buon viaggio. La sera del 9 dicembre mi è arrivato un messaggio: Brother si trova in questo momento a Dresda, ha richiesto protezione umanitaria in Germania e la sua situazione è stabile.

* Volontaria

 

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