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Quel prefetto che vede reati ovunque tranne che in casa sua…

La moglie del prefetto di ferro antindrangheta è indagata. Per noi vale la presunzione di non colpevolezza. Ma qualche domanda ce la facciamo...
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Credo di aver visto per la prima volta il prefetto Michele Di Bari a Roccella Jonica in occasione della presentazione d’un libro del dottor Nicola Gratteri e del prof Antonio Nicaso. Sembrava impegnato a fare gli onori di casa. E non poteva mancare data la sua “fama” di “Antimafioso” a 24 carati e custode della legalità.

Negli anni della sua permanenza in Calabria, come prefetto a Reggio, si è mosso come fosse lo sparviero dello Stretto, capace di scorgere da lontano ogni tentativo della ndrangheta di infiltrarsi nei Comuni o nelle imprese. Non a caso ha chiesto ed ottenuto decine di scioglimenti di consigli comunali democraticamente eletti anche a costo di devastare la fragile democrazia calabrese.

Inoltre ha emesso centinaia e centinaia di interdittive contro le imprese. In proporzione ed in assoluto più che in qualsiasi altra parte d’Italia. Un massacro nel debolissimo tessuto economico dell’estremo Sud.

Ma il suo capolavoro è stato e rimarrà la distruzione del “modello Riace” dove le rigorose ispezioni ordinate dal prefetto di ferro hanno messo alla sbarra il sindaco Mimmo Lucano, trattato come il peggiore dei malfattori.

Forse per tale merito il prefetto Di Bari è stato promosso e trasferito al Ministero dell’Interno come responsabile nazionale del dipartimento immigrazione.

Nel momento di andar via da Reggio, con l’occhio rivolto ai posteri, il dottor Di Bari ha dato alle stampe un libro: “Prefetto in terra di ndrangheta”. Più o meno come aveva fatto Conrad pubblicando “Cuore di Tenebra” dopo un viaggio tra i cannibali.

Ora succede che la moglie del prefetto sia coinvolta in un’inchiesta giudiziaria con per una brutta vicenda legata allo sfruttamento degli immigrati.

Noi la consideriamo innocente e tale resterà per noi sino alla conclusione della vicenda. Ed anche oltre. Anzi saremmo disponibili a collocarci al suo fianco qualora fossero lesi i sui diritti con provvedimenti di giustizia sommaria e preventiva ed infatti riteniamo inutilmente afflittiva la misura che le impone l’obbligo di firma.

Se le accuse fossero vere, però, sarebbe ben strano che un prefetto dotato di un tale fiuto poliziesco in grado di vedere reati e ndrangheta ovunque, anche a chilometri di distanza, non sia stato capace di guardare bene tra le pareti di casi.

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