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Inchiesta caporalato, Di Bari lascia il Viminale. E Salvini attacca Lamorgese

Il leader della Lega chiede spiegazioni alla ministero dell'Interno, ma fu lui a nominare a Michele di Bari nel 2019. Nei guai sua moglie, accusata di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro
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«Chiediamo che la ministra riferisca immediatamente in Parlamento. Al di là della vicenda giudiziaria, i dati sull’immigrazione dicono che in due anni ci sono stati più di 100mila sbarchi. L’ultima missione europea è stata assolutamente fallimentare. Lamorgese ci venga a raccontare che intenzioni ha». A pronunciare questa frase è il leader della Lega, Matteo Salvini, cogliendo al balzo la palla lanciata dalla procura di Foggia, che oggi ha eseguito una misura cautelare a carico di 16 persone nell’ambito di un’inchiesta sul caporalato.

Ma a colpire, in questo caso, è che Salvini chieda spiegazioni a seguito delle dimissioni di Michele Di Bari, capo Dipartimento dell’Immigrazione al Viminale, confermato nel suo ruolo dalla ministra Luciana Lamorgese ma piazzato lì nel 2019 proprio dall’ex ministro dell’Interno, che lo ha premiato proprio per le sue politiche in merito all’accoglienza. E fu sua la relazione che inguaiò l’allora sindaco di Riace, Domenico Lucano, il cui modello d’accoglienza fu demolito, al punto da costargli un processo e una condanna a 13 anni in primo grado.

Di Bari, nell’inchiesta di Foggia, non c’entra però nulla: è il suo nome quello a finire nel tritacarne mediatico, ma ad essere coinvolta, in questo caso, è la moglie Rosaria Livrerio Bisceglia, accusata di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro in concorso con altre persone. Il Capo Dipartimento, a cui lo scorso anno, in piena pandemia, il capo della Protezione civile affidò il compito di gestire la questione degli sbarchi dei migranti e della loro quarantena, ha dunque deciso di rinunciare al proprio ruolo per una questione di opportunità, dichiarando di confidare, come la moglie, nella giustizia.

Secondo la procura di Foggia, la donna – che è stata sottoposta ad obbligo di firma – avrebbe impiegato nella sua azienda agricola decine di lavoratori di varie etnie reclutati dal principale indagato, Bakary Saidy, sottoposti a «condizioni di sfruttamento» in situazioni retributive, di igiene, di sicurezza e di salubrità del luogo di lavoro terribili, «approfittando del loro stato di bisogno derivante dalle condizioni di vita precarie e dalla circostanza che essi dimorano presso in abitazione fatiscenti presso la zona “ex pista” di Borgo Mezzanone». In particolare, Saidy avrebbe portato sui campi, dopo averli reclutati, i braccianti, in seguito alla richiesta di manodopera avanzata dalla donna, che comunicava telefonicamente il numero di lavoratori necessari, controllati e gestiti da Matteo Bisceglia e assunti tramite documenti forniti da Saidy, che riceveva da ognuno 5 euro a mo’ di tassa obbligatoria per il trasporto. Il tutto per cinque euro ad ora, a fronte di una giornata lavorativa di circa otto ore e calcolata tramite il numero dei cassoni raccolti. Nessuno straordinario, né interruzioni (salvo una breve pausa per il pranzo) o dispositivi di sicurezza, né tantomeno la possibilità di utilizzare servizi igienici idonei.

Secondo quanto si legge nell’ordinanza, Livrerio Bisceglie «risultava consapevole delle modalità delle condotta di reclutamento e sfruttamento in quanto si confrontava direttamente con il caporale». Ma la donna si dice tranquilla di poter dimostrare la propria estraneità: «I fatti addebitati alla mia assistita, peraltro molto circoscritti nel tempo e nella consistenza (poiché si sarebbero svolti – in ipotesi – in pochissimi giorni e riguarderebbero una quantità esigua di dipendenti) , saranno al più presto chiariti nelle sedi competenti, dove potremo fugare ogni dubbio e, soprattutto, documentare l’assoluta estraneità della mia assistita a qualsivoglia ipotesi di sfruttamento dei lavoratori. D’altra parte, quella dell’azienda è una storia di trasparenza e di legalità con radici antiche. La mia cliente è serena e fiduciosa nell’operato della magistratura», ha detto l’avvocato Gianluca Ursitti. Oltre alla Lega, anche Fratelli d’Italia e Leu hanno subito chiesto un intervento immediato in Parlamento della ministra Lamorgese.

E l’attenzione, ora, è dunque tutta concentrata su Di Bari. Nella sua esperienza da prefetto di Reggio Calabria, si è anche distinto per l’abbattimento della baraccopoli di San Ferdinando, dove i migranti vivevano in condizioni disumane e dove ha trovato la morte Becky Moses, migrante costretta a lasciare Riace per il doppio diniego alla richiesta di asilo che l’ha costretta ad accamparsi a Rosarno, dov’è morta in un rogo che ha distrutto la sua tenda. Poco distante da quella baraccopoli, però, ne è sorta un’altra, tuttora in piedi, dove le condizioni di degrado si sono riproposte identiche a prima. Ma è il caso Riace ad aver attirato sull’ex prefetto le attenzioni maggiori: la relazione disposta dalla prefettura, infatti, smontò pezzo per pezzo il modello Lucano, poi riabilitato da un’ulteriore relazione tenuta nascosta per mesi dalla stessa prefettura e che l’ex sindaco ottenne solo dopo aver sporto denuncia.

Nei mesi scorsi, due dei firmatari della prima relazione sono finiti sotto indagine proprio per fatti legati all’accoglienza. Sergio Trolio, ex tutor dello Sprar, tra i primi testimoni chiamate dalla procura di Locri a certificare i disastri del modello Riace nel corso del processo, è stato infatti accusato dalla procura di Crotone di aver lucrato grazie alla finta accoglienza, garantendo, nell’ambito di un’indagine su una presunta associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, «la stabile predisposizione ad autenticare falsamente la firma dei clienti del sodalizio, così simulando la loro presenza in Italia». E prima di lui era toccato a Salvatore Del Giglio, funzionario della Prefettura di Reggio Calabria, indagato con l’accusa di aver confezionato una relazione falsa nella quale avrebbe omesso di indicare le criticità rilevate all’interno del Centro d’accoglienza di Varapodio, a pochi chilometri dalla città dei Bronzi. La polemica politica, però, rischia di far distogliere l’attenzione dal fulcro dell’inchiesta, ovvero le condizioni di sfruttamento di migliaia di lavoratori impiegati nei campi e vittime di caporalato. Una condizione, secondo la Lega, favorita dall’immigrazione clandestina.

«L’inchiesta dimostra quanto sia urgente dare piena attuazione alla legge 199/2016 così da poter effettuare controlli preventivi che consentirebbero un accesso trasparente e regolare al lavoro – ha evidenziato il segretario confederale della Cgil, Giuseppe Massafra, in una nota -. Le condizioni di sfruttamento e abitative alle quali sono sottoposte migliaia di lavoratrici e lavoratori soprattutto migranti stagionali sono inaccettabili in un Paese civile. Occorre intervenire subito con l’azione delle forze dell’ordine e della magistratura, ma anche con l’applicazione dei contratti e investendo in politiche per gli alloggi e per il trasporto. Lascia sgomenti il solo pensiero che l’istituzione preposta allo svolgimento delle pratiche di emersione dal lavoro nero possa essere sfiorata da ombre in merito al suo operato. Le dimissioni del capo del Dipartimento per le libertà civili e immigrazione del Viminale, Michele di Bari – conclude Massafra – sono un atto dovuto per permettere il pieno e sereno svolgimento dell’azione giudiziaria».

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