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Quel lungo viaggio per ascoltare chi indossa la toga

avvocati
Sono passati ormai cinque mesi da quando è iniziato il nostro viaggio nell’avvocatura, attraverso i Coa italiani. Un progetto ambizioso, per dare voce agli avvocati che, ogni giorno, vivono in Tribunale e negli studi legali i grandi cambiamenti che questo periodo storico porta con sé
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Da quasi cinque mesi Il Dubbio ha iniziato il viaggio nell’avvocatura, dedicando più volte a settimana una pagina intera con protagonista un Consiglio dell’Ordine degli avvocati ed il suo presidente. L’obiettivo è ambizioso e non lo nascondiamo affatto. Intendiamo parlare di tutti i Coa italiani e dedicare loro lo spazio che meritano. Da Nord a Sud, passando per il Centro, vogliamo, a modo nostro, unire l’Italia e valorizzare chi indossa la toga con dignità, senza stare sotto i riflettori o posare calcando un red carpet sotto i flash dei fotografi.

«Siamo avvocati non attori che scimmiottano Hollywood», ci ha riferito pochi giorni fa un legale mentre commentava i vari awards che a fine anno, tra una fetta di panettone e un brindisi con le bollicine, riempiono i redazionali di vari giornali. Vogliamo dare voce agli avvocati che, ogni giorno, vivono in Tribunale e negli studi legali i grandi cambiamenti che questo periodo storico porta con sé. Prevedere il futuro non è semplice. Non ci interessa neppure, dato che non abbiamo la palla di cristallo e non facciamo gli astrologi. Di sicuro, parlando con i presidenti dei Coa, dai più grandi ai più piccoli, quelli della provincia italiana che traina l’economia nazionale, emerge un elemento: ci sarà ancora bisogno degli avvocati, difensori, prima di ogni cosa, dei diritti costituzionalmente garantiti.

Nei ragionamenti dei presidenti dei Coa emergono sempre due temi di stretta attualità: la fuga (o il rischio fuga) dall’avvocatura e le aspettative legate al Piano nazionale di ripresa e resilienza. Riuscirà il Pnrr a tirarci dalle sabbie mobili rese sempre più profonde a causa dell’emergenza sanitaria? «Il passaggio al pubblico impiego – dice Paolo Ponzio, presidente del Coa di Alessandria – è al momento un fenomeno percentualmente troppo basso perché possa esprimere, nel nostro circondario, una tendenza ed essere oggetto di previsioni per gli anni futuri, anche perché il passaggio si è avuto comunque verso l’ordinamento giudiziario, per cui non è detto che possa riprodursi a fronte di concorsi nella Pubblica amministrazione.

Non si può però ignorare il fatto che, in generale, tale scelta, peraltro quasi inconcepibile e comunque imprevedibile fino a pochi anni fa, possa trovare origine in disagi e difficoltà, non sempre economiche o soltanto tali, che non vanno sottovalutati».Con la fase post pandemica le risorse ingenti collegate al Pnrr creano numerose aspettative. Per oltre un anno svolgere con regolarità le attività legali è stato problematico e ha indotto gli avvocati ad adeguarsi a nuove situazioni, sacrificando pure i rapporti umani di cui si nutre la professione forense. La necessità di svolgere, soprattutto nel civile, le udienze da remoto o a trattazione scritta ha determinato una nuova impostazione del lavoro.

«Come ogni periodo critico – afferma il presidente del Coa di Pisa, Stefano Pulidori -, la pandemia ha indotto riflessioni e nuovi propositi. Moralmente, è stato duro vedersi precludere l’accesso ai luoghi fisici del lavoro. La tendenza a svolgere udienze cartolari o da remoto, al di là del diritto di difesa, incide sulla percezione e la coscienza di noi stessi e del nostro ruolo, così come su aspetti che vorremmo restassero consustanziali all’avvocatura quali, ad esempio, la colleganza, che si nutre di occasioni di incontro e confronto. Possiamo uscire rafforzati nel post pandemia se sapremo restare uniti, rifuggendo le tentazioni centrifughe, tra di noi purtroppo endemiche ed endogene, ma, talora, anche esogene, indotte da terzi non disinteressati. Se si consoliderà la ripresa economica, un effetto positivo si avrà anche per l’avvocatura. Sarei cauto sulla portata degli effetti del Pnrr nella giustizia, perché le risorse qui dedicate non sono poi moltissime, né tutte usate al meglio. Inoltre, è disarmante constatare come, dopo trent’anni anni nei quali l’intervenire sui riti processuali ha sostanzialmente fallito, l’approccio dei governi resti sempre quello. Mancano forza e volontà di sottrarsi a questa coazione a ripetere l’errore, puntando con nettezza, ad esempio, a un aumento deciso dell’organico della magistratura, togata e onoraria».

Il presidente del Coa di Tivoli, David Bacecci, evidenzia l’impegno dei suoi colleghi in un Foro poco distante dalla capitale. «In provincia – afferma – abbiamo avvertito ancor più sensibilmente lo svilimento della figura dell’avvocato. Negli anni passati il rapporto con il cliente era assolutamente fiduciario. L’avvocato seguiva il cliente per tutto l’arco della sua vita. Oggi si è arrivati alla “spersonalizzazione” del rapporto avvocato-cliente ed il professionista è visto come un “tecnico”, chiamato a risolvere il singolo affare o il singolo problema. Non so se sia un’evoluzione positiva o meno, è solo una riflessione sociologica soprattutto per l’avvocatura di provincia. Il problema reddituale è fortemente avvertito ed è la causa della fuga dall’avvocatura. Tutti i colleghi che si sono cancellati dall’albo lo hanno fatto con rammarico e tristezza, perché la nostra è sempre una professione dove il profilo emotivo ed umano la fa da padrone e regala soddisfazioni non comparabili con altre attività lavorative. Purtroppo non si vive solo di soddisfazioni personali».

Il tema dei fondi del Pnrr è molto sentito ad Agrigento. «Daranno – commenta la presidente del Coa Vincenza Gaziano – un nuovo impulso all’economia e nuova linfa a molte attività. L’avvocatura ne trarrà forse giovamento. Va sottolineato però che i fondi destinati alla giustizia, nel condivisibile obiettivo di dare in tempi ragionevoli e certi giustizia, difficilmente coglieranno nel segno proprio perché non si è tradotto nell’intervento strutturale tanto auspicato. Le difficoltà in un Foro come il nostro sono legate soprattutto alle condizioni socio-economiche del territorio, peraltro sorprendentemente neppure lambito dai fondi del Pnrr, che si traducono in una scarsa redditività della professione in uno con l’esigenza per il cittadino di ricorrere con frequenza all’istituto del patrocinio a spese dello Stato».

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