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Giustizia, Costa chiede trasparenza: «I numeri sono parziali»

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La giustizia secondo Costa: «Il cittadino dovrebbe sapere se a un pm sono state rifiutate richieste di intercettazioni o di misure cautelari»
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Trasparenza sui numeri della giustizia: è arrivata la risposta, purtroppo parziale, del ministero della Giustizia alla interrogazione dell’onorevole di Azione Enrico Costa che in generale si dice «soddisfatto della tempestività con cui è giunta. Quando ti rivolgi direttamente alla ministra Cartabia le risposte arrivano, quando invece chiedi agli Uffici nulla si muove». Entriamo nel merito delle risposte. La direzione Generale di Statistica, leggiamo nell’atto trasmesso dal vice capo di Gabinetto Nicola Selvaggi, «non dispone dei dati relativi al tasso di accoglimento e di rigetto delle richieste interlocutorie avanzate dai pubblici ministeri ai gip e il numero degli avvisi di garanzia notificati ogni anno».

Per Costa «si tratta di dati essenziali ed è grave che un ufficio statistico non li abbia. Soprattutto per quanto concerne la dinamica processuale tra il pm e il gip, sarebbe fondamentale averli per capire se il secondo è un semplice passacarte del primo. Il cittadino dovrebbe sapere se a un pm sono state rifiutate richieste di intercettazioni o di misure cautelari».

In relazione al numero delle istanze di riparazione per ingiusta detenzione rigettate dalle Corti di Appello, il ministero risponde con i dati del monitoraggio contenuti nella Relazione al Parlamento concernente l’anno 2020: «Sono stati iscritti 1108 provvedimenti. Tra i procedimenti definiti prevalgono nettamente le pronunce di rigetto ( 77%) rispetto a quelle di accoglimento ( 23%)».

Per il responsabile Giustizia di Azione, questi numeri ci dicono che «lo Stato va alla ricerca di alcune ragioni per addebitare alla persona che ha subìto una ingiusta detenzione una sorta di concorso di colpa con il magistrato. Eppure dinanzi a un arresto ingiusto non dovrebbe esserci alcuna motivazione per negare un indennizzo. E invece lo Stato tende ad autoassolversi e proteggersi».

Un dato interessante riguarda le sentenze di appello di conferma o riforma delle sentenze di primo grado. Leggiamo che: «Le Corti di Appello riformavano le sentenze di primo grado nella misura del 36,3% nell’anno 2018, del 34,4% nell’anno 2019 e del 33,4% nell’anno 2020; le Corti di Assise di Appello riformavano le sentenze di primo grado nella misura del 59,5% nell’anno 2018, del 60,0% nell’anno 2019 e del 61,5% nell’anno 2020».

Secondo l’onorevole Costa il dato «ci conferma che l’appello è un istituto che non può essere assolutamente limitato. Ho letto l’altro giorno sul vostro giornale la risposta che il Primo Presidente Emerito della Corte di Cassazione Giovanni Canzio ha rivolto all’Unione delle Camere Penali: se si metteranno dei paletti alla difesa per l’appello questi numeri caleranno, mentre questi dati ci dicono che le sentenze di primo grado devono essere sempre sottoposte al vaglio di un giudice superiore». Oppure un’altra lettura potrebbe essere la seguente: siccome in Corte di Assise di Appello vengono giudicati casi di una certa gravità, come gli omicidi, si può immaginare che ci si avvalga anche dei migliori avvocati su piazza che riescono o a ottenere una assoluzione o una riduzione di pena.

Infine per quanto riguarda «l’esito dei procedimenti penali relativi ai reati contro la Pubblica Amministrazione, le sentenze di condanna emesse in primo grado nell’anno 2018 erano ricomprese tra il 63,5% con riferimento al reato di istigazione alla corruzione e il 5,9% con riferimento al reato di corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio mentre le sentenze di assoluzione erano ricomprese tra il 47,9% con riferimento al reato di abuso di ufficio e il 7,7% con riferimento al reato di corruzione in atti giudiziari».

«Dovremmo valutare con attenzione questi dati – ci precisa Costa – che necessitano di un approfondimento. Però già sull’abuso di ufficio possiamo dire qualcosa: innanzitutto questo è uno di quei casi in cui servirebbe conoscere il numero degli avvisi di garanzia. Quando arriva a un sindaco, comincia la macchina del fango: la sua reputazione è rovinata ma poi vediamo che si viene assolti». Secondo gli ultimi dati disponibili dell’Istat, nel 2017 sono stati 6.500 i procedimenti aperti per abuso d’ufficio, di cui solo 57 le condanne definitive; nel 2018 quelli definiti da Gip e Gup sono stati 7.133 e 6.142 sono stati archiviati: «Si dimostra – conclude Costa – che i procedimenti aperti per abuso d’ufficio sfociano in condanne definitive in meno di un caso su cento».

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