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«Tutti vogliono il procuratore amico perché nessuno lo vuole nemico»

Alberto Cisterna
Intervista ad Alberto Cisterna, presidente di sezione al Tribunale di Roma, «La politica vuole il procuratore amico perché nessuno lo vuole nemico».
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Per Alberto Cisterna, presidente di sezione al Tribunale di Roma, «la politica non riesce purtroppo a tirarsi fuori dai condizionamenti che la magistratura esercita su di essa. Tutti vogliono il procuratore amico perché nessuno lo vuole nemico». E ancora: «Io non credo a tutto questo dibattito ideale sulla palingenesi etica della magistratura: le norme sono chiare e stringenti per le procedure di nomine dei dirigenti e se non é bastato il codice penale, certo non serviranno codici etici aggiornati».

Come legge le recenti elezioni nei distretti locali dell’Anm?

Bisogna tenere presente che dai soli distretti di Roma e Palermo non si può ricavare una misurazione esatta dell’andamento dei nuovi assetti all’interno della magistratura. Certamente però esprimono forme di malessere in parte diverse, visto che nella prima ha vinto Magistratura Indipendente e nella seconda i 101. Mentre questi ultimi rappresentano un voto di protesta, il risultato romano esprime una sorta di complessiva presa d’atto della magistratura laziale sul fatto che non si può far coincidere la vicenda Palamara semplicemente con quella di due gruppi associativi che sono rimasti più direttamente impigliati nel trojan e postergando tutto il resto. Credo che i colleghi abbiano ritenuto che le responsabilità, che all’inizio sembravano troppo spinte verso alcune componenti, vadano invece meglio ripartite tra tutti i gruppi associativi.

Il cammino di Unicost è sicuramente più in salita.

È probabilmente più complesso. A parte l’Hotel Champagne, nelle chat di Palamara ci sono molti più colleghi di quel gruppo associativo coinvolti. Mentre da un lato ci sono alcuni esponenti di una corrente, MI, che hanno lavorato solo – si fa per dire – per sponsorizzare un magistrato alla Procura di Roma, dall’altro lato le chat di Palamara hanno evidenziato una rete diffusa di collegamenti e contatti tra molti appartenenti ad Unicost. In pratica nel voto sembrano aver avuto più peso le chat che l’incontro all’hotel Champagne. Lo scarto vero di tutta questa vicenda sarà la nomina del Procuratore di Roma. Questa vicenda, se passata al setaccio, rivela debolezze associative ma anche cedevolezze istituzionali. Sembra che le valutazioni dell’Hotel Champagne fossero più prossime al corretto merito di quanto lo siano state successivamente quelle del Consiglio Superiore della Magistratura e le sentenze della giustizia amministrativa vanno in quella direzione.

Non c’è il pericolo che per una parte della magistratura la dura sanzione inflitta a Palamara possa estinguere il problema?

Io non credo a tutto questo dibattito ideale sulla palingenesi etica della magistratura: le norme sono chiare e stringenti per le procedure di nomine dei dirigenti e se non é bastato il codice penale, certo non serviranno codici etici aggiornati. Quindi si tratta di un problema che non attiene alla rifondazione morale, anche perché la maggior parte della magistratura è sana, ma alla necessità di fissare regole che risultino in qualche misura inderogabili quando si tratta di andare a valutare gli incarichi direttivi e a decidere la carriera dei magistrati. Non è possibile che l’autogoverno della magistratura si trasformi in una sorta di spazio vuoto in cui si creano le regole per poi violarle. Sono state regole lasche a generare un carrierismo ma soprattutto quel clientelismo che costringe i giudici a soggiacere alle disponibilità e alle concessioni dei capi- corrente. Le regole devono essere fissate per legge e non per circolare. In questo 101 ha un vantaggio perché punta il dito sulle regole.

E punta sul sorteggio.

Sono contrario al sorteggio. Non si può fare tabula rasa del Consiglio. Il presidente Mattarella nel suo discorso alla Scuola superiore della Magistratura ha detto: «L’attività del Csm, sin dal momento della sua composizione, deve mirare a valorizzare le indiscusse professionalità su cui la Magistratura può contare, senza farsi condizionare dalle appartenenze». Quindi ha fatto capire che una legge elettorale che punti al sorteggio non è compatibile con la Costituzione. Aggiungo che sarebbe una resa per la magistratura. Scegliere i migliori è incompatibile con il sorteggio. Rappresenta, quella del Quirinale, una forte indicazione sul tipo di legge elettorale che il legislatore dovrà configurare. Queste “indiscusse professionalità” sono dei colleghi che negli ultimi dieci, quindici anni sono completamente scappati dalla vita associativa, che lavorano tanto e in silenzio. Recuperare questi colleghi dagli anfratti in cui si sono rifugiati per seguire la propria idea di giustizia al riparo da influenze è una operazione complicata, per un sistema abituato ad altri metodi.

Torniamo un attimo alla questione degli incarichi semidirettivi e direttivi.

I tempi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, di tutta una categoria di magistrati che, come loro bravissimi, erano penalizzati dall’anzianità per ricoprire determinati ruoli, sono finiti. La magistratura italiana vive in una aurea mediocritas: non ci sono quelle eccellenze, quelle punte di novità per le quali occorra ancora derogare alla regola dell’anzianità. Quest’ultima, ovviamente senza demerito, può essere tranquillamente ripristinata e aggiustata. Gli ultimi dieci anni sono stati segnati da un rampantismo carrieristico fortemente incentivato dall’essersi fatto beffa dell’anzianità.

Ma non le sembra che le correnti ancora non vogliano abbandonare alcune trincee, mentre Mattarella, Cartabia e Ermini costantemente ricordano che l’unica trincea è quella dell’indipendenza e autonomia?

È crollato un sistema e ciò porta ad una serie abbastanza numerosa di regolamenti di conti interni alla magistratura. Il legislatore dovrebbe avere il coraggio e la forza, che non ha, di tracciare delle linee chiare. La politica non riesce purtroppo a tirarsi fuori dai condizionamenti che la magistratura esercita su di essa, che non sono solo quelli dei processi ma anche quelli che si innestano su rapporti e vicinanze, che caratterizzano quel mondo opaco della contiguità tra le due realtà. Tutti vogliono il procuratore amico perché nessuno lo vuole nemico. Manca il coraggio di dire che il mio destino di politico non può dipendere dal Procuratore della Repubblica e di invocare regole coerenti. Ci ha provato Renzi ma ora mi pare che non stia messo benissimo.

Nel dopo Palamara, la magistratura è pronta ad abbandonare il suo ruolo di moralizzatrice?

Certo. L’aspetto positivo dell’affaire Palamara è l’aver intaccato, non tanto l’idea del magistrato custode della moralità, ma il moralismo. I magistrati con una mano complottavano per le carriere e con l’altra pretendevano di giudicare l’abuso d’atti di ufficio di un sindaco o di un funzionario. La scoperta del clientelismo ha finalmente collassato il moralismo. Che poi i magistrati non debbano esercitare un controllo sulla moralità pubblica è un altro discorso ancora. Luciano Violante qualche giorno fa sul Foglio individua in una norma del codice di procedura penale, ossia l’articolo 330 ( acquisizione delle notizie di reato, ndr) la rottura della separazione tra potere giudiziario e potere amministrativo. Il pm può acquisire anche di propria iniziativa le notizie di reato, una crisi del principio di separazione dei poteri dice Violante, perché non è più la Pg a portare la notizia di reato. Ciò ha fatto sì che la magistratura si impossessasse del controllo di legalità che non le appartiene. E a questo fenomeno è molto complicato mettere un freno. D’altra parte nel Paese si sono mossi gruppi di magistrati e di Pg coesi l’uno con l’altro che hanno fatto carriera insieme e si promuovono a vicenda, ficcandoci dentro qualche giornalista, come ricorda Palamara.

Ma non ci sono anche Pg che fanno concorrenza alle Procure?

Ci hanno provato fino a qualche decennio fa. Poi tre o quattro inchieste ben assestate sul Ros dei carabinieri hanno fatto capire a tanti che era meno pericoloso sottostare alle indicazioni del Pubblico ministero.

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