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Una sera di fine aprile, il Parlamento si consegnò nelle mani delle procure

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L'articolo 68 della nostra carta costituzionale venne stravolto in piena Tangentopoli. Così le procure iniziarono a far tremare la politica italiana
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L’Immunità parlamentare, così come era stata sancita dai costituenti nell’art. 68 della Carta, morì la sera del 29 aprile 1993 a Montecitorio. Probabilmente la sua sorte sarebbe stata segnata comunque, la riforma costituzionale era sul tavolo già da un anno. Ma il colpo fatale fu il voto segreto con il quale, in quella tempestosa sera di fine aprile, la Camera negò l’autorizzazione a procedere contro il segretario del Psi Bettino Craxi. Forse nessun voto nella storia della Repubblica ha provocato un terremoto di tale magnitudo. Nell’emiciclo volarono botte, insulti e cazzottoni come in una taverna. Un governo nascituro, quello di Carlo Azeglio Ciampi, rischiò di morire in culla e nacque gracile, molto diverso da come era stato pensato fino a un attimo prima del voto di Montecitorio. Strategie ambiziose volte a salvare il sistema dei partiti dallo tsunami di tangentopoli finirono nei cestini della carta straccia di Montecitorio.

Per l’immunità parlamentare iniziò un conto alla rovescia, che si concluse esattamente 6 mesi dopo, quando il Senato approvò in via definitiva e con maggioranza qualificata dei due terzi degli aventi diritto la riforma costituzionale che stravolgeva l’art. 68. Il 13 ottobre la Camera si era espressa allo stesso modo e con la stessa maggioranza qualificata, rendendo così evitabile il referendum confermativo. La riforma era già approvata in via definitiva. Sarebbe andata così anche senza il trauma del voto che sula carta avrebbe dovuto salvare Craxi? Probabilmente sì. Ci sarebbe voluto più tempo però, forse anche altri due anni: le camere infatti temporeggiavano, si rimpallavano il testo, aspettavano speranzose che la tempesta passasse.

Il “giorno della vergogna”, come fu ribattezzato il voto su Craxi costrinse a prendere la rincorsa. Ma la sorte dell’art.68, versione originaria, era segnata. Il clima nel Paese era quello. L’immunità, nata per proteggere i parlamentari da ogni minaccia e modellata sull’allora recente esperienza del regime fascista, era vissuta dal colto e dall’inclita come “una tutela per i ladri”, formula spiccia adoperata da un importantissimo quotidiano. Le nuove regole vanificarono il voto che metteva Craxi al riparo dall’inchiesta e forse, senza la caccia al cinghialone, il testo sarebbe stato lievemente diverso. Ma è ben poco probabile.

Lo scontro parlamentare ci fu, ma con i partiti che chiedevano restrizioni dell’immunità ancora più drastiche. Nessuno votò contro la riforma, solo il Pli si astenne. Se al Senato, nell’ultima votazione, il quorum qualificato dei due terzi fu superato di soli sei voti, con 224 approvazioni, non fu per una silenziosa resistenza ma perché in entrambe le camere la falcidie degli avvisi di garanzia lasciava puntualmente vuoti i banchi. Il plauso peraltro fu generale. Il presidente del Senato Spadolini esaltò la sepoltura di “privilegi anacronistici”. L’omologo alla guida della Camera, Giorgio Napolitano, profetizzò l’imminente miglioramento dei rapporti tra politica e magistratura e mai ci fu profezia meno azzeccata. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, l’autorevolissimo costituzionalista Paolo Barile, elogiò l’ “atto di civiltà”. (AL QUIRINALE GLI ITALIANI VOGLIONO MARIO DRAGHI)

Dell’art.68 restava intatta solo la prima parte, in base alla quale «i membri del parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni». Spariva invece il passaggio chiave, quello che impediva di sottoporre i parlamentari al processo penale senza apposita autorizzazione. Lo scontro politico era stato sulle altre voci che continuavano e continuano a esigere l’autorizzazione della camera di appartenenza: perquisizione personale e domiciliare, arresto salvo il caso di flagranza, intercettazione.

Sulla carta era puro buon senso e in effetti la possibilità di sottrarre all’azione penale i parlamentari era inspiegabile. Ma nella temperie che si era creata in Italia dopo tangentopoli, la possibilità di aprire comunque l’azione penale espose i politici a processi sommari da parte dell’opinione pubblica prima che delle corti di giustizia. Il limite della riforma, spiegava pochi mesi fa Sabino Cassese, è dovuto ‘specialmente per l’uso che le procure hanno fatto dei procedimenti penali, che hanno dato luogo a quella che viene chiamata correntemente la gogna e più precisamente si può chiamare una procedura di naming and shaming, connessa ad una forte politicizzazione delle procure. Questo dimostra che, se il Parlamento aveva fatto un cattivo uso delle autorizzazioni a procedere, le procure hanno fatto un cattivo uso dei procedimenti penali, una volta aperta la strada dalla modifica dell’art. 68′.

Di conseguenza alcuni casi di richieste di autorizzazione sono diventati veri e propri campi di battaglia. A carico di Nicola Cosentino, coordinatore campano di Forza Italia accusato di relazioni strette con i Casalesi, fu chiesta l’autorizzazione all’arresto, negata del 2009 prima dalla Giunta per le autorizzazioni, poi dall’aula. L’anno successivo Giunta aula respinsero la richiesta di autorizzazione all’uso delle intercettazioni. Nel 2012, di nuovo, tanto la Giunta quanto l’aula negarono l’arresto di Cosentino ma nel 2015 fu invece concesso l’uso delle autorizzazioni e Cosentino, ormai ex parlamentare fu condannato nel 2016. Raffaele Fitto, ex governatore della Puglia e tra i principali leader di Fi, chiese che si concedesse l’autorizzazione agli arresti domiciliari richiesta dalla procura di Bari, La Camera non accolse né l’invito di Fitto né la richiesta di procedere con l’arresto. Il procedimento si è poi concluso con l’assoluzione.

Nel 2011, invece, la Camera autorizzò l’arresto dell’ex magistrato e deputato del Pdl Alfonso Papa. Sulle battaglie parlamentari di vario tipo, autorizzazioni a procedere incluse, per gli innumerevoli procedimenti a carico di Silvio Berlusconi si potrebbero scrivere enciclopedie, ma negli ultimi anni a sostituire il Cavaliere come imputato eccellente è stato Matteo Salvini. Nel marzo 2019 il Senato respinse la richiesta di autorizzazione per il caso del blocco della nave “Diciotti”. Nel maggio dell’anno seguente, con la maggioranza nel frattempo cambiata, l’uscita della Lega dal governo e l’ingresso del Pd, la giunta e poi l’aula accolsero la richiesta di processare il leader leghista per il ritardato sbarco della nave “Open Arms“.

Ora è il turno di Matteo Renzi e forse per fermare la giostra che gira vorticosamente dal 1993 converrebbe ascoltare il suggerimento di Cassese: «Oggi sarebbe un errore sia ritornare alla formula originaria del 1948, sia non fare nulla. La premessa di qualunque passo dovrebbe consistere nella attenta valutazione della situazione di fatto, considerando come ha funzionato la norma in vigore dal 1948 fino al 1993 e quella in vigore dal 1993 fino ad oggi. Solo un attento esame sia delle procedure di autorizzazione, sia delle mancate autorizzazioni, e un’analisi precisa del contesto dei rapporti della politica con la giustizia, possono consentire una soluzione meditata e non affrettata».

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