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Cassazione intasata dai ricorsi: e se il problema fossero i giudici?

Cassazione
Più che le leggi bisognerebbe modificare i comportamenti: da tempo le toghe dedicano parte delle loro energie a risolvere conflitti di giurisprudenza che loro stessi hanno creato
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È noto che da diversi anni la Cassazione sia in grave difficoltà a causa del numero troppo elevato di processi, a volte per questioni di poco rilievo. Cosa fare?

Si è fatto ricorso a “strumenti di respingimento” basati su un rigore formale che in diversi casi si è dimostrato eccessivo, finché non è arrivata la condanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Oggi, per fortuna, quell’autosufficienza dei ricorsi, che era stata introdotta cambiando le prassi senza che fossero cambiate le norme, viene interpretata in termini umani e con maggiore cautela.

Le Sezioni Unite della Corte, con le sentenze di san Martino del 2008 in tema di danno non patrimoniale, avevano indicato una strada: i pregiudizi bagatellari sfuggono all’area del diritto e rientrano in quella tolleranza che il dovere di solidarietà, previsto dall’articolo 2, impone a tutti. Ma il problema rimane: quando, una causa può essere definita bagatellare? E come si fa ad individuare uno sbarramento di valore? In base alla domanda? Tutti alzerebbero il loro, pur di garantirsi l’accesso alla Cassazione. Troppi avvocati abilitati alla difesa in Cassazione fanno troppi ricorsi? Può darsi, ma anche ammesso che non si ponga un delicato problema di diritto quesito per chi è già iscritto, mi sembra che vi sia, di fondo, una visione elitaria della giustizia che non appartiene alla nostra Costituzione.
Ritengo invece che il rinvio pregiudiziale previsto dalle nuove norme possa essere d’aiuto, sebbene, probabilmente, un po’ più di coraggio sarebbe stato utile, di modo da garantire una maggiore premialità per chi si adegua, come avviene con il meccanismo delle sentenze pilota della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Di certo, in ogni caso, questo non è sufficiente. Così come non basterà sopprimere quella sezione filtro che nel 2009, tra le proteste dell’avvocatura, era stata introdotta con il proclama secondo cui avrebbe contribuito a risolvere il problema del sovraccarico dei ruoli, mentre oggi – con la stessa motivazione – viene soppressa.

Più che le norme bisognerebbe cambiare i comportamenti: cosa molto più complicata. Leggo che ci si lamenta che il numero dei ricorsi sta snaturando la funzione stessa della Corte, perché se ci sono troppe cause diventa difficile esercitare quella nomofilachia che dovrebbe essere, nello stesso tempo, la missione della Corte, e il più potente degli strumenti di deflazione del contenzioso. È vero, ma mi domando se non si stiano confondendo le cause con gli effetti: si fa poca nomofilachia perché ci sono troppi processi, o ci sono troppi processi perché si fa poca nomofilachia? Da tempo i giudici della Corte dedicano una parte considerevole delle loro energie a risolvere conflitti di giurisprudenza che loro stessi hanno creato: come si può pretendere che un soccombente non tenti la sorte, se ha una ragionevole speranza di vedersi dare ragione da un collegio che la pensa diversamente da quello precedente?

Il pluralismo delle opinioni è una ricchezza perché rende fecondo il dibattito, ma nelle aule di giustizia, e soprattutto in Corte, deve trovare la sua sintesi in una decisione collegiale che si fonde in una volontà nuova e diversa, dando luogo ad una sentenza che viene pronunziata in nome del popolo italiano; e quando questo ha espresso qual è il comando della legge, tutti i giudici che compongono la Corte, compresi quelli che avevano un’opinione diversa, hanno il dovere di concorrere ad assicurare l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione delle norme, che è la funzione della Corte. Ed è una funzione – lascio parlare il Sig. Primo Presidente – “che si rafforza con la Costituzione repubblicana fondata sul principio di eguaglianza, in quanto interpretazioni della medesima regola difformi, o addirittura opposte, dando luogo a soluzioni diverse di casi identici o analoghi compromettono tale principio, oltre che le esigenze di certezza del diritto e la credibilità della giurisdizione”.
Ecco, forse il problema è la credibilità della giurisdizione. Per questo, la soluzione è complicata: non basta modificare le norme.

*Antonio de Notaristefani, Presidente dell’Unione nazionale delle Camere civili (Uncc)

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