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Vinicio Nardo: «Vincoli per la difesa? Imponeteli anche ai giudici»

Parla il presidente del Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Milano, Vinicio Nardo: «Presto produrremo un parere sulla vicenda dei premi agli studi»
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«Non è detto che le riforme abbiano destini segnati. Vale anche per l’Ufficio del processo. Ho detto più volte che è una scommessa, ma che non possiamo perderla o pareggiarla: va vinta. Ma è vero anche che gli obblighi imposti ai difensori, ad esempio nel rito civile, devono avere un corrispettivo a carico dei magistrati. I termini non possono essere perentori per noi e ordinatori per loro: la stessa logica deve valere per tutti».

Vinicio Nardo è presidente di un grande Ordine forense, quello di Milano. Rappresenta un’avvocatura ferita come poche altre dal dramma della pandemia. «Ferita in modo profondissimo», dice lui stesso. Ma dal vertice del Foro milanese, Nardo chiede anche soluzioni più equilibrate «per uscire rafforzati, se possibile, da questa fase tremenda. Milano è un esempio di resilienza, e il suo segreto è la capacità di condivisione» .

Partiamo da qui, presidente Nardo: a quasi due anni dal primo lockdown, fino a che punto Milano ha superato le sofferenze?

Si tratta di segni profondi, dolorosi. Si spiegano con la velocità: se corri, un incidente è più traumatico. Milano corre velocissima, e l’impatto del covid è stato perciò devastante.

Ma la città custodisce anche una sua profonda forza: resilienza e senso della collettività.

L’egoismo c’è ovunque, ma qui prevale la consapevolezza che stare insieme, affrontare le difficoltà nella coesione, è necessario. Ed è stato così nel covid: anche per noi avvocati. A volte questa vocazione passa per segno di debolezza: ma a tirare le somme, credo sia vero il contrario.

A proposito di egoismi: il Consiglio di disciplina di Milano dovrà valutare la vicenda dello studio premiato dopo aver assistito la Gkn, peraltro nel gestire procedure di esubero.

Come già ricordato al Dubbio, il Coa non interferisce con le valutazioni del Consiglio di disciplina, d’altra parte posso ribadire che il nostro Coa metterà a punto in tempi rapidi un parere sull’intera questione dei premi. Lo trovo necessario per due motivi. Innanzitutto, avevamo ricevuto richieste sul punto prima del covid, e una nostra commissione interna ci ha lavorato. Gli ultimi casi fanno emergere l’urgenza di definire dei criteri, e delle interpretazioni, in maniera particolare per la nostra città. Molti premi agli studi legali si assegnano qui, è da noi che si annoverano grandi studi coinvolti in iniziative del genere.

Ma bisogna anche distinguere. Ci sono casi in cui le violazioni del codice deontologico possono essere evidenti, perché si indica il nome del cliente, si vanta più o meno esplicitamente un successo che magari neppure c’è stato, per giunta su una materia sensibile.

Ma se un operatore organizza un convegno e in un comunicato annuncia la presenza di un avvocato noto anche per il prestigio accademico, o magari per aver ricoperto cariche istituzionali, e dice che è tra i più apprezzati professionisti del Paese, non è la stessa cosa. Di certo, il Coa di Milano si occuperà della questione a breve, ferma la necessità di non interferire con le valutazioni del Consiglio di disciplina sui fatti recenti. Non escludo comunque di promuovere un confronto di idee con tutti gli organismi coinvolti.

La giustizia al tempo del Recovery rischia di veder sacrificate le garanzie in nome di un’improvvisa esasperazione efficientista?

Dipende da come ci si servirà dei nuovi strumenti messi in campo, innanzitutto dell’Ufficio per il processo. Se si riuscisse a farlo funzionare in modo equilibrato, non si ridurrebbero le garanzie, tutt’altro. Se gli addetti si concentrassero solo sugli adempimenti laterali, si lascerebbe al giudice l’opportunità di occuparsi degli aspetti più importanti, di ragionare sul caso, ascoltare i testimoni e produrre una decisione di qualità. Il che equivarrebbe a rafforzare le garanzie di tutela. Se invece il nuovo istituto sarà lasciato all’estemporanea iniziativa del singolo magistrato, se diventerà un espediente utile solo a far correre i numeri, finiremmo con l’avere un sentenzificio. Io non mi sento di pronosticare fin da ora il peggio. Perciò ribadisco: è una scommessa e dobbiamo cercare di vincerla.

Nel processo civile l’avvocatura lamenta le tagliole imposte alle sole difese, e ancora una volta non ai magistrati.

L’idea di dedurre tutto subito, di anticipare domande e attività istruttorie, è stata considerata anche in passato come alternativa al rito in vigore prima della riforma. Mi limito a osservare una cosa: non è tollerabile uno schema in cui l’avvocato è vincolato e il giudice è libero da qualsiasi scadenza. Gli obblighi per le parti hanno senso solo a condizione che se ne introducano anche per il magistrato. In altre parole, il giudice a questo punto dovrebbe essere obbligato ad arrivare in udienza preparato su tutti gli elementi proposti nella causa: non può rinviare e intanto magari dichiarare inammissibili le repliche. Se non arriva preparato, dovrebbe subire delle conseguenze.

Pensa a sanzioni disciplinari?

Non sono un fanatico del disciplinare, ma servono delle forme di controllo. Siamo nel pieno di una fase in cui l’Europa ci assicura dei sostegni e nello stesso tempo verifica la nostra adesione a dei parametri, presupposto di quegli aiuti. Negli uffici giudiziari immagino un meccanismo di controllo di tipo manageriale.

Nella riforma del Csm si ipotizza di far pesare, sulle valutazioni di professionalità, gli insuccessi processuali dei pm: si può trasferire il meccanismo nella giustizia civile? È possibile pensare a un modello analogo, nel senso di far pesare i troppi casi in cui il giudice non arriva all’udienza dopo aver condotto un esame approfondito sugli atti delle parti?

Credo che il modello debba essere analogo a quello delle aziende. Non sempre si tratta di valutare caso per caso, ci si può anche affidare alle statistiche: è un principio che i giuristi conoscono bene. Lo studio dei dati offre una prospettiva globale spesso più affidabile. E quindi, se verifico che nella stanza di quel giudice c’è un problema, dovrebbe scattare un automatismo di tipo aziendale: ti assegno a una mansione diversa, per esempio. Considerato che nel processo civile lo snodo critico non riguarda la fase introduttiva ma la decisione, non è sostenibile un sistema in cui ad essere responsabilizzato continui ad essere solo il difensore.

 

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