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Violenza di genere e potere maschile, i casi Varriale e Ranucci

Varriale
Sembra un paradosso, ma è esattamente quello che sta accadendo da giorni. Cos’hanno in comune Enrico Varriale e Sigfrido Ranucci, oltre ad essere entrambi giornalisti?
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Sono al centro di una bufera mediatica che si è abbattuta con la consueta spietatezza prima ancora, more solito, che sui fatti di cui sono accusati, sia stato effettuato un accertamento pieno di responsabilità da parte di un Tribunale. Verrebbe quasi spontanea la battuta “chi di spada ferisce, di spada perisce” se non fosse che il garantismo a fasi alterne non appartiene a chi ha a cuore i principi costituzionali.

Sigfrido Ranucci

Varriale è a giudizio per stalking e lesioni a carico della ex compagna – che ha già rilasciato la sua deposizione nelle aule del quotidiano “La Repubblica”; Ranucci destinatario di una lettera anonima che lo accusa di mobbing e avances sessuali. Lettera pubblicata da “Il Giornale” nella sua interezza. Sia chiaro: nessuno dubita che quei fatti, se accertati in un processo, meritino l’affermazione di responsabilità dei due. Una pena giusta, proporzionata alla gravità di quanto potrebbe eventualmente emergere, non certo esemplare. Sia altrettanto chiaro: l’unico strumento per accertare un fatto di reato è e resta il processo penale, con il suo corteo di regole (oggi purtroppo sempre più improntate alla riduzione delle garanzie per gli imputati accusati di certi reati), la sua liturgia, le sue forme che, “per quanto imperfette esse siano hanno il potere di proteggere” (B. Constant).

Proteggere da che cosa? E quali forme vorremmo vedere rispettate? Proteggere dalla protervia dei moderni supplizi mediatici, dalla semplificazione estrema della complessità, dalla narrazione in bianco e nero, priva di sfumature, con cui vengono corteggiati e irretiti i lettori dando in pasto verità assolute ancora da accertare. La verifica di attendibilità di una dichiarazione, nel processo penale, è presidiata da tali e tanti accorgimenti tecnici non riproducibili nelle sale televisive, men che meno nelle interviste- che servono ad evitare che un testimone possa essere condizionato da domande suggestive, nocive.

Le persone offese di violenza di genere, poi, se ritenute vulnerabili, sono accompagnate in un percorso di sostegno che tende ad evitare il ripetersi di audizioni per proteggerle dalla c. d. vittimizzazione secondaria e sottrarle, così, al fuoco incrociato delle domande delle parti. Una soluzione normativa, questa, che le migliori intenzioni hanno trasformato in un avvitamento per le garanzie della difesa, ma questa è un’altra storia. Quel che si vuol dire, limitandoci ad osservare questi ultimi due episodi di linciaggio mediatico, è che ancora una volta si tende ad affrontare il problema dall’angolatura sbagliata, facendo strame della presunzione di innocenza.

Poco importa, anche se è già qualcosa, che Repubblica descriva la donna che ha denunciato Varriale come presunta vittima, se poi si decide di sciorinare i dettagli del suo racconto sottraendo quella narrazione alle forme tipiche del processo penale, le uniche in grado di proteggere lei, l’accusato, la collettività da possibili inquinamenti esiziali per l’accertamento della verità: termine questo che può persino apparire altisonante ai più ma che costituisce, o almeno dovrebbe costituire, l’essenza stessa del processo penale. Una verità che chiamare solo “processuale”, per distinguerla da quella “reale” – quella che, veicolata anzitempo da una narrazione incentrata sui soli esiti delle indagini preliminari, impermeabile alle cadenze dell’aula processuale e alle prove della difesa – si ammanta di una rappresentazione forcaiola, innalza gli indici di gradimento per le sentenze di condanna e destituisce di attendibilità l’autonomia del potere giudiziario, quando gli esiti sono assolutori. Uno scandalo, un tradimento che la piazza non tollera.

Lo si è detto anche in questi giorni dedicati alla celebrazione della giornata internazionale contro la violenza maschile nei confronti delle donne: non è lo strumento penale la panacea di tutti i mali, non è l’aumento delle pene a poter rappresentare la soluzione di un fenomeno complesso che ha più a vedere con modelli sociali patriarcali, persino con la loro messa in crisi, con la resistenza di stereotipi culturali, lessicali, sociali che ancora sigillano una visione ancillare e subalterna della donna. Numeri ancora da capogiro quelli delle donne uccise o maltrattate per mano maschile, nonostante l’aumento delle pene: se è vero che il 34% degli uomini violenti uccide e si uccide, occorre ripensare con altri occhi al problema, privilegiare la prevenzione, l’educazione.

Interroghiamoci una buona volta sulle forme di manifestazione del potere maschile, sull’impoverimento delle relazioni uomo donna, sul mercimonio della sessualità ridotta, in alcuni casi, a controprestazione specie, ma non solo, sui luoghi di lavoro. Per carità, ben vengano nuove prese di (auto) coscienza, di (auto) determinazione, ma queste non dovrebbero tradursi nell’esclusivo ricorso allo strumento penale elevato a manifesto di istanze vendicative, repressive, normative, moralizzatrici.

Occupiamoci anche degli uomini, lavorando sulla loro partecipazione al problema della violenza, abbandonando la strada delle inutili e pericolose scorciatoie delle condanne mediatiche, buone solo come placebo per calmare frustrazioni sociali e per ridurre la soggettività politica delle donne al ruolo di vittima. Restituiamo la lettura di fenomeni complessi alla politica e lasciamo che il processo penale si occupi dei fatti storici, sgombrandolo da funzioni che non sono proprie di quel contesto, impreparato per definizione a rappresentare terreno di scontro simbolico tra bene e male.

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