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Caso Epstein, parte il processo a Ghislaine Maxwell: rischia 80 anni

L'ereditiera britannica è accusata di aver adescato adolescenti per il magnate Jeffrey Epstein, morto suicida nel 2019. I legali: «Condizioni di detenzione inumane»
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Si apre oggi a New York, in un tribunale di Manhattan, uno dei processi più attesi degli ultimi anni, quello a Ghislaine Maxwell, l’ereditiera britannica accusata di aver adescato adolescenti per il magnate Jeffrey Epstein che poi ne avrebbe abusato sessualmente.

Ad un anno dal suo clamoroso arresto, dopo diversi mesi di fuga, la procura vuole dimostrare che Maxwell aiutò Epstein – che si è suicidato in una cella di New York nell’agosto 2019 – a «reclutare, preparare e infine abusare» delle giovani vittime, alcune delle quali non avevano più di 14 anni. Secondo l’accusa, Maxwell si guadagnava la fiducia delle giovani, spesso scelte in ambienti economicamente e socialmente disagiati, portandole a fare shopping o a teatro e poi le persuadeva a massaggiare Epstein nudo in una delle sue residenze, prima di obbligarle a fare sesso con lui in cambio di denaro. Il sospetto è che la donna abbia partecipato a volte ai presunti abusi sia nella sua casa londinese che nelle case di Epstein a Manhattan, Palm Beach e New Mexico. Il caso ha ricevuto enorme attenzione mediatica perché ha coinvolto, anche se solo marginalmente, diverse personalità importanti del mondo della politica e dello spettacolo che erano legate ad Epstein, tra gli altri il principe Andrea, il terzogenito della regina Elisabetta II, Bill Gates e l’ex presidente Usa, Bill Clinton.

Colta, abituata a frequentare il jet-set, ma probabilmente legata ad Epstein da un tossico rapporto di dipendenza, Maxwell, che era stata anche la compagna del finanziere, rischia un massimo di 80 anni di carcere se ritenuta colpevole dell’attività per soddisfare l’appetito erotico del compagno. La 59enne britannica è da mesi dietro le sbarre in una struttura detentiva, la Brooklyn Metropolitan Jail, dove è stata portata subito dopo il suo arresto, nel luglio 2020, in una villa nel New Hampshire dopo esser sparita per un anno dopo il suicidio di Epstein. Rampolla di una famiglia di editori, figlia del chiacchierato uomo d’affari proprietario del tabloid «The Daily Mirror», Robert Maxwell, l’imputata si è più volte dichiarata innocente ma le è sempre stato negata la cauzione perchè considerata ad alto pericolo di fuga, visto che ha contatti altolocati e tre nazionalità (britannica, francese e americana). Di recente, i suoi fratelli hanno denunciato in una lettera alle Nazioni Unite che la sua detenzione è «arbitraria», sostenendo che è tenuta «erroneamente in isolamento da circa 500 giorni», per cui sono stati violati il suo diritto alla difesa e la sua presunzione di innocenza. Il processo è cominciato ufficialmente il 16 novembre con la selezione della giuria, che il giudice del caso, Alison Nathan, ha deciso di rendere pubblica, nonostante i legali di Maxwell avessero chiesto che fosse fatta a porte chiuse per evitare di dare maggiore pubblicità a un caso già di altissimo profilo. Nathan, tuttavia, ha sostenuto che prevale il primo emendamento alla Costituzione, che tutela la libertà di stampa. La giudice ha respinto finora quasi tutte le richieste difensive, per esempio togliere l’anonimato alle vittime che testimonieranno in sala sotto pseudonimo; e per tutelare la loro identità ha anche vietato l’opera dei disegnatori di solito ingaggiati per fare gli schizzi di accusati e testimoni nei processi e dei quali non è possibile scattare fotografie. Gli avvocati di Maxwell, Francois Zimarra e Jessica Finelle, hanno denunciato pubblicamente in più occasioni le condizioni antigieniche e disumane in cui versa la loro assistita, che sarebbe sottoposta a una sorveglianza 24 ore su 24 che non gli permette di riposare: sostengono che è «percepita e trattata» come colpevole ancor prima del verdetto, anche perchè ci sono una sequela di documentari, libri e articoli, tutti che documentano le accuse contro di lei.

Colta, abituata a frequentare il jet-set, ma probabilmente legata ad Epstein da un tossico rapporto di dipendenza, Maxwell, che era stata anche la compagna del finanziere, rischia un massimo di 80 anni di carcere se ritenuta colpevole dell’attività per soddisfare l’appetito erotico del compagno. La 59enne britannica è da mesi dietro le sbarre in una struttura detentiva, la Brooklyn Metropolitan Jail, dove è stata portata subito dopo il suo arresto, nel luglio 2020, in una villa nel New Hampshire dopo esser sparita per un anno dopo il suicidio di Epstein. Rampolla di una famiglia di editori, figlia del chiacchierato uomo d’affari proprietario del tabloid «The Daily Mirror», Robert Maxwell, l’imputata si è più volte dichiarata innocente ma le è sempre stato negata la cauzione perché considerata ad alto pericolo di fuga, visto che ha contatti altolocati e tre nazionalità (britannica, francese e americana).

Di recente, i suoi fratelli hanno denunciato in una lettera alle Nazioni Unite che la sua detenzione è «arbitraria», sostenendo che è tenuta «erroneamente in isolamento da circa 500 giorni», per cui sono stati violati il suo diritto alla difesa e la sua presunzione di innocenza. Il processo è cominciato ufficialmente il 16 novembre con la selezione della giuria, che il giudice del caso, Alison Nathan, ha deciso di rendere pubblica, nonostante i legali di Maxwell avessero chiesto che fosse fatta a porte chiuse per evitare di dare maggiore pubblicità a un caso già di altissimo profilo. Nathan, tuttavia, ha sostenuto che prevale il primo emendamento alla Costituzione, che tutela la libertà di stampa. La giudice ha respinto finora quasi tutte le richieste difensive, per esempio togliere l’anonimato alle vittime che testimonieranno in sala sotto pseudonimo; e per tutelare la loro identità ha anche vietato l’opera dei disegnatori di solito ingaggiati per fare gli schizzi di accusati e testimoni nei processi e dei quali non è possibile scattare fotografie. Gli avvocati di Maxwell, Francois Zimarra e Jessica Finelle, hanno denunciato pubblicamente in più occasioni le condizioni antigieniche e disumane in cui versa la loro assistita, che sarebbe sottoposta a una sorveglianza 24 ore su 24 che non gli permette di riposare: sostengono che è «percepita e trattata» come colpevole ancor prima del verdetto, anche perché ci sono una sequela di documentari, libri e articoli, tutti che documentano le accuse contro di lei.

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