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«Mio padre, eroe del Ruanda, rapito e torturato dal regime»

Ruanda
Intervista a Carine Kanimba, figlia di Paul Rusesabagina: l’uomo che nel 1994 salvò più di mille persone dal genocidio in Ruanda. E che ora si trova in cella dopo un processo farsa
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«Sono sicura che alla fine ci sarà giustizia». Quel che colpisce nello sguardo e nelle parole di Carine Kanimba è l’ottimismo, che scorre incrollabile, come la tenacia nel combattere da oltre un anno per la liberazione di suo padre, Paul Rusesabagina, il celebre direttore dell’hotel Milles collines che nel 1994 salvò centinaia di persone dal genocidio in Ruanda.

Un uomo che, senza retorica, possiamo definire “eroe” e che oggi marcisce nelle prigioni del regime di Paul Kagame, uno degli ultimi satrapi del continente africano che da oltre 20 anni regna incontrastato sul suo paese, facendo a pezzi ogni barlume di opposizione. «Al mio cliente sono negati i diritti elementari, rapito, torturato e privato assistenza legale: quando sono andato in Ruanda dopo il suo arresto mi hanno immediatamente espulso dal territorio», spiega al Dubbio l’avvocato belga Vincent Lurquin, in Italia assieme a Kanimba per Rusesabagina è stato catturato nell’agosto del 2020 mentre era diretto in Burundi, il suo aereo è stato dirottato verso Kigali dove ad aspettarlo c’era la polizia ruandese. Lo scorso settembre la condanna a 25 anni di prigione per «terrorismo». La procura aveva chiesto l’ergastolo ed è ricorsa in appello.

Kanimba l’arresto di suo padre è avvenuto in circostanze misteriose, ci può raccontare cosa è accaduto?

Prima di fare luce sul suo rapimento, perché di questo si è trattato, vorrei fare una piccola premessa. Quando nel 2004 è uscito il film Hotel Rwanda dedicato alla storia di mio padre, il governo reagì positivamente, lo hanno ricevuto e persino offerto di lavorare assieme, ma lui ha rifiutato, perché non voleva fare parte di un sistema di potere che calpesta i diritti umani, in Ruanda e nella regione dei Grandi laghi. Da quel momento sono cominciati le intimidazioni, lo hanno seguito, spiato, denigrato sui media. Ha anche subito dei tentativi di assassinio.

Poi nel 2010 il governo ruandese ha chiesto alle autorità degli Stati Uniti e del Belgio, dove mio padre aveva residenza, un procedimento di estradizione. Lo accusavano di finanziare di gruppi armati in Congo, ma avevano falsificato le fatture, che sarebbero state emesse dal Texas mentre in quei giorni lui era in Irlanda, per partecipare a una conferenza sui diritti umani. E anche il suo arresto è avvenuto con l’inganno. Era stato invitato da un prete del Burundi per parlare in alcune chiese, ma quel prete era in realtà un agente dei servizi segreti del Ruanda.

Il jet privato dove viaggiava è stato così dirottato su Kigali. Per tre giorni è rimasto in una cella con mani e piedi legati bendato sugli occhi e con un fazzoletto sulla bocca. Hanno dovuto smettere perché ha avuto una crisi respiratoria. Questo per dire quale è stata l’accoglienza. Poi per 260 giorni lo hanno messo in regime di isolamento in una cella senza luce e senza finestre. Per le convenzioni dell’Onu un isolamento superiore ai 15 giorni equivale alla tortura.

Come vi state muovendo dal punto di vista giuridico per ottenere la sua liberazione?

Abbiamo una squadra internazionale di avvocati, Vincent Lurquin in Belgio, ma anche in Svizzera, Canada, Stati Uniti e due legali in Ruanda. Purtroppo la giustizia ruandese non ha permesso che lo rappresentassero. Il processo però è andato avanti ed stato un vero e proprio show mediatico, nell’aula c’erano più giornalisti che funzionari di giustizia e la difesa non ha neanche avuto acceso alle carte che accusavano mio padre.

Dopo due settimane in cui ha denunciato il suo rapimento e l’impossibilità di difendersi si è rifiutato di presentarsi in aula. Aveva capito che il processo era una farsa e che la sentenza era già stata scritta. Temevamo che lo avrebbero portato con la forza davanti ai giudici, ma per fortuna non si sono spinti così lontano per non avere cattica pubblicità. In compenso in prigione lo hanno trattato con ancora più crudeltà, privandolo del cibo per giorni interi. Ma lui ha avuto ancora una volta la forza e il coraggio di raccontare gli abusi.

Non ha mai potuto incontrarlo di persona?

No, se domani vado in Ruanda mi arrestano all’istante come hanno fatto con mio padre. Abbiamo scoperto che il mio telefono belga era monitorato tramite un software pirata, questo dimostra che i servizi segreti ci spiano in continuazione, me e il pool di avvocati.

Lei descrive una giustizia totalmente asservita al potere, la violazione del diritto di difesa è un fatto ordinario in Ruanda?

Certamente, questa è la norma, D’altra parte mio padre nelle sue conferenze in giro per il mondo denunciava proprio le violazioni dello Stato di diritto e l’uso politico e violento della macchina giudiziaria, Se avessero avuto delle prove concrete contro di lui avrebbero potuto utilizzare le vie legali e invece lo hanno sequestrato come dei banditi. La settimana scorsa hanno arrestato dei giornalisti che criticavano la sentenza, tanto per fare un esempio. L’unico aspetto positivo del suo rapimento è che ora i riflettori internazionali sono puntati sullo stato pietoso della giustizia in Ruanda.

È vero, il caso sta ottenendo visibilità, ma le pressioni della cosiddetta comunità internazionale per ottenere la sua liberazione non sembrano sufficienti.

Bisogna capire che il regime dispone di un potente dispositivo di propaganda e disinformazione. Sono arrivati a dire che non aveva salvato nessuno durante il genocidio, il che è assolutamente falso. Chi non ha dimestichezza c on questa propaganda potrebbe lasciarsi fuorviare da questo racconto.

In realtà credo che contino soprattutto gli interessi economici nella regione degli stati occidentali, ma sono anche convinta che il caso di mio padre, un uomo di 67 anni, malato, con un tumore in remissione, problemi cardiaci e detenuto ingiustamente, non può passare inosservato. In Ruanda vengono commessi crimini contro l’umanità e non si possono più chiudere gli occhi. È per questo che stiamo viaggiando per il mondo portando avanti la nostra battaglia, deve essere liberato prima che sia troppo tardi.

La strada delle sanzioni internazionali le sembra efficace?

Negli stati Uniti, la fondazione Kennedy ha proposto al Congresso un pacchetto di sanzioni contro il governo del Ruanda, puntando in particolare i responsabili del rapimento, il ministro della giustizia, il procuratore generale, e il segretario generale sei servizi di intelligence (Rib). La stessa proposta è stata inviata al Parlamento europeo e alla Camera dei comuni britannica. Ora ci vuole una presa di responsabilità, chiediamo ai politici di agire, per mio padre e per i tanti che subiscono la repressione e l’ingiustizia.

La punizione, esemplare, inflitta a suo padre è anche un monito per gli oppositori del regime?

In Ruanda la repressione è feroce e le persone hanno paura, di finire in prigione, di venire uccise. Non osano parlare perché hanno visto cosa accade a chi lo fa, il processo a mio madre, così mediatizzato è anche un messaggio di intimidazione per tutti i democratici.

C’è la possibilità di ricorrere in appello?

Mio padre è stato arrestato in modo illegale, per il Dipartimento di Stato americano è un ostaggio politico. Su queste basi dovrebbe essere già libero. In ogni caso dopo la sentenza che lo ha condannato a 25 anni, non ha potuto leggere le 250 pagine che la motivavano, i giudici glielo hanno permesso solamente pochi giorni prima che scadessero i termini legali per presentare appello, anche se avesse voluto non avrebbe potuto farlo.

Gli unici a chiedere di rivedere la sentenza sono stati i procuratori che vorrebbero farlo condannare all’ergastolo. Anche in questo caso si tratta di in messaggio rivolto agli oppositori del regime. La strada che stiamo tentando con l’avvocato Lurquin è quella di far svolgere il processo in Belgio, non chiediamo l’immunità, ma che sia giudicato da uno Stato democratico che rispetta i diritti degli imputati.

Quanta speranza avete che torni un uomo libero?

Moltissima. Ogni giorno nuove persone ci raggiungono e sostengono la nostra campagna. Nel 1994, quando il Ruanda era devastato dalle violenze etniche mio padre non ha mai perso la speranza, per 75 giorni si è battuto ed è riuscito a salvare da morte certa centinaia di persone. Come lui credo nella forza e nella bontà degli esseri umani e non perdo la speranza, continuerò a lottare e a parlare con tutte le persone possibili. Ora che siamo qui a Roma abbiamo chiesto un incontro in Vaticano perché la Chiesa prende posizione e metta fine a questa terribile ingiustizia.

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