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Il governo: paga, o addio causa. Ma l’avvocatura unita si ribella

Coa
Masi, presidente Cnf: «Così colpite il Foro», e scrive al governo. Ocf: «È medioevo». Nota indignata dei Coa maggiori, reazioni dure da Aiga, civilisti, tributaristi, Anf e Mf
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«Giustizia medievale». «Giustizia classista». Sono solo alcune delle espressioni utilizzate dall’avvocatura dopo aver preso visione dell’articolo 192 del ddl Bilancio (“Disposizioni in materia di contributo unificato”). Uno strappo sull’accesso ai diritti che provoca la vera e propria rivolta del mondo forense e una lettera formale al governo da parte della presidente Cnf Maria Masi, con la quale si chiede lo stralcio della misura (e di cui si dà conto in un servizio a parte, ndr).

Pomo della discordia la modifica della normativa sul contributo unificato (la tassa per le spese dei procedimenti giudiziari): diventerebbe necessario pagare prima dell’inizio di ogni procedimento. L’articolo 192 prevede che, in caso di omesso pagamento o di versamento non conforme al valore della causa dichiarato, il personale addetto non deve procedere all’iscrizione della causa a ruolo. Le disposizioni intervengono sulla disciplina principale, prevista dal Dpr 115/2002 (Testo unico in materia di spese di giustizia) e hanno provocato la vibrante protesta del Cnf e di tutte le istituzioni e organizzazioni forensi.

L’articolo 192 del ddl Bilancio viene considerato abnorme e penalizzante. L’ennesimo tentativo di far ricadere sugli avvocati le incapacità di affrontare con pragmatismo i nodi che affliggono la giustizia italiana, che con fatica si appresta ad avere le sue riforme nel civile e nel penale. A motivare le nuove disposizioni sul contributo unificato è la Relazione tecnica del ddl Bilancio. L’esigenza di rivedere la disciplina è connessa all’avvio del processo telematico.

L’iscrizione telematica a ruolo delle cause ha determinato – è scritto nella Relazione – «un progressivo aumento della evasione del pagamento del Cu, obbligo tributario, generalmente assolto mediante apposizione di marca sull’atto di iscrizione a ruolo, annullata dalla cancelleria». Di qui l’esigenza di perseguire «diverse e meritorie finalità». La prima è quella di evitare un adempimento per cancelleria e per Equitalia giustizia a causa della «farraginosa procedura di recupero dell’omesso pagamento del contributo unificato». La seconda concerne l’immediata riscossione dell’importo del contributo dovuto, con la auspcabile notevole contrazione dei «tempi di svolgimento del processo». Obiettivo della norma è realizzare «un flusso di entrate in via più celere e puntuale nelle casse dell’Erario, sebbene allo stato il maggior gettito risulta di difficile quantificazione».

Il Consiglio nazionale forense, prima ancora della nota formale inviata da Masi all’esecutivo, esprime in un comunicato il «proprio netto dissenso al contenuto della legge di Bilancio» sull’ipotesi in questione, e perplessità per una norma che avrebbe dirette ripercussioni sulla quotidiana attività degli avvocati con effetti deleteri, come le decadenze. «Si tratta – evidenzia la massima istituzione dell’avvocatura – di disposizione di dubbia costituzionalità che subordina, in concreto, l’esercizio dell’azione giudiziaria al pagamento di una somma di denaro. La giurisprudenza costituzionale ha a più riprese dichiarato l’illegittimità delle norme che condizionano l’esercizio dell’azione ad adempimenti ulteriori e che nel bilanciamento tra l’interesse fiscale alla riscossione dell’imposta e quello all’attuazione della tutela giurisdizionale, il primo è già sufficientemente garantito dall’obbligo imposto al cancelliere di informare l’ufficio finanziario dell’esistenza dell’atto non registrato, ponendolo così in grado di procedere alla riscossione. Infine, considerati i ripetuti disservizi dei server giustizia, una disposizione di tal tenore finirebbe con il determinare ingiustificabili decadenze in caso di non corretto funzionamento degli stessi, meri errori o sviste».

La preoccupazione maggiore riguarda una penalizzazione per i cittadini. «Il fine e l’obiettivo sono tristemente chiari – afferma la presidente facente funzioni del Cnf, Maria Masi –, arginare, limitare, contenere, inibire l’accesso alla giustizia a scapito dei cittadini e soprattutto a danno dei più deboli e al contempo caricare di ulteriori responsabilità l’avvocatura, costretta spesso anche se non volentieri ad anticipare gli oneri e le spese di giudizio salvo poi dover procedere a un recupero lento e incerto». La presidente del Cnf è certa che tutta l’avvocatura farà sentire la propria voce. «Il rischio – conclude Masi –, questa volta, è veramente serio e se si aggiunge a quanto nel corso di questi lunghi e difficili mesi si è tentato di far comprendere, non a vantaggio di una categoria, ma a tutela di principi e di garanzie, allora forse è tempo di comunicare a voce alta e forte che non c’è più tempo per mediare o negoziare su diritti che consideriamo indisponibili perché sono indisponibili».

L’Organismo congressuale forense considera quanto previsto nel ddl Bilancio «una riforma del sistema che contrasta apertamente con l’articolo 24 della Costituzione» anche alla luce dei precedenti della Consulta. Nell’esprimere «ferma contrarietà» l’Ocf ha convocato per oggi l’assemblea straordinaria. «L’accesso alla Giurisdizione – dice Giovanni Malinconico, coordinatore Ocf – deve essere assicurato a tutti, senza discriminazioni di censo e senza che l’entità dei costi costituisca elemento dissuasivo, così come rivendicato nel “Manifesto dell’avvocatura Italiana per l’effettività della tutela dei diritti e per la salvaguardia della giurisdizione”, approvato dal Congresso nazionale forense su iniziativa dell’Ocf».

Il contributo unificato varia a seconda del valore della causa e in determinate circostanze può ammontare a diverse migliaia di euro. «La norma – aggiunge Malinconico –, per come formulata, sembra prevedere il rigetto della domanda anche nel caso in cui il pagamento risulti errato per un calcolo sbagliato sul valore della controversia. Si tratta di una disposizione che, col pretesto di combattere l’evasione, si mostra punitiva non tanto verso l’avvocatura, quanto verso gli utenti i cui diritti gli avvocati difendono, col risultato che chi ha meno disponibilità economiche potrebbe rinunciare a chiedere giustizia. Un ritorno al Medioevo». L’Ocf non esclude il ricorso a qualunque strumento, inclusa l’agitazione della categoria, per contrastare la misura inserita in Manovra.

A detta di Antonio de Notaristefani, presidente Unione nazionale Camere civili, «introdurre una norma che impedisce l’accesso alla giustizia perché un contributo unificato non è stato pagato, o lo è stato in maniera giudicata insufficiente da un cancelliere, è una forma di inciviltà inaccettabile». L’Aiga esprime preoccupazione e disappunto: «È inaccettabile – commenta il presidente Francesco Paolo Perchinunno – subordinare l’accesso alla giustizia e la tutela dei diritti ad adempimenti meramente fiscali». Il presidente dell’Associazione nazionale forense, Giampaolo Di Marco, chiede al governo di rivedere le scelte fatte, con «l’auspicio che nella discussione parlamentare l’articolo 192 venga drasticamente modificato».

Dura la presa di posizione dei Consigli dell’Ordine degli Avvocati di Roma, Milano e Napoli. che in una nota congiunta definiscono «inconcepibile» l’affermazione, da parte dello Stato, secondo cui «un processo possa non essere celebrato e un diritto possa non essere riconosciuto a causa del mancato pagamento di poche centinaia di euro». Antonino La Lumia, presidente del Movimento forense, parla di «disposizione abnorme perché non soltanto lede la Costituzione, ma soprattutto si inserisce in un costante percorso di disarticolazione del sistema giustizia». Così come l’Unione nazionale Camere avvocati tributaristi chiede al governo se davvero ritiene «sostenibile che in un Paese che ancora riconosce se stesso come Stato di diritto, si possa abdicare all’azione di tutela dei diritti per l’inefficienza di una procedura amministrativa di recupero delle spese».

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