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Morte di un’attivista, atto primo del nuovo Afghanistan

Orrore a Mazar-i-Sharif: trucidate quattro donne che avrebbero tentato la fuga. Tra loro l'attivista Frozan Safi: «L’abbiamo riconosciuta dai vestiti, aveva il volto devastato dai proiettili»
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Sognavano di lasciare l’Afghanistan le quattro donne uccise a Mazar-i-Sharif, nel nord del Paese. Fonti della società civile citate da Bbc Persian, come riporta dal giornale pakistano Dawn, sostengono che fossero amiche e colleghe e che avessero sperato di raggiungere l’aeroporto di Mazar-i-Sharif per lasciare l’Afghanistan, di nuovo in mano ai Talebani.

Due sospetti sono stati catturati, come ha confermato il portavoce del ministero degli Interni del governo talebano, Qari Saeed Khosti, in una dichiarazione video riportata da Dawn in cui non vengono identificate le vittime, ma si afferma che quattro corpi sono stati ritrovati in una casa di Mazar-i-Sharif. «Le persone arrestate hanno confessato che le donne erano state invitate da loro nella casa – ha detto – Sono in corso ulteriori indagini». Parole arrivate dopo che il Guardian, citando un medico, ha scritto che giovedì le forze talebane hanno portato in ospedale i corpi di due donne uccise a colpi d’arma da fuoco, trovati – secondo un responsabile locale dei Talebani – insieme ai corpi di due uomini in una casa di Mazar-i-Sharif.

Per il giornale Hasht e Subh sono state uccise quatto attiviste, impegnate per i diritti delle donne, ha riportato l’agenzia Europa Press dopo che il Guardian ha riferito dell’uccisione a colpi d’arma da fuoco dell’attivista e docente di economia Frozan Safi, 29 anni, della quale non si avevano più notizie dal 20 ottobre e il cui corpo è stato identificato in un obitorio di Mazar-i-Sharif. «L’abbiamo riconosciuta dai vestiti – ha detto la sorella Rita, medico – Aveva il volto devastato dai proiettili». E «ferite da colpi d’arma da fuoco ovunque, troppe per contarle, in testa, al cuore, al petto, ai reni, alle gambe». A fine ottobre, ricostruisce il giornale, Frozan aveva ricevuto una telefonata da un numero anonimo e il suggerimento di raccogliere prove del suo impegno a difesa dei diritti e di spostarsi in un luogo sicuro. Aveva creduto in una nuova vita in Germania, dopo aver partecipato alle manifestazioni della sua città contro la segregazione delle donne dei talebani al potere da metà agosto scorso. «Chi è stato a ucciderla? Lo sappiamo tutti, ma nessuno può dirlo pubblicamente. Altrimenti fa la stessa fine», racconta sua madre al Manifesto.

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