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Corsa al Colle, i leader giocano al buio la partita per il Quirinale

Da Conte a Letta, passando per Salvini: generali allo sbando alle prese con gruppi parlamentari "anarchici"
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L’elezione del prossimo capo dello Stato, già la più delicata nella storia repubblicana per una quantità di ragioni convergenti e intrecciate, rischia di trasformarsi in un’arena di gladiatori, un vero e proprio tritacarne politico. L’elemento che si è aggiunto ai tanti già potenzialmente esplosivi accumulati dalle contingenze è la manifesta difficoltà dei leader nel garantire il voto delle loro truppe parlamentari. Il caso più vistoso e clamoroso è quello del M5S. Non si parla di un partito qualsiasi ma della prima forza politica in questo Parlamento. Un esercito, però allo sbando.

Si sa come sono andate le cose al Senato. Conte, leader di nome ma non di fatto, si è arreso. Ha sacrificato la candidatura per cui si erano spesi lui e tutti i dirigenti, quella di Ettore Licheri, a favore di Mariolina Castellone. È anche lei una “contiana”. La levata di scudi dei senatori è stata dettata più dall’insoddisfazione per la presidenza Licheri che non da dissenso politico. Resta il fatto che l’indicazione solenne del capo è stata liquidata con una scrollata di spalle e se le cose stanno così a palazzo Madama ci si può figurare la situazione a Montecitorio, dove invece il dissenso politico è vastissimo. Conte può trattare: non garantire che i suoi grandi elettori onoreranno l’esito della trattativa ed è un bel problema, trattandosi di un folto esercito. Enrico Letta non sta messo molto meglio. Ha ereditato gruppi soprattutto al Senato disobbedienti e non allineati. Deve vedersela con il dissenso organizzato di Base riformista e le suggestioni di Renzi, che giocherà per intero la partita del Colle guardando oltre ma anche con il disagio del gruppo al Senato, la cui capogruppo Malpezzi ha perso buona parte della sua credibilità per la gestione fallimentare della vicenda Zan in quattro ore di vero e proprio processo le è stato ricordato e rinfacciato.

La destra sta messa meglio? Da alcuni punti di vista sì. Salvini ha imposto con la mano pesante la sua rotta e dovrebbe mantenere comunque una presa salda sui gruppi ma bisognerà vedere come andrà la Conferenza programmatica convocata per l’ 11 e 12 dicembre, che potrebbe far riemergere tutte le tensioni, e bisognerà soprattutto vedere quali saranno le candidature perché la mossa di Berlusconi è davvero azzardata, in tutta la coalizione e nella stessa Fi i colpi alle spalle potrebbero non mancare.

Il tutto prescindendo dall’esercito di parlamentari vaganti, allocati non solo nei gruppi per definizione Misti, che neppure formalmente devono rispondere più a nessuno se non a se stessi ai propri calcoli, peraltro spesso dettati da inesperienza e dilettantismo, a quelli che ritengono essere i propri interessi a breve. Sono un centinaio e passa di parlamentari, senza contare quelli che, pur essendo ancora iscritti al loro gruppo originario, si sentono già sul confine e potrebbero passarlo proprio in occasione della sfida per il Quirinale.

In questa situazione la sola garanzia di governare un passaggio molto difficile sarebbe l’intesa preventiva su un nome gradito a tutti, e in campo sembra essercene uno solo, a parte naturalmente Draghi che è un caso a sé: Pier Ferdinando Casini. Nei palazzi se ne parla molto ma senza per ora nessuna concretezza, solo perché in quanto uomo prima del centrodestra poi eletto col Pd ed ex presidente della Camera sembra fatto apposta per mettere d’accordo tutti. Ma non è affatto detto che sia così.

Il tutto, naturalmente, dando per scontato che di qui a febbraio non ci siano nuove scosse di terremoto e neppure questo è detto. Non solo perché la situazione sanitaria, nonostante tutto, resta incerta ma anche, forse soprattutto, perché non è chiaro cosa abbia in mente Salvini. Ha convocato una Conferenza programmatica di stampo congressuale senza spiegare davvero perché. Difficile credere che lo abbia fatto solo per dimostrare quello che ha già chiarito nel Consiglio federale di giovedì sera, cioè la solidità della sua leadership, e per sondare il terreno in vista della possibile ma non imminente costituzione di un nuovo gruppo europeo non ha alcun bisogno di una legittimazione.

Le cose però starebbero diversamente se il leghista stesse considerando la possibilità di uscire dalla maggioranza, senza rinnegare l’esperienza degli ultimi mesi ma considerandola superata. Per un passo del genere la legittimazione sarebbe invece necessaria e comunque è singolare che, per la prima volta dalla nascita del governo, Salvini non abbia speso una parola, giovedì, a favore di Draghi e del governo. Sarebbe una bomba e inciderebbe a fondo prima di tutto sui giochi per il Colle.

 

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