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Quella condanna a mezzo stampa tra stereotipi di genere e ipocrisia

Livorno
La bagarre mediatica dopo la sentenza del Tribunale di Livorno che ha assolto un Carabiniere dall’accusa di violenza sessuale. Il commento di Aurora Matteucci, presidente della Camera penale di Livorno
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Se ne parla da un mese: ha fatto notizia la sentenza del Tribunale di Livorno che ha assolto un Carabiniere dall’accusa di violenza sessuale e corruzione, perché – si legge sul giornale – il sesso orale non può essere violenza. Titoli che rimbalzano sui social, fiumi di inchiostro per dare forma all’indignazione. Il mainstream mediatico ha già deciso: il carabiniere deve essere condannato. Ne nasce una saga a puntate, pubblicata dal quotidiano livornese il Tirreno che domenica scorsa interviene di nuovo sul tema: ad essere oggetto di attenzione, stavolta, i contenuti dell’atto di appello dei difensori della parte civile.

Eravamo convinti/e, ma ci dobbiamo essere distratte/i, che la richiesta di pena fosse appannaggio dello Stato, nelle mani della pubblica accusa. E che i difensori delle parti civili potessero al più dolersi del mancato risarcimento dei danni. Ma tant’è: il vittimocentrismo pretende oggi la sua più alta soddisfazione. Privatizzare la giustizia penale e farne un terreno di scontro tra “per bene” e “per male” (T. Pitch).

È vero. L’affermazione che il sesso orale non possa essere violento, in sé, merita critica ed è figlia di stereotipi inaccettabili. Ma da qui a dire che per questo il carabiniere è stato assolto, come invece sembra ricavarsi dalla lettura di questa ennesima epopea mediatica, spazio ne corre. Il quotidiano si diffonde in un accorato j’accuse dando in pasto ai lettori la convinzione che questo sia il motivo principale dell’assoluzione e, cosa ancor più deprecabile, che sia una donna ad aver esteso quella motivazione. Di qui, uno scivoloso avvitamento inverso: l’imputata, sui media, diviene proprio la giudice, in quanto donna e, come tale, colpevole di aver deciso di assolvere un uomo accusato di violenza sessuale e concussione. Se ormai è vox populi che non esistono innocenti, ma solo colpevoli che la fanno franca, c’è poco spazio per i nostalgici della presunzione di innocenza. Hai voglia a pubblicare i numeri delle ingiuste detenzioni (uno ogni otto ore finisce in carcere ingiustamente, M. Feltri), i costi delle condanne che lo Stato, quindi noi, dobbiamo pagare per aver sbattuto dentro innocenti (ogni anno 988 errori che alla collettività sono costati, dal 1991 a oggi, 869.754.850 euro). L’assoluzione avrà sempre il sapore di una sconfitta.

Ho letto quella sentenza, non ho seguito il processo. Non conosco gli atti di quel dibattimento che darebbero migliore contezza della complessità di quella vicenda umana ricostruita dai Giudici livornesi. Mi guardo bene dal dire se questa è o meno una sentenza giusta. Ma un tentativo di riflessione su binari diversi può essere fatto, dopo quella lettura: e cioè che il ragionamento con il quale i giudici, a torto o a ragione, ritengono di assolvere l’uomo, il cui nome e cognome è ormai dominio pubblico, è certamente più complesso della semplificazione indebita riportata dalla stampa. L’inattendibilità della persona offesa viene ancorata a diversi profili sui quali solo incidentalmente si innesta l’affermazione, non condivisibile, secondo cui il sesso orale non può essere violento: non vi sarebbe prova per il Tribunale che il carabiniere abbia esercitato pressioni sulla donna per ottenere prestazioni sessuali in cambio di un insabbiamento dell’indagine per sfruttamento della prostituzione; vi sarebbero al contrario elementi per ritenere che la donna fosse spinta da sentimento vendicativo nei confronti dell’imputato che, a torto, era stato ritenuto responsabile del sequestro del centro benessere di cui era titolare. Descrizione non convincente dei rapporti sessuali che si assumono violenti, alibi dell’imputato che si trovava altrove in occasione di uno dei racconti di violenza. E molti altri passaggi che di per sé soli, costituiscono l’ossatura portante della motivazione.

Sentenza giusta? Sbagliata? Lo stabilirà una Corte d’appello. Di certo il compito di ribaltarla non spetta alla testata di un quotidiano locale che si spreca in ricostruzioni sibilline, con tanto di stralci dell’incidente probatorio sbattuti in calce all’effige evocativa del corpo nudo e stilizzato – un fumetto – di una donna toccata da molte mani (disegnate anche queste). Un inno alla semplificazione estrema, facile, troppo facile della complessità, ridotta alla solita guerra tra vittima e imputato – già reo – destinati a giocare sempre lo stesso ruolo, guai a cambiarne il destino, guai ad assolvere, guai a non sacralizzare l’ovvio: e cioè che una donna che denuncia è sempre e solo vittima e per questo deve essere creduta, a prescindere. Dobbiamo, invece, intavolare discussioni ben più profonde e sensate sugli stereotipi di genere, emblematici di una società tristemente, anacronisticamente, patriarcale. Parliamo di questo nelle sedi della politica, affrontiamo con coraggio, una buona volta, il problema del sessismo nella lingua italiana e nei costumi di questo ipocrita paese. Trattiamo la violenza di genere come un problema strutturale e non con strumenti emergenziali buoni per raccattare consensi. Usciamo dal circuito asfittico della bulimia repressiva, dal vortice del diritto penale simbolico, dalla tendenza inesausta a semplificare la complessità. E restituiamo il processo alle aule dei Tribunali. I dibattimenti, salve rare eccezioni, sono pubblici. Ma le sedie, destinate al pubblico, sono sempre vuote: non ci sono quasi più giornalisti, non ci sono quasi mai lettori. Le sentenze, non a caso, sono pronunciate in nome del popolo italiano.

Per carità: le decisioni possono essere criticate, ci mancherebbe altro. Si può persino ritenere che siano scritte “non in nostro nome”. Vanno lette, studiate, analizzate e poi, solo poi, criticate, anche ferocemente, persino additandone le scelte linguistiche. Può farlo una pubblica opinione, purché adeguatamente informata, deve farlo un difensore che ritenga ingiusta una pronuncia e in tal caso ha il dovere (non è un placet) di ricorrere agli strumenti che l’ordinamento assegna: l’atto di appello o il ricorso per Cassazione. Circuito tecnico e ristretto che non ha niente a che vedere con il processo mediatico. Occorre augurarsi che a giudicare questo processo, in grado d’appello, allora siano persone capaci di restare impermeabili alla bagarre mediatica.

Aurora Matteucci è presidente della Camera penale di Livorno

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