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Futura, Firenze chiama Palermo: così si allevano i nuovi riformisti

Futura
Futura, la scuola politica del renzianissimo Davide Faraone, mira a costruire una casa di centro con forzisti e "competenti" per conquistare la Regione Sicilia.
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Si chiama Futura, come la bambina che sarebbe nata dall’incontro di una ragazza dell’est e un ragazzo dell’ovest alla caduta del muro di Berlino, in quella che forse è la più politica delle canzoni di Lucio Dalla. Il cantastorie di Bologna la scrisse di getto su una panchina dell’allora capitale della DDR, luogo ben più freddo della Palermo che il capogruppo di Italia viva al Senato, Davide Faraone, ha scelto per ospitare lo scorso fine settimana la terza edizione della sua scuola di cultura politica per under 30.

Alla quale è stato dato il nome di Futura, appunto, e che lo scorso fine settimana ha ospitato fior di ministri nel capoluogo siciliano, scelto dal sicilianissimo Faraone per discutere dei temi più disparati: dalla giustizia al lavoro, dalle città alla sicurezza, dal Sud all’economia. E chissà che proprio dalla scuola di cultura politica del colonnello renziano in terra di Sicilia non possa nascere un nuovo laboratorio che abbia lo scopo, nemmeno troppo nascosto, di dar vita a polo riformista in vista delle Politiche del 2023.

D’altronde il leader di Italia viva, Matteo Renzi, lo va ripetendo da quando nel dicembre 2020 decise che era giunto il momento di staccare la spina al governo giallorosso di Giuseppe Conte e tentare il tutto per tutto, sperando nella chiamata a palazzo Chigi di Mario Draghi. Detto fatto. Da quel momento Renzi non ha fatto altro che dividere lo scenario politico in due parti ben distinte: sovranisti di Lega e Fratelli d’Italia da un lato; populisti del Movimento 5 Stelle dall’altro. In mezzo, diceva e dice l’ex presidente del Consiglio, ci siamo noi, embrioni di un grande polo che unisca i moderati dal Pd a Forza Italia.

Magari, nella migliore delle ipotesi, arrivando anche a una Lega desalvinizzata e finalmente ancorata al Ppe, come vorrebbe il semipresidenzialista e presente alla tre giorni di Palermo, Giancarlo Giorgetti. Che una settimana sì e l’altra pure prova a staccare Salvini dai vari Le Pen, Orban e Bolsonaro, ricevendo ogni volta un sonoro “dopodomani”.

E dunque, prima di lavorare su ciò che ancora appare poco malleabile, meglio concentrarsi sui moderati di sempre, cioè su quel che rimane di una Forza Italia ormai lontana dagli albori del passato ma tenuta a galla dal redivivo Silvio Berlusconi. E, a livello locale, dai suoi più fidati colonnelli, come è per le questioni siciliane Gianfranco Miccichè.

Già, proprio lui, l’ospite d’onore della celebre cena all’enoteca Pinchiorri allietata da un Bolgheri Guado al Tasso da 100 euro, offerta da Renzi all’amico Miccichè. Alla cena ( ahinoi) non c’eravamo, ma possiamo scommettere che tra un accordo per le prossime Comunali a Palermo e un altro per le prossime Regionali siciliane, si sia parlato anche della scuola di cultura politica di Faraone, possibile fucina di giovani ForzaItaliaVivaisti.

Scopo dell’alleanza, come esplicitato senza mezzi termini dallo stesso Miccichè, è unire i moderati, almeno in Sicilia, in un grande contenitore che possa spodestare Leoluca Orlando dal suo trono ormai decennale e conquistare Palermo, per poi allargarsi alla Regione dove i due partiti hanno già dato vita a un gruppo unico in Assemblea. Insomma, un grande patto al centro per contrastare gli estremismi, l’esatto opposto di quello che fu il “milazzismo” a fine anni ’ 50.

Allora, Msi e Pci, con il beneplacito di Palmiro Togliatti e Giorgio Almirante, si unirono nel sostegno a Silvio Milazzo, esponente Dc che decise di candidarsi contro il front runner scelto dal partito, Giuseppe La Loggia. Risultato? Il 30 ottobre 1958 Milazzo fu eletto presidente della Regione ed espulso dalla Dc, tanto che poi diede vita all’Unione siciliana cristiano sociale.

L’esperimento durò solo pochi mesi, visto che il 12 agosto 1959 Milazzo formò un’altra giunta senza i missini, ma tanto bastò per far passare alla storia come “milazzismo” l’unione di destra e sinistra per battere il centro.

A distanza di sessant’anni in Sicilia sta accadendo il contrario, cioè il centro postideologico di Renzi e Miccichè si coagula per battere la sinistra di Orlando a Palermo e la destra di Musumeci in Regione. È ancora presto per dire se l’obiettivo sarà raggiunto anche questa volta, ma è quantomeno plausibile che nella già citata cena da Pinchiorri aleggiasse lo spirito di Milazzo. Lo stesso, ma al contrario, che in futuro potrebbe animare i giovani accorsi a Palermo per la tre giorni di Faraone.

«Sono orgoglioso di una generazione che crede nella politica con la P maiuscola e rifiuta il populismo con la p minuscola – ha detto il senatore renziano al termine dei lavori – Sono ottimista perché guardare negli occhi queste ragazze e ragazzi, ascoltarli e imparare da loro, è la prima cosa bella della politica e sono fiducioso perché il futuro va costruito ora e tutti loro mi danno la certezza che questa è la strada: il nostro cammino è appena all’inizio».

Un cammino contrassegnato dagli interventi di una ministra forzista (Carfagna), due tecnici (Lamorgese e Bianchi), due renziane (Bellanova e Bonetti) e un leghista (Giorgetti). Di esponenti governativi di Pd e Cinque Stelle, a Palermo, neanche l’ombra.

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