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Ddl Zan, “processo” a Letta dopo la sconfitta: la fronda Pd all’attacco

Letta
La prima assemblea autunnale dei senatori dem ha preso una piega da incontro di boxe: attacco frontale al segretario del Pd sulla legge contro l'omotransfobia
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Urla e attacchi, difese e contrattacchi. La prima assemblea da luglio a questa parte dei senatori del Pd, convocata dalla capogruppo Simona Malpezzi per discutere del post ddl Zan, è sembrata più simile a un incontro di boxe che a una serena discussione tra colleghi di partito. E se la dialettica, anche accesa, è normale e anzi auspicabile in ogni partito che possa definirsi tale, da fuori non si può far finta che le parole di Andrea Marcucci e di altri abbiano lasciato tranquilli i vertici del Nazareno.

A partire da Enrico Letta, che sul testo contro l’omotransfobia si è giocato buona parte della credibilità guadagnata alle Amministrative. «Secondo Letta il Pd non ha sbagliato nulla, e quindi il ddl Zan non è diventato legge perché siamo stati bravi – ha raccontato il senatore vicino all’ex segretario Matteo Renzi dopo la riunione – Su questo naturalmente io non sono d’accordo: all’assemblea di gruppo di oggi il confronto è stato franco e diretto e un grande partito impara a riconoscere gli errori e le sconfitte, mi auguro, insieme a molti colleghi, che per il futuro, il gruppo Pd al Senato sappia svolgere un ruolo diverso e in grado di incidere».

Un attacco frontale non solo al segretario ma anche alla capogruppo Malpezzi, rea di non aver spinto per la trattativa quando era apparsa evidente l’assenza dei numeri necessari a continuare la discussione sul ddl Zan. «Il Pd può e deve essere all’altezza delle aspettative che ha suscitato alle ultime elezioni amministrative, giocando un ruolo attivo e di baricentro per la costruzione di un campo largo e inclusivo sia nelle aule parlamentari che nel Paese – ha rincarato Alessandro Alfieri, coordinatore nazionale di Base Riformista – L’assemblea, in questo senso, ha offerto risposte positive, perché tiene insieme il rispetto del pluralismo interno e la consapevolezza che solo un approccio unitario ci permetterà di essere protagonisti delle sfide che abbiamo davanti».

Sul banco degli imputati anche la responsabile Diritti del partito, Monica Cirinnà, che però non ci sta e risponde alle accuse. «La linea politica sul ddl Zan è stata largamente condivisa dal gruppo dei senatori del Pd – ha detto – Chi ha seguito la legge come me dal primo giorno alla Camera aveva chiari tutti i punti su cui la destra non avrebbe mai accettato una mediazione, a partire dall’identità di genere». Di «confronto trasparente e leale» ha parlato invece Valeria Fedeli, secondo la quale ci sono stati «analisi e confronto democratico e plurale in cui ciascuno ha potuto dire, dal proprio punto di vista, se e quali limiti, errori di merito e di percorso si sono commessi». La capogruppo Malpezzi, che ha comunque ricevuto la rinnovata fiducia del gruppo, si è detta «assolutamente convinta della serietà con cui hanno lavorato i senatori del Pd e come si sono approcciati al tema» e ha puntualizzato che «l’assemblea ha dimostrato come nel pluralismo del gruppo, normale, ci sia la volontà di unità per il raggiungimento degli obiettivi».

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