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«Ora il governo ascolti anche noi piccole e medie imprese». L’appello di Confimea

A Gubbio gli stati generali dell’associazione presieduta da Roberto Nardella. Che chiede di cogliere l’occasione del Pnrr per «una svolta fiscale che abbassi le spese e dia ossigeno a chi produce»
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Gli stati generali di Confimea Imprese si sono riuniti a Gubbio per presentare il documento programmatico redatto a sostegno delle micro-pmi italiane. I lavori sono stati aperti dalla relazione del presidente nazionale Confimea Roberto Nardella che ha detto: “Confimea imprese è una realtà giovane che vuole candidarsi a rappresentare le forze produttive del paese per favorire progetti e investimenti a lungo termine. La prima questione da affrontare è quella fiscale: l’Italia è il paese che cresce meno in Europa, faticosamente tornato a vent’anni fa a causa dello squilibrio tra Stato e mercato e tra sistema pubblico e mondo delle imprese. Le imprese chiedono che venga avviato un serio processo di spending review: meno tasse, meno spese, meno privilegi, meno burocrazia e un mercato del lavoro più elastico. Tutto questo va fatto in fretta e senza indugi, e lo diremo anche al governo”.

Confimea lancia inoltre la sfida di avviare al Sud un circolo virtuoso operando un adeguamento dei contratti così da aggredire la disoccupazione e attirare gli investimenti. “Siamo pronti per interloquire con il governo, con la parte pubblica, con le istituzioni affinché il Recovery fund venga speso per le imprese. Ci batteremo sui tavoli”, ha aggiunto Nardella, “chiederemo che vengano presentati emendamenti. L’Italia deve ripartire, non può più aspettare. La nostra Confederazione, che raggruppa le associazioni datoriali di piccole e medie imprese, attualmente conta oltre 260mila aziende aderenti, per un totale di circa 2.471.000 addetti e 500 sedi: è tempo di fare i conti anche con noi per gestire e programmare un confronto con il governo”.

“Il debito per la crescita è un debito buono, i finanziamenti per sussidi senza prospettive seppelliscono invece il Paese sotto una montagna di debito cattivo. Il mondo delle imprese deve riuscire a farsi sentire anche al Sud, che continua a vivere di assistenzialismo nonostante possieda risorse territoriali, umane e produttive potenzialmente straordinarie, che però non sono adeguatamente valorizzate”. Con questa riflessione del giornalista di Economy Francesco Condoluci, moderatore del meeting, sono partiti i lavori del panel sullo stato dell’arte delle imprese italiane. Sul tavolo i temi caldi della transizione ecologica e del Pnrr, ma anche del Made in Italy e della digitalizzazione, anticipati dalla lunga introduzione di Nardella, dedicata ai problemi atavici legati alla burocrazia, al fisco, al costo del lavoro e alla difficoltà di costruire corridoi internazionali.

Nel panel degli interventi, il Direttore del Servizio Bilancio del Senato Renato Loiero, l’On. Cosimo Maria Ferri componente della Commissione Giustizia della Camera dei deputati, l’On, Nicola Carè componente della Commissione difesa della Camera dei deputati, l’avv. Silvia Mei direttrice generale di Confimea, e la senatrice di Forza Italia Urania Papatheu.

“Il maggiore pericolo che oggi colpisce le imprese italiane è la delocalizzazione”, ha ammonito il responsabile di Confimea per il Mediterraneo Marco Bourelly, secondo il quale piccole e grandi aziende guardano con interesse all’Africa, e alla Tunisia in particolare, dove la tassazione è pari a zero, con la possibilità di mantenere le proprie sedi operative in Italia.

Luca Malcotti, segretario generale Ugl-terziario, ha fornito un dato chiave nella comprensione dell’andamento del quadro economico: “Secondo una valutazione delle retribuzioni nell’Unione Europea degli ultimi trent’anni, Italia è l’unico paese in cui gli stipendi sono diminuiti. Ne consegue un gap di competitività: l’impresa italiana ha un costo azienda per lavoratore più alto dei suoi concorrenti e il lavoratore ha una retribuzione più bassa dei propri omologhi. Questo combinato disposto spiega il pantano nel quale siamo. Il Pnrr deve servire a sciogliere i nodi del paese, altrimenti resta un’occasione persa e un errore strategico che non possiamo permetterci”.

Dai confronti è emersa l’immagine di un’Italia che, al di là delle riforme strutturali di cui necessiterebbe, cresce meno dei suoi competitors da molti anni, ha una bassa dinamica della produttività totale dei fattori e non investe. Il consigliere parlamentare Renato Loiero ha illustrato le schede del nuovo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e la suddivisione delle risorse, specificando che i 191,5 miliardi di euro destinati all’Italia “si accompagnano ad una serie di riforme abilitanti che dovrebbero consentire a queste risorse di rilanciare l’economia dell’offerta”.

Il Piano, è stato spiegato, si sviluppa intorno a tre assi strategici condivisi a livello europeo: digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica, inclusione sociale. In particolare, 68,6 miliardi sono stanziati con gli obiettivi principali di migliorare la sostenibilità e la resilienza del sistema economico e assicurare una transizione ambientale equa e inclusiva, mentre 31,9 miliardi di euro sono destinati a rafforzare il sistema educativo, le competenze digitali e tecnico-scientifiche, la ricerca e il trasferimento tecnologico. Oltre 49 miliardi devono sostenere l’innovazione del sistema produttivo e investire nei due settori chiave per l’Italia, turismo e cultura.

Le altre missioni lungo le quali si sviluppa il Pnrr sono “Infrastrutture per una Mobilità Sostenibile”, “Inclusione e Coesione” e “Salute”. Il Piano prevede 82 miliardi al Mezzogiorno e un investimento significativo sui giovani e le donne. Per facilitarne lo stato di attuazione e di modernizzazione del Paese sono attese, infine, le riforme della Pubblica Amministrazione e della Giustizia.

È intervenuto quindi il deputato Cosimo Ferri ribadendo la necessità di coinvolgere l’imprenditore nella spesa del Pnrr, di coinvolgerlo nell’accedere alle risorse, nello spiegare i progetti con la semplificazione, meno burocrazia, velocizzazione e anche una giustizia civile che sia più efficiente. “Oggi l’economia può ripartire – ha detto Ferri- solo se lo Stato e il Governo aiutano veramente le imprese con una pressione fiscale più bassa, un costo del lavoro minore, con gli incentivi che arrivino in tempo. Bisogna poi anche aiutare le imprese in crisi. In parlamento stiamo lavorando ad un codice della crisi di impresa che quando entrerà in vigore guardi proprio all’imprenditore in difficoltà e non intervenga con delle misure quando è fallita, perché l’impresa fallita è difficile che possa ripartire invece quando è in crisi – conclude – si può salvare e ne beneficerà non solo quell’imprenditore, ma il Paese e la ripresa economica.”

Secondo Nicola Carè, deputato del Pd eletto all’estero e già rappresentante mondiale dei Segretari Generali delle Camere di Commercio Italiane all’Estero, ci sono molti economisti e molti paesi europei che non credono sulla capacità dell’Italia di poter spendere bene le risorse, ma “io credo nel Governo Draghi e nella nostra volontà di fare una rivoluzione vera per garantire anni di sviluppo economico – ha detto – ma per avere cio’ bisogna concentrarsi su tre punti: formazione, innovazione ed export che rappresenta un pezzo importante del Pil italiano. Sono le associazioni come Confimea – ha continuato Carè- che fanno accordi quadro con aziende internazionali che sono fondamentali per il trasferimento del know how senza la delocalizzazione delle imprese. Auspico che il Governo prenda in considerazione il documento programmatico confederale di Confimea, frutto del lavoro degli Stati Generali di Gubbio, io lo sottoscrivo e lo sostengo fortemente.”

L’avv. Silvia Mei di Confimea ha incalzato il dibattito ponendo l’accento sul concetto di cultura d’impresa aperta all’innovazione. “Oggi bisogna essere capaci di sfruttare al meglio questi soldi. Tutti gli stakeholder devono accompagnare e supportare gli imprenditori, e di conseguenza le piccole imprese, affinché possano acquisire le competenze necessarie e la conoscenza del territorio su cui si muovono, cosicché non si perseveri solo nelle attività tradizionali”.

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