Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

«Novara “città di frontiera” con approccio sabaudo rispetto alla Lombardia»

Novara
Intervista a Giulia Ruggerone, presidente del Coa di Novara. "Il vantaggio dei fori piccoli è che si possono mantenere rapporti diretti con i colleghi".
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

L’umanità di una professione delicata e sempre più impegnativa emerge dalle parole di Giulia Ruggerone, presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Novara. Chi indossa la toga non è né Superman né Wonder woman. «Le libere professioni – dice al Dubbio la presidente Ruggerone – mettono a dura prova gli equilibri familiari. Le esigenze di cura e accudimento, che siano dei figli o dei genitori anziani, non trovano molto spazio nella gestione di uno studio professionale. A tutti è capitato di andare in udienza stando male o dopo una notte insonne con un bambino malato o con il dolore nel cuore per aver lasciato solo qualcuno che sta male. Anche il profilo economico e le responsabilità in termini di obblighi ed adempimenti, sempre più complessi, incidono sulle scelte di vita».

Da queste considerazioni parte la presidente del Coa di Novara che ci accompagna in una nuova tappa del viaggio nell’avvocatura italiana. Gli ultimi concorsi nella Pubblica amministrazione hanno indotto alcuni legali a cancellarsi dall’albo professionale, dopo il superamento delle prove. «Abbiamo – afferma Ruggerone – recentemente deliberato diverse cancellazioni di colleghi che hanno dismesso la toga per aver superato i concorsi ai quali hanno partecipato. Penso che per il sistema sia una grande risorsa poter avere come operatori della giustizia persone qualificate come gli avvocati. Le cancellazioni ci sono sempre state, c’era chi andava a lavorare in banca. Nella nostra città avevamo “mamma” Banca Popolare di Novara, chi in assicurazioni o sceglieva proprio altre strade. Penso sia fisiologico che una percentuale degli iscritti cambi idea strada facendo».

Quanto sta accadendo negli ultimi mesi non può essere assimilato a una fuga dalla professione. Sono tanti gli avvocati che tentano la via del concorso pubblico per avere maggiori certezze per sé e per le proprie famiglie. «Provo una strana sensazione – aggiunge la presidente degli avvocati novaresi – nel vedere queste colleghe e colleghi dietro una scrivania o accanto a un giudice e non in attesa di una udienza o in coda allo sportello accanto a me. Ma penso che questa occasione possa portare ottimi frutti, soprattutto in Fori di provincia come il nostro. Mi vengono in mente a questo proposito le parole di Piero Calamandrei: “Bisognerebbe che ogni avvocato, per due mesi all’anno, facesse il giudice; e che ogni giudice, per due mesi all’anno, facesse l’avvocato. Imparerebbero così a comprendersi e a compatirsi e reciprocamente si stimerebbero di più”. Io aggiungerei anche che per una settimana all’anno personale di cancelleria e avvocati dovrebbero scambiarsi ruolo. Così si consentirebbe maggior comprensione delle reciproche esigenze e difficoltà e questa sarebbe un’opportunità da non sprecare».

La ricerca di nuovi sbocchi lavorativi è un segno dei tempi, così come i cambiamenti avvenuti nella professione che di anno in anno presenta sembianze diverse. «Credo – commenta la presidente Ruggerone – che negli ultimi anni questa professione sia cambiata molto e molto velocemente, come tutta la società, mentre la categoria o parte di essa non ha ancora metabolizzato le trasformazioni necessarie per adeguarsi. Il diritto non funziona con un clic, non è, o meglio non dovrebbe essere, immagine, apparenza, copia- incolla. Il diritto è ponderatezza, è riflessione, è ragionamento. I tempi della nostra società però sono cambiati, gli avvocati talvolta faticano a trovare nuovi punti di equilibrio. Anche solo vent’anni fa, si rispondeva ai fax dei colleghi nel giro di qualche giorno. Una settimana era un tempo che nessuno considerava troppo lungo. Ora se non rispondi in tempo reale alle mail spesso sei sollecitato» .

Questi mutamenti hanno portato ad approcciarsi diversamente con i clienti, sempre più esigenti e con alcune informazioni preconfezionate prese da internet quando si recano negli studi legali per essere assistiti. «Per alcune professioni, e penso la nostra sia tra quelle – prosegue la presidente del Coa di Novara -, la velocità e la mole di informazioni non filtrate e spesso proprio sbagliate sono foriere di difficoltà anche nel rapporto con il cliente, che arriva in studio dopo aver già consultato Google ed i social e quasi si infastidisce se le risposte che ha dall’avvocato sono diverse. Il rapporto di fiducia, indispensabile per lavorare con serenità e garantire la miglior difesa possibile, va costruito, va coltivato, va preservato. E spesso è faticoso, perché mentre in passato il cliente si fidava del proprio avvocato e ne rispettava il pensiero, oggi spesso sentiamo clienti contestarci il nostro operato. Su questo penso che gran parte della responsabilità sia nostra. Per compiacere l’assistito, per farsi pagare, perché parli bene di noi ai suoi amici, talvolta lasciamo che il sia il cliente a dettare le regole e questo ci fa perdere autorevolezza».

Fino al 30 giugno scorso davanti al Tribunale di Novara pendevano circa 5mila procedimenti penali. I magistrati togati in servizio sono otto ai quali si aggiungono tre onorari, applicati al penale. Una situazione analoga si registra nella sezione civile. «Novara – conclude la presidente Ruggerone – è una “città di frontiera”, siamo piemontesi ma sul confine lombardo. La nostra Corte d’Appello è quella di Torino, ma la contiguità con Milano spesso ci fa confrontare anche con questo distretto. Talvolta questo crea qualche difficoltà perché l’approccio milanese è molto diverso rispetto a quello sabaudo.

Devo dire, comunque, che noi ci distinguiamo per un livello di correttezza piuttosto elevato. Il vantaggio dei Fori piccoli, come il nostro, è che si possono mantenere rapporti diretti con i colleghi. Ci conosciamo, ci frequentiamo, abbiamo la possibilità di sostenerci all’occorrenza. Credo che la vera sfida oggi per l’avvocatura sia quella di mantenersi come categoria leale, proba, dignitosa. Sia quella di riunirsi, di ricompattarsi, di ricominciare e confrontarsi per poter svolgere appieno la funzione anche sociale assegnata. Noi abbiamo la più grande delle responsabilità perché è rimesso a noi il dovere di vigilare sul rispetto delle leggi. Senza legalità non ci sono né libertà né democrazia».

 

Ultime News

Articoli Correlati