Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

«Chi si è opposto a una mediazione sul Ddl Zan è responsabile dell’affossamento»

Ddl Zan
Intervista a Francesca Izzo, femminista ed ex deputata dei Ds. "Una legge che difenda gli omosessuali e i transessuali da attacchi e crimini di odio la volevo e lo voglio".
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

«Una legge che difenda gli omosessuali e i transessuali da attacchi e crimini di odioè necessaria, ma libera da questioni ideologiche. Considero chi si è opposto in ogni modo ad una mediazione il vero responsabile di questo affossamento». A dirlo è Francesca Izzo, femminista ed ex deputata dei Ds.

Cosa pensa di quanto accaduto ieri in Senato sul ddl Zan?

Tutte le risorse che il regolamento delle Camere offre possono essere utilizzate e a questo punto Lega e Fratelli d’Italia hanno scelto la tagliola per spingere all’apertura di una trattativa, che non c’è mai stata. Mentre invece c’era la possibilità di aprire il terreno ad una riformulazione. Ma questo è stato fatto solo all’ultimo minuto da parte del Pd, in maniera abbastanza affrettata e poco convincente. Far aprire la trattativa allo stesso Zan mi è parso un atteggiamento che tradiva una mancanza reale di volontà di procedere in questo senso. Questo significa, fondamentalmente, che si riparte da capo, sgombrando il terreno da una formulazione che ha incontrato tantissime obiezioni nei suoi punti chiave. Si può dunque trovare un accordo salvaguardando il nucleo essenziale, quello effettivo, che combatte i crimini di odio omotransfobici e non introduca elementi ideologici. Questo finalmente è stato chiarito nel dibattito che si è aperto, ma solo dopo che la legge è arrivata al Senato.

Si parla del tradimento di un patto, quello che aveva funzionato alla Camera. È così?

La differenza sta nel fatto che alla Camera il ddl è stato approvato senza che la maggior parte dei deputati e delle deputate fosse consapevole di quali fossero le implicazioni di quel testo. Ed è stato soltanto nel passaggio al Senato, dove si è aperta una discussione, sia interna all’Aula sia esterna, che è stato possibile per molti di farsi un’idea molto più realistica ed effettiva di cosa quegli articoli contenevano.

Ha parlato di elemento ideologico. A cosa si riferisce?

Alla parte relativa alla scuola: affidare ad attivisti che condividono quelle posizioni l’illustrazione dei temi, soprattutto quando sono coinvolti ragazzini molto piccoli, non è una gran cosa. Questo anche secondo gli psicologi dell’età evolutiva. Voler andare allo scontro usando il pallottoliere mi sembra un modo di affrontare politicamente queste questioni che non convince e infatti è andata male. E mi dispiace, perché invece è necessaria una legge che dia un segnale che in Italia non si ha nessuna tolleranza verso i crimini di odio contro gli omosessuali e i transessuali. In questo modo, invece, una battaglia di principio e di identità ha prevalso sul raggiungimento di un risultato. Sono la prima a volere una legge, ma deve avere come obiettivo combattere i crimini d’odio, non altri. E sono molto inquietanti, sotto molti altri aspetti.

Perché?

Si colpiscono le donne ed è una cosa che francamente non riesco a capire. C’è stato un momento, anche molto interessante, in cui sembrava si potesse arrivare ad un testo condiviso, modificando questi punti. Invece c’è stata una ferma opposizione sull’identità di genere. Perché non si è voluto sostituire questa definizione con “identità transessuale”? La mia associazione – ma non solo – lo ha chiesto quando il ddl era alla Camera, ma non abbiamo ottenuto risposta. Quell’articolo 1 non può esistere in una legge penale.

I rischi quali sono?

L’autodefinizione del proprio genere, indipendentemente dal sesso, ha l’effetto di mettere in discussione il rapporto che tutto il nostro ordinamento ha con il genere. È la rottura del legame tra sesso e genere. E questa cosa fa sì, per esempio – come avviene nei Paesi anglosassoni, dove sul punto si è andati più avanti e si prova ad andare indietro proprio per gli effetti che provoca -, che se io dico di essere donna e che invece un transgender non è una donna come me rischio di essere accusata di transfobia. E la neolingua che viene introdotta mi impone di dire che sono una cisgender o persona con la vagina. Non posso chiamarmi donna. E tutto questo sta avvenendo senza avere la possibilità di discuterne esattamente per quello che è, facendolo passare di soppiatto in una legge che ha risvolti penali. Una legge che difenda gli omosessuali e i transessuali da attacchi e crimini di odio la volevo e lo voglio. Ma considero chi si è opposto in ogni modo ad una mediazione il vero responsabile di questo affossamento.

Ultime News

Articoli Correlati