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È già frattura tra i partiti sulla riforma del Csm

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Ieri il vertice con Cartabia: FI e Lega vogliono il “sorteggio temperato”, che non piace a Pd e 5S. Consensi per l’Alta Corte disciplinare: «Bel segnale», dice la ministra
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Il tempo stringe. Ma l’obiettivo comune di tutti i partiti di maggioranza è quello di arrivare alle elezioni del prossimo Csm, previste a luglio 2022, con una riforma in grado di spazzare via i fantasmi del caso Palamara, e capace dunque di evitare le degenerazioni del correntismo. Anche perché a chiederlo è il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, come ribadito la scorsa settimana dalla ministra Marta Cartabia durante il vertice – poi rinviato – con i capigruppo di maggioranza. E la riunione è stata aggiornata a ieri, quando a via Arenula i partiti hanno toccato solo alcuni degli aspetti della riforma, primo fra tutti quello relativo al sistema elettorale. Le posizioni appaiono diverse: da un lato Pd, M5S e Leu hanno escluso categoricamente la possibilità di optare per il sorteggio, mentre Forza Italia e Lega hanno ribadito la volontà di puntare sul sorteggio temperato, che non dispiace nemmeno a Italia Viva. La proposta prevede di pescare a sorte i nomi di 100 magistrati tra quelli che abbiano raggiunto la quinta valutazione di professionalità ed eleggere tra questi i membri del Consiglio.

Ma Cartabia ha anche guardato con favore la proposta del Pd – ribadita da Walter Verini, apprezzata da Forza Italia e vista con scetticismo dai pentastellati – di istituire un’Alta Corte per i giudizi disciplinari, che richiederebbe però una riforma costituzionale. Impossibile, dunque, portare a casa il risultato in questo scorcio di legislatura, mancando i tempi politici e formali. Ma l’assist di Cartabia rappresenta di certo una spinta ad affrontare la questione in Parlamento, con lo scopo di «dare un bel segnale», come evidenziato ieri dalla guardasigilli. Che, dal canto suo, proverà ora a formulare un’ipotesi di “sintesi” sul sistema elettorale da portare al prossimo vertice con i capigruppo.

Quello di ieri è stato un incontro interlocutorio, che ha lasciato fuori molti altri argomenti caldi, come quello relativo alle porte girevoli tra politica e magistratura. Il Pd ha ribadito di ritenere non percorribile, in linea preliminare, la via del sorteggio. «Riteniamo che sia una cosa non opportuna e preferiamo stare nell’ambito dei sistemi elettorali tradizionali – ha spiegato il dem Alfredo Bazoli -. La nostra proposta è quella di un sistema maggioritario, ma siamo disponibili a valutare qualunque idea che abbia come obiettivo e finalità quello di limitare il potere delle correnti nella scelta dei togati Csm. Non ci sentiamo vincolati a un sistema anziché l’altro». E l’opzione proposta dalla Commissione Luciani, ovvero il voto singolo trasferibile, ha, secondo il Pd, «una sua persuasività», in quanto ammorbidirebbe il sistema maggioritario secco, introducendo variabili controllabili per evitare i rischi del correntismo. «Ma va studiato approfonditamente – ha aggiunto Bazoli – per evitare che il risultato finale sia opposto a quello auspicato. In ogni caso, è una buona base di partenza su cui lavorare». Nessuna pregiudiziale da parte del Pd dunque, consapevole che per frenare le correnti non basta agire sul sistema di voto.

Al maggioritario si è opposta lunedì la corrente centrista Unicost, che in un comunicato ha espresso il proprio favore per un sistema elettorale di tipo proporzionale, che tenga conto della «fisiologica e peraltro ineliminabile pluralità delle culture in magistratura, rifuggendo dalla semplificazione che confonde il valore del pluralismo con le degenerazioni del correntismo», ha sottolineato la direzione nazionale, citando le linee programmatiche della guardasigilli. Secondo Pierantonio Zanettin, capogruppo di Forza Italia in commissione Giustizia alla Camera, è però il sorteggio temperato «l’unico sistema in grado di attenuare il peso delle correnti, soluzione che appare compatibile con l’attuale assetto costituzionale».

Cartabia ha interrogato i partiti anche sulla possibilità di un rinnovo parziale del Csm, sul modello della Corte costituzionale, opzione pure esclusa dalla Commissione Luciani e sulla quale FI ha espresso contrarietà: «Questa ipotesi presupporrebbe una prorogatio, quantomeno parziale, dell’attuale Consiglio – ha aggiunto Zanettin – e io credo che per tanti motivi non si possa pensare che, in particolare questo Csm, possa andare oltre la scadenza».

Favorevole al voto singolo trasferibile, invece, Enrico Costa, responsabile Giustizia di Azione, che però non ha escluso categoricamente la possibilità di convergere sulla proposta di Forza Italia. «Piuttosto di una norma che alimenti le correnti allora meglio il sorteggio – ha spiegato -. La riforma del Csm e della magistratura è fondamentale per colpire i sette vizi capitali del sistema: il correntismo, i passaggi dalle funzioni di pm a giudice, il disciplinare che fa acqua, il fenomeno dei magistrati tutti promossi, la responsabilità civile senza responsabili, le porte girevoli con la politica e una miriade di fuori ruolo. Oggi (ieri, ndr) nell’incontro con la ministra Cartabia abbiamo esposto le nostre posizioni, con l’auspicio che si punti a una riforma efficace e coraggiosa». Azione si è anche espressa favorevolmente sull’ipotesi di inserire una quota di pm e giudici per evitare che a “governare” siano solo i requirenti, punto sul quale i partiti si sono detti d’accordo.

La sensazione è che la riforma non possa arrivare in Aula prima di gennaio. Si continuerà dunque a lavorare in commissione Giustizia, ma i tempi sono stringati e sui lavori incide anche la sessione di Bilancio, che impedisce di fare leggi che prevedono impegni di spesa. E la riforma del Csm ne prevede uno sicuro per l’aumento del numero dei membri da 16 a 20, punto sul quale i partiti sembrano non porre obiezioni, nonostante l’iniziale malumore del M5S. Una contraddizione, dal momento che è stata quella presentata dall’ex guardasigilli grillino Alfonso Bonafede la prima proposta a ipotizzare un allargamento del numero dei componenti, anche per favorire la possibilità di formare collegi più piccoli e contrastare il potere delle correnti.

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